Al convegno in Granguardia promosso dalla Regione i risultati ottenuti da chi ha già creato l’area protetta. La proposta del Wwf, che fu del geografo Turri, ora convince le categorie

Il Parco del Baldo è più vicino

11/02/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Vittorio Zambaldo

Potrebbe essere il ses­to par­co regionale quel­lo del Monte , dopo Col­li Euganei, Fiume Sile, Delta del Po, Lessinia e Dolomi­ti d’Ampezzo. Non è più «una fon­da­ta sper­an­za», come la definisce Aver­ar­do Ama­dio, espo­nente del Wwf di Verona, «ma una nos­tra pre­cisa richi­es­ta», aggiunge, dove per nos­tra intende anche il coin­vol­gi­men­to di asso­ci­azioni come Ami­ci del­la Ter­ra, Cen­tro tur­is­ti­co gio­vanile, Club alpino ital­iano, Italia Nos­tra, Legam­bi­ente e Lipu. Ne par­la al con­veg­no «Parchi e aree nat­u­rali del Vene­to, una risor­sa da val­oriz­zare per una polit­i­ca di ascolto e di azioni con­di­vise», pro­mosso a Verona dall’assessorato ai parchi del­la . «Rileg­go le carte dopo 30 anni, torno a osser­vare vec­chie mappe, frut­to di tan­ti pen­sieri e di tante cam­mi­nate su un monte che è pat­ri­mo­nio comune e sen­to che è il momen­to gius­to per riesam­inare con l’assessore Ste­fano Valdegam­beri e il pres­i­dente Gian­car­lo Galan, che ha la del­e­ga al pae­sag­gio, una pro­pos­ta che esce da un lun­go son­no», ammette Ama­dio. Ma per­ché oggi? «Per­ché non sono più suf­fi­ci­en­ti l’amore per la pro­pria ter­ra e le regole non scritte del­la civiltà con­tad­i­na che han­no con­ser­va­to il Bal­do per sec­oli. A un’agricoltura in decli­no si è affi­an­ca­to un tur­is­mo impetu­oso che stringe la mon­tagna d’assedio. Ser­vono nuove regole per preser­vare un pat­ri­mo­nio che non è da con­sid­er­are som­ma di vin­coli, ma offer­ta di oppor­tu­nità», aggiunge Ama­dio. È un tas­to su cui ieri mat­ti­na alla Gran­guardia di Verona, dopo l’apertura dei lavori affi­da­ta al sin­da­co del­la cit­tà Pao­lo Zan­ot­to e all’assessore Valdegam­beri, ha insis­ti­to par­ti­co­lar­mente Anto­nio Con­fortin, pres­i­dente del par­co del Fiume Sile e coor­di­na­tore dei parchi del Vene­to. «In queste aree pro­tette, con­sideran­do anche il par­co nazionale delle Dolomi­ti bel­lune­si, sono inclusi 88 mila ettari e 67 Comu­ni veneti, eppure sem­bra un fenom­e­no in ombra, o così almeno è sta­to fino all’impegno dell’attuale asses­sore regionale, per­ché i parchi ci sono da 20 anni, ma è la pri­ma vol­ta che se ne affrontano i temi in un con­veg­no di questo liv­el­lo», ammette. Sono quat­tro i fron­ti dell’impegno, sec­on­do Con­fortin per far uscire la tutela ambi­en­tale dall’anonimato e dal sot­toscala del­la polit­i­ca: la bio­di­ver­sità, la pro­dut­tiv­ità, lo svilup­po di energie alter­na­tive e la comu­ni­cazione. L’esistenza dal par­co garan­tisce la bio­di­ver­sità den­tro l’area pro­tet­ta e anche nei ter­ri­tori lim­itrofi, com’è unanime­mente riconosci­u­to. Ma occorre assi­cu­rare cor­ri­doi bio­logi­ci fra le aree pro­tette per­ché non resti­no delle ris­erve: «L’interscambio delle specie è vitale per il Vene­to quan­to le gran­di infra­strut­ture viarie lo sono per l’economia», avverte Con­fortin. Dove c’è par­co c’è ric­chez­za, di ambi­ente, di salute, ma anche eco­nom­i­ca. Se ne sono accorte le stesse orga­niz­zazioni agri­cole, prime a osta­co­lare in pas­sato l’istituzione dei parchi e oggi prime a col­lab­o­rare per­ché il mar­chio del par­co è risor­sa per le aziende che pun­tano alla tipic­ità, ma che pos­sono sfruttare anche le energie alter­na­tive for­nite dai parchi in bio­mas­sa, ener­gia foto­voltaica, idroelet­tri­ca, eoli­ca. Nel ricor­do che è sta­to fat­to del­la figu­ra del geografo Euge­nio Tur­ri è lui stes­so, nel fil­ma­to «Car­ta d’Asiago», a sot­to­lin­eare la neces­sità di «dar­si da fare per non perdere i con­no­tati iden­ti­tari e con­ser­vare la memo­ria delle cose». La figlia Lucia, gli ami­ci Ugo Sauro, docente di geografia, Vit­to­rio Castagna, pres­i­dente dell’Accademia di scien­ze, let­tere ed agri­coltura di Verona, Giuseppe Papag­no, stori­co dell’ di Par­ma e lo scrit­tore Mario Rigo­ni Stern ricor­dano che per lui il prob­le­ma del­la tutela «era un fat­to inti­mo del­la coscien­za, dove spes­so non ser­vono gran­di inter­ven­ti dall’esterno, ma lo sguar­do al bene sacro, trop­po spes­so tra­di­to in cam­bio di beni mate­ri­ali». Forse qui, più che altrove sta il seg­re­to carpi­to da Tur­ri: un par­co lab­o­ra­to­rio, dove la vera sfi­da è con­vin­cere gli abi­tan­ti del par­co ad essere cosci­en­ti del pro­prio pat­ri­mo­nio. «Di lui si può dire quel­lo che dicono le guide alpine aostane dei com­pag­ni mor­ti in mon­tagna: Il n’est pas mort. Il est tombé (Non è mor­to, è cadu­to), a sig­nifi­care», spie­ga Papag­no, «che chi ha pianta­to dei chio­di lun­go la sua stra­da, resiste nel­la memo­ria». Seg­nali di mag­gior coscien­za ambi­en­tale ci sono e sono pre­sen­tati da tre buoni esem­pi. Il pres­i­dente del par­co del­la Lessinia, Ste­fano Mar­col­i­ni, illus­tra l’operazione di sis­temazione ambi­en­tale che porterà nei prossi­mi mesi a togliere la brut­tura del vil­lag­gio fan­tas­ma dei Parpari, caden­ti costruzioni che dove­vano essere il campeg­gio che non è mai sta­to. Luciano Guer­ri­ni, asses­sore del Comune di Verona, pre­sen­ta il par­co dell’Adige, un mil­ione e otto­cen­tomi­la metri qua­drati di tutela ambi­en­tale a nord e a sud del­la cit­tà, pri­mo stral­cio di un par­co urbano che pre­figu­ra altri svilup­pi nel par­co delle mura e del­la col­li­na. Infine Simone Cam­pag­no­li, pres­i­dente del par­co dei Col­li Euganei, pri­mo nato fra quel­li veneti, por­ta l’esempio dell’ottimo lavoro rag­giun­to con la col­lab­o­razione di cinque Comu­ni del baci­no ter­male, alber­ga­tori, sin­da­cati, agri­coltori, arti­giani e com­mer­cianti per la cer­ti­fi­cazione euro­pea Emas, che qual­i­fi­ca l’eccellenza nel­la ges­tione ambi­en­tale del territorio.

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