Dopo 14 anni lascia la parrocchia: ha fatto tetti, chiesa, oratorio, casa delle suore

Il saluto di don Dario, l’arciprete della malta

15/09/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo

«Las­cia­re è doloroso, ma il cam­bio può essere pos­i­ti­vo». Don Dario Pret, dopo 14 anni, si appres­ta a las­cia­re Riva e , invi­a­to a Cles dal vesco­vo cui ha promes­so obbe­dien­za nel giorno del­l’or­di­nazione sac­er­do­tale. «Quan­do mon­sign­or Bres­san ha chiesto, a me come ad altri sac­er­doti del­la dio­ce­si, la disponi­bil­ità, io l’ho data, con­vin­ta e totale, in asso­lu­ta serenità».Questo non toglie che sarebbe rimas­to volen­tieri a Riva. L’avvi­cen­da­men­to dei par­ro­ci è un fat­to fisi­o­logi­co nel­la Chiesa afflit­ta da una rar­efazione pro­gres­si­va delle vocazioni. «Mag­a­ri cam­biare è pos­i­ti­vo. Dopo 14 anni — spie­ga don Dario — si rischia di ripetere, un anno dopo l’al­tro, le stesse cose». L’al­ter­nan­za può rap­p­re­sentare una sfer­za­ta, la scop­er­ta di altre cose da fare, la pos­si­bil­ità di far­le diver­sa­mente e meglio. Quat­tordi­ci anni fa don Dario arriva­va da Pieve Tesino, dov’era rimas­to per i 18 anni prece­den­ti. Ammette che era per­p­lesso, spau­ri­to. Come chi ha con­sapev­olez­za di venire in cit­tà da un paesino: dovunque sei ed alzi gli occhi, vedi il cam­panile. Altra gente, prob­le­mi, un altro metro. Per di più con la con­sapev­olez­za di pre­de­ces­sori di grande statu­ra coi quali inevitabil­mente con­frontar­si, pri­mo fra tut­ti mon­sign­or Bar­toli. Ma le pau­re sono durate poco, soprat­tut­to gra­zie ad una carat­ter­is­ti­ca — sia virtù o sia qual­cos’al­tro — che tut­ti, ami­ci o meno, riconoscono a don Dario: quel­la di essere se stes­so sempre.Da quan­do è arriva­to ha mes­so mano ad una mole con­sid­erev­ole di inter­ven­ti sug­li immo­bili: rifat­ti i tet­ti, chiesa, Ora­to­rio, casa delle suore. «Mi han­no chiam­a­to il prete del­la mal­ta» — dice sor­ri­den­do, ma subito aggiunge che gli dispi­ac­erebbe se l’at­ten­zione per quel genere di prob­le­mi avesse sot­trat­to trop­po tem­po alla pas­torale. E comunque se ne va col ram­mari­co di non ess­er rius­ci­to a finire l’In­vi­o­la­ta. Però è con­vin­to che sia meglio andare cau­ti, pen­sar­ci mille volte pri­ma di agire. Questo stile sobrio e con­cre­to di essere pas­tore lo rac­con­terà per l’ul­ti­ma vol­ta ai rivani domeni­ca prossi­ma, alla Mes­sa delle 11. Sarà con­cre­to e pre­ciso, sì. Ma anche commosso.

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