La trivella ha raggiunto una falda in località Canevoi, si farà un pozzo. Trovata l’acqua dopo vent’anni di ricerche e 14 perforazioni

Il paese non avrà più sete

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Di Luca Delpozzo
Annamaria Schiano

Il Comune di San Zeno, dopo vent’anni di ricerche e 14 per­forazioni, ha final­mente trova­to l’acqua che cer­ca­va e di cui ha bisog­no come l’aria che res­pi­ra. Un sondag­gio esplo­rati­vo, diret­to dal geol­o­go Fran­co Gan­di­ni, ha por­ta­to all’importante risul­ta­to: si è rag­giun­ta la fal­da acquifera in local­ità Canevoi, all’altitudine di 603 metri, al lim­ite del con­fine del ter­ri­to­rio comu­nale tra il dos­so Croce e il Monte Belpo, sul ver­sante del Monte che scende ver­so Cas­tion di Coster­mano. Un’acquifero che proviene dal mas­s­ic­cio del Bal­do, quin­di asso­lu­ta­mente incon­t­a­m­i­na­to sot­to il pro­fi­lo organolet­ti­co. L’acqua potrà essere immes­sa nell’acquedotto comu­nale sen­za . Si ipo­tiz­za che il poz­zo che si andrà a costru­ire, potrà pro­durre anche 8–10 litri d’acqua al sec­on­do, cor­rispon­den­ti a 700/800 metri cubi d’acqua al giorno. Una vera miniera per il Comune di San Zeno di Mon­tagna, che di «oro blù», come viene chia­ma­ta nel mon­do ques­ta ines­tima­bile risor­sa, ne ha par­ti­co­lar­mente bisog­no d’estate. Il sin­da­co, Cipri­ano Castel­lani, non nasconde la sod­dis­fazione, e sep­pure in modo pru­dente spie­ga: «fino a quan­do non vedrò l’acqua entrare nel nos­tro acque­dot­to, non pos­so dare per cer­to nul­la. Una cosa è sicu­ra però: il nos­tro acque­dot­to è rifor­ni­to dalle sor­gen­ti di Bergo­la e di Cam­pi­ona di Fer­rara di Monte Bal­do e d’estate, nel momen­to di mag­giore neces­sità, non ci arri­va acqua a suf­fi­cien­za per­ché viene pesca­ta dagli altri Comu­ni più a monte e noi rima­ni­amo a sec­co. Per questo siamo costret­ti ad andar­la a pren­dere dal ». Dunque è come dire che è sta­to trova­to un tesoro per San Zeno. «Per lo svilup­po tur­is­ti­co del paese è una fonte pri­maria», pros­egue Castel­lani, «per questo sono sem­pre state fat­te ricerche, sen­za essere mai rius­ci­ti a trovare una sor­gente. Dob­bi­amo anche ringraziare la par­roc­chia, con don , che ha mes­so a dis­po­sizione il ter­reno di sua pro­pri­età per la per­forazione del sondag­gio». Lavori di ricer­ca iniziati un mese fa, ese­gui­ti dal­la dit­ta Loia­cono Triv­el­lazione di Bari, spe­cial­iz­za­ta in per­forazioni in roc­cia. Fran­co Gan­di­ni, il geol­o­go incar­i­ca­to dall’amministrazione comu­nale di effet­tuare la ricer­ca, è uno spe­cial­ista del set­tore. «Il mio lavoro è riv­olto esclu­si­va­mente alla ricer­ca d’acqua», spie­ga Gan­di­ni, «è dagli anni ’70 che eseguo ricerche in varie zone pre­alpine ed in par­ti­co­lare modo in Lessinia. Sto eseguen­do ricerche d’acqua in alta Lessinia per con­to del­la e per il Comune di Ala. A San Zeno, ci han­no prova­to tante volte, le ultime tre su incar­i­co del­la Comu­nità del Bal­do, l’hanno fat­ta a Lumi­ni e Pra­da. Ho avu­to l’intuizione che qui c’era l’acqua, per­ché la strut­tura e la pen­den­za par­ti­co­lare degli strati di roc­cia, mi han­no fat­to pen­sare che l’acquifero di fon­do potesse essere rag­giun­to ad una pro­fon­dità di 300 metri dal piano cam­pagna. Questo sondag­gio esplo­rati­vo si spingerà fino a 550 metri di pro­fon­dità, al fine di esam­inare la situ­azione idro­ge­o­log­i­ca del sub-stra­to». Ed è appun­to a 300 metri di pro­fon­dità che è sgor­ga­ta l’acqua, da un acquif­ero indif­feren­zi­a­to, che tradot­to sig­nifi­ca che in qual­si­asi pun­to si scavi, si può trovare l’acqua a pro­fon­dità sim­ili in gran parte del ter­ri­to­rio. Sono sta­ti imp­ie­gati 50 quin­tali di gaso­lio per la triv­el­la­trice uti­liz­za­ta per il sondag­gio, con una spe­sa di soli 20mila euro. Ora dopo le relazioni tec­niche, l’amministrazione potrà pro­cedere all’incarico per la real­iz­zazione del poz­zo, per poi col­le­gar­lo al ser­ba­toio del­l’ac­que­dot­to, pos­to a 700 metri di quo­ta, quin­di a 100 metri più in alto del poz­zo. L’acquifero fino ad ora non è sta­to intac­ca­to per­ché non esistono pozzi, per­tan­to con­clude Gan­di­ni «lo sfrut­ta­men­to ad uso pota­bile non porterà alcun dan­no all’acquifero e il pre­lie­vo sarà pien­amente sosteni­bile dal­la fal­da sen­za alcun danno».

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