Il chirurgo Testoni spiega gli interventi effettuati. Alla Pederzoli sta bene il ragazzo al quale sono state riattaccate tre dita

In un anno 150 reimpianti per tornare a usare la mano

Di Luca Delpozzo
Giuditta Bolognesi

Sette ore e mez­za di inter­ven­to per reimpiantare la metà delle tre dita — terza, quar­ta e quin­ta del­la mano sin­is­tra ? tran­ci­a­ta di net­to dal­lo «schi­ac­cia­cioc­chi» azion­a­to inavver­ti­ta­mente: la brut­ta avven­tu­ra di Ste­fano, dodi­cenne di Cles (in provin­cia di Tren­to), è inizia­ta nel pri­mo pomerig­gio di ven­erdì, a casa sua, ed è appro­da­ta nel­la sala oper­a­to­ria dell’unità fun­zionale di chirur­gia del­la mano del­la Casa di cura Ped­er­zoli. «Il cosid­det­to spac­ca­cioc­chi è un attrez­zo di uso pres­soché domes­ti­co in Trenti­no, dove c’è l’abitudine a preparar­si la leg­na da ardere in casa», spie­ga Rug­gero Testoni, pri­mario dell’unità fun­zionale che ha ese­gui­to il del­i­ca­to inter­ven­to insieme ai col­leghi Ide­bran­do Ful­co e Michele Tre­visan. «La macchi­na è dota­ta di un cuneo che, una vol­ta azion­a­to, va a zero sul­la base sot­tostante; ques­ta vol­ta, purtrop­po, tra il cuneo e la base c’erano le tre dita di Ste­fano, che non han­no avu­to scam­po. For­tu­nata­mente», aggiunge Testoni, «in Trenti­no esiste una cer­ta cul­tura del pri­mo soc­cor­so nelle amputazioni: c’è sta­to chi si è pre­oc­cu­pa­to non solo di recu­per­are gli arti tran­ciati, ma anche di con­ser­var­li nel modo migliore; e questo ha cos­ti­tu­ito un van­tag­gio in più sia per noi oper­a­tori che, soprat­tut­to, per il ragaz­zo». Le con­dizioni fisiche del gio­vane di Cles sono ottime e sta lenta­mente superan­do anche il grande shock iniziale; il pri­mario dell’unità fun­zionale di chirur­gia del­la mano con­ta di dimet­ter­lo tra una deci­na di giorni. «Nel caso di reimpianto di dita, la degen­za è di cir­ca dieci, dod­i­ci giorni», spie­ga, «dopo di che segue una fase di med­icazioni; se, come rite­ni­amo, non sorg­er­an­no prob­le­mi, tra un mese e mez­zo Ste­fano potrà iniziare ad impugnare ogget­ti uti­liz­zan­do tutte le sue dita del­la mano sin­is­tra. Poi la riabil­i­tazione farà il resto per arrivare al com­ple­to recu­pero del­la fun­zion­al­ità dell’arto». La vicen­da di Ste­fano si aggiunge alla con­sis­tente casis­ti­ca di reimpianti di cui si rende pro­tag­o­nista l’unità fun­zionale del­la chirur­gia del­la mano del­la Ped­er­zoli. «Abbi­amo inizia­to cinque anni fa», ricor­da il pri­mario, «e già nel pri­mo anno di attiv­ità abbi­amo effet­tua­to 60, 70 reimpianti; da allo­ra siamo andati in con­tin­uo crescen­do, sino ad arrivare ai 150 cir­ca annu­ali di adesso, il che sig­nifi­ca che effet­tuiamo almeno due, tre reimpianti alla set­ti­mana». Diverse le cause di queste amputazioni: dal Trenti­no, così come dal­la Bas­sa veronese, per­ché vi si lavo­ra molto il leg­no, arrivano trau­mi causati da spac­cioc­chi ma anche accette e seghe cir­co­lari; dal­la Lom­bar­dia, Man­to­va e Bres­cia in tes­ta, proven­gono lesioni dovute soprat­tut­to a inci­den­ti sul lavoro oltre che stradali. Diver­si sono i trau­mi causati dai petar­di o fuochi d’artificio: sono sem­pre causa di inter­ven­ti d’urgenza ma si trat­ta per lo più di lesioni com­p­lesse agli arti, che richiedono comunque ricostruzioni, ma si ver­i­f­i­cano per lo più solo nel peri­o­do delle fes­tiv­ità. Le vit­time di questi trau­mi apparten­gono a tutte le fasce d’età e sono pro­prio le amputazioni alle dita quelle più ricor­ren­ti; i pazi­en­ti che arrivano a Peschiera proven­gono non solo dal Veronese ma anche da Trenti­no, Lom­bar­dia, Emil­ia Romagna, Friuli Venezia Giu­lia. «D’altronde», sot­to­lin­ea Testoni, «non ci sono molte unità ded­i­cate come la nos­tra; nel­la nos­tra provin­cia ci siamo noi e Verona, poi occorre arrivare a Mod­e­na o Por­de­none; Bres­cia, Man­to­va e il Trenti­no, tan­to per fare alcu­ni esem­pi, non ne han­no. Il ter­ri­to­rio da coprire è, quin­di, molto vas­to e noi, come altri cen­tri, garan­ti­amo una reperi­bil­ità con­tin­ua». Non è facile, sec­on­do il pri­mario del­la chirur­gia del­la mano del­la Ped­er­zoli, sti­lare una casis­ti­ca pre­cisa sug­li esi­ti a medio e lun­go ter­mine di questi inter­ven­ti. «Quan­to meno occorre dis­tinguere due diverse fasi: il reimpianto e il recu­pero del­la fun­zion­al­ità. Se per il reimpianto», pre­cisa, «pos­si­amo par­lare di un 90 per cen­to di inter­ven­ti con suc­ces­so, diver­so è l’aspetto del­la fun­zion­al­ità dell’arto che è lega­ta a moltepli­ci fat­tori, sia sogget­tivi che ogget­tivi». «Tra questi ulti­mi riveste una stra­or­di­nar­ia impor­tan­za la riabil­i­tazione, che per noi è un momen­to molto del­i­ca­to: da un lato, infat­ti», dice Testoni, «noi abbi­amo bisog­no di poter­la iniziare il pri­ma pos­si­bile; dall’altro, però, non si deve rov­inare quan­to è sta­to fat­to con l’intervento. Quin­di pro­prio la riabil­i­tazione post inter­ven­ti in urgen­za richiederebbe, più di altre, il lavoro a stret­to con­tat­to di chirur­go e riabil­i­ta­tore. Cosa che, purtrop­po, è tutt’altro che fre­quente vis­to che non esistono molti cen­tri spe­cial­iz­za­ti in quest’ambito».