Niente scavi alla ricerca delle parti mancanti dell’aratro più antico del mondo. Mancano infatti i fondi. Il progetto riguarda il Lavagnone, un laghetto inframorenico situato nell’immediato entroterra del lago di Garda fra Desenzano e Lonato

Il più antico aratro del mondo attende ii suoi acessori

24/05/2000 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Ennio Moruzzi

Niente scavi alla ricer­ca delle par­ti man­can­ti dell’aratro più anti­co del mon­do. Man­cano infat­ti i fon­di. Il prog­et­to riguar­da il Lavagnone, un laghet­to inframoreni­co sit­u­a­to nell’immediato entroter­ra del fra Desen­zano e Lona­to. L’area pre­sen­ta carat­ter­is­tiche eccezion­ali dal pun­to di vista arche­o­logi­co per­ché fu abi­ta­ta a par­tire dall’età del bron­zo anti­co cioè quat­tro­mi­la anni fa. A ren­dere spe­ciale questo sito è il fat­to che la zona venne inin­ter­rot­ta­mente abi­ta­ta per oltre un mil­len­nio. Dunque il sot­to­suo­lo cela i resti delle abitazioni costru­ite su palafitte uti­liz­zan­do leg­no di quer­cia ma anche gli uten­sili di uso quo­tid­i­ano. I pri­mi reper­ti ven­nero rin­venu­ti anco­ra nel 1880 in con­comi­tan­za con i lavori di estrazione del­la tor­ba. Il sito palafit­ti­co­lo è sta­to poi ogget­to di scavi negli anni Set­tan­ta. Nell’estate del 1978 venne alla luce un ara­tro. Il man­u­fat­to in leg­no di quer­cia del­la lunghez­za di oltre due metri appar­tiene all’età del bron­zo anti­co. Venne rin­venu­to intero addirit­tura con alcune par­ti del vomere di ricam­bio per­ché gli ingeg­nosi garde­sani che colti­va­vano quat­tro mil­len­ni fa la ter­ra ave­vano real­iz­za­to sull’aratro un sis­tema di incas­tro che con­sen­ti­va l’intercambiabilità del­la parte che, sol­can­do la ter­ra, era sogget­ta a con­sumar­si. Nelle vic­i­nanze furono rin­venute altre par­ti di ricam­bio, le ste­gole uti­liz­za­ta per impugnare e dirigere l’aratro. Il sot­to­suo­lo resti­tuì nel­la zona anche una parte di gio­go ed altri uten­sili in leg­no decisa­mente numerosi che cos­ti­tu­is­cono un’altra rar­ità del sito. Le ricerche al Lavagnone sono state riprese dal 1989 e sono affi­an­cate da stu­di ed accer­ta­men­ti. In par­ti­co­lare i più mod­erni meto­di di datazione han­no sta­bil­i­to che l’aratro risale al 2050 a.C. ed è quin­di il più anti­co con­ser­va­to al mon­do men­tre i pali del­la palafit­ta del set­tore più anti­co, sec­on­do il meto­do del­la cur­va den­docrono­log­i­ca sono sta­ti datati all’incirca all’epoca com­pre­sa fra il 2028 e il 2010 a.C. Ecco per­ché i respon­s­abili del han­no ritenu­to di con­tin­uare le cam­pagne di sca­vo che era­no riprese nel 1989. Fra i prog­et­ti in cor­so assume par­ti­co­lare rilie­vo quel­lo teso a con­tin­uare gli scavi nel set­tore del bron­zo più anti­co dove ven­nero alla luce pro­prio l’aratro ed il gio­go. «A giu­di­care da quan­to è sta­to recu­per­a­to è ragionev­ole sup­porre che nel sot­to­suo­lo siano rimaste anco­ra alcune par­ti man­can­ti — spie­ga la dot­tores­sa Clau­dia Man­gani che col­lab­o­ra al prog­et­to di ricer­ca -. Gli scavi sono sta­ti effet­tuati nel cor­so degli anni in vari set­tori com­pat­i­bil­mente con i fon­di disponi­bili. Purtrop­po — con­clude — quest’estate le oper­azioni non ver­ran­no effet­tuate per man­can­za di finanzi­a­men­ti. Spe­ri­amo di ripar­larne l’anno prossimo».

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