Il carteggio Baccarà, "segretato"per quindici anni al Vittonale in un baule chiuso da sigilli, può deludere quanti attendevano lo scoop, la notizia clamorosa. In particolare nessuna rivelazione sul "volo dell'Arcangelo".

Intrighi al Vittoriale

07/02/2000 in Cultura
Di Luca Delpozzo

Il carteggio Baccarà, “segretato”per quindici anni al Vittonale in un baule chiuso da sigilli, può deludere quanti attendevano lo scoop, la notizia clamorosa. In particolare nessuna rivelazione sul “volo dell’Arcangelo”, la caduta quasi mortale del poeta dalla finestra nel 1922, di cui a lungo fu incolpata Luisa Baccarà o la sorella Jole. Le lettere, tuttavia, possono chiarire alcune situazioni interne al principato dannunziano.Il “divino” Gabriele, oltre alla magia della parola, aveva il dono sciamanico di legare a sé le persone, di possederne l’anima, prima forse del corpo, almeno per quanto riguarda le donne. Solo così si può spiegare tanta dedizione, tanta abnegazione, soprattutto da parte di chi gli donò la giovinezza e la prima maturità, il frutto più bello della vita, come Luisa Baccarà, la dolce Smikra. Un estremo atto d’amore la “Signora del Vittoriale” compì nel 1985 donando, agli archivi della dimora m cui visse, le carte intime e preziose del poeta a lei indirizzate, dopo aver regalato nel 1972 e nel 1973 migliala di autografi dannunziani. Non era, infatti, ricca al punto da poter scialare. Avrebbe quindi potuto cedere il carteggio al mercato degli amatori – come fecero altre donne – per ricavarne una somma ragguardevole: 1.800 lettere circa, in tutto quasi 3.600 fogli, oggi valutati commercialmente dalle 150.000 lire alle 300.000 lire l’uno (ma anche fino a 500.000 lire, a seconda del pregio) che avrebbero potuto fruttarle una buona rendita anche in altri anni. Senza contare documenti vari: frammenti letterari, note spesa, scritte bizzarre. E ancora le lettere al padre Vittorio, alla madre Carla, alla sorella Jole (56 missive). Poi le decine e decine di telegrammi (circa 360) che scandiscono le lunghe assenze della Baccarà, spesso garbatamente mandata in una sorta di esilio dallo stesso poeta nelle più rinomate località di villeggiatura italiane, spendendo fiumi di denaro, quando voleva riconquistare la totale libertà di rapporto con altre donne. Per Reggere l’enorme carteggio mi è stata necessaria una settimana di lavoro; ma occorreranno mesi per vagliare nel dettaglio ogni riferimento, ogni frase, ogni data. E ogni studioso scoprirà; in rapporto alle proprie conoscenze, particolari inediti e conferme.Molte lettere brillano delle luci della poesia. Altre, soprattutto con l’avanzare degli anni, costituiscono una sorta di diario intimo e saranno preziosissime per i biografi che riusciranno a comporre il difficilissimo puzzle di date, di nomi, di personaggi, di invitati, di dolori e di amori che resero affannosi gli anni gardesani di Gabriele d’Annunzio. Il quale fu uomo dalle sette vite, assetato di sapere, avido di conoscenza: la donna, scrisse in altre carte segrete, è un mistero da svelare. Ma non solo la donna. Lo intrigò anche il mistero mistero, il paranormale che ancora oggi va di moda, di cui fu curiosissimo e che indagò con inquietudine e nello stesso tempo con spirito beffardo. A conferma del suo scetticismo disse alla Mazoyer, nell’ultimo tempo della vita, che se avesse dovuto credere nella sopravvivenza dell’anima avrebbe dovuto rinnegare tutta la sua esistenza.Meglio il niente: “E il nulla che mi attrae. Il néant, come dite voi francesi, parola più forte, più sonora, più tragica del nostro nulla o niente”. Nonostante ciò, una sera le chiese di segnarlo con la croce.E le donne? “Le donne, sono il peggior flagello della mia vita”, confidò un giorno alla fedele domestica Suor Pecchia che, chiamandosi Aldegheri, divenne la più letterata della compagnia; e la imparentò con il sommo Dante. Ecco, dunque, l’intrigo Vittoriale dall’interno: le vestali, le “Pestapepe” (addette alla cucina), le “badesse alpasso”, il maestro delle pietre Gian Carlo Maroni. Fu una continua contesa fra Luisa Baccarà e l’architetto Maroni per . il primato nel governo della casa, e non solo. E lui, Gabriele, come un domatore, a tenere tutti tranquilli, a mediare. Salvo poi esplodere in rabbie indicibili.Sino all’inizio degli anni Trenta primeggiò la Baccarà. Ma alla fine del novembre 1936 Maroni sembrò vincere la sua battaglia, come risulta da questa lettera firmata Gabriele d’Annunzio “scrittore e aviatore”: “Mio caro Gian Carlo, non ho potuto alzarmi e chiamarti. Sono in gran turbamento. Bisogna che sia messo un termine alla grossolana padronanza che la signora Luisa Baccarà effettua nel Vittoriale. Bisogna che finiscano le sue basse persecuzione contro le mie persone di servizio, a me fedeli. Non voglio che sia ammessa al Vittoriale non so che nuova cameriera di provenienza a me ignota e non scelta da me. Questo ho scritto alla signora Baccarà duramente. Non voglio musica di estranei al Vittoriale. La mia casa deve ridiventare l’eremo di una volta, il luogo dei miei studi e delle mie meditazioni. Ti prego di aiutarmi in questa repressione severa – dolorosa ma necessaria. Avevo già espulso la sorella intrigante e vanagloriosa [la violinista Jole]. Perché anche la signora Luisa lasci questa casa, io sono disposto a darle cinquemila lire (o più) al mese. Ogni accordo di un tempo è rotto irremissibilmente. Ho l’orrore di certe espressioni di quel viso”.Un amore dimenticato, un’amicizia conclusa, una fiducia consumata? Non proprio. Lei, Luisa Baccarà, non si lascerà vincere. E Gabriele tornerà a scriverle elogi e frasi di stima, se non di amore. Rimarrà “Signora del Vittoriale” ancora per una quindicina di mesi, sino all’ultimo respiro del poeta. Sarà, anzi, proprio lei ad accorrere quando la cameriera Emy entrerà trafelata nella sala da pranzo, attorno alle 20 dell’I marzo 1938, per avvertire che stava male, anzi malissimo. E D’Annunzio esalerà l’ultimo respiro fra le sue braccia. Luisa Baccarà lascerà il principato e tornerà definitivamente alla sua Venezia solo dopo i funerali, quando Maria Hardouin dei duchi di Gallese, vedova D’Annunzio, s’installerà per sempre nella Villa Mirabella.L’intrigo Vittoriale è forse l’aspetto meno noto degli anni gardonesi del poeta, poco importante, se paragonato alla produzione letteraria. Le guerre sotterranee condizionarono, tuttavia, i tempi più difficili della sua esistenza, i giorni; cioè, in cui sentì avvicinarsi la “trista parca” e nei quali, per esorcizzare la “turpe vecchiaia”, continuò ad affermare di essere “giovine”. Esasperato, confessò a Maroni di non meritare di sopravvivere: “Non meritavo questa pace senza pace, ne questa turpe vecchiaia, ne questa solitaria tristezza, peggiore dell’agonia prolungata dal medicamento”.Fu lo sconforto della fine. Rinunciò ad incontrare gli amici perché impresentabile, privo di denti, sempre dolorante, forse anche a causa dell’emergere del terzo stadio della lue, la sifilide trasmessagli da una prostituta negli anni parigini.E le donne? I soliti affanni e le triangolazioni con Jole. Nell’ultima età, quella che definì “l’adolescenza della vecchiezza”, l’uomo erotico lasciò posto al voyeur in un inquieto crescente bisogno di novità. La Piacente, l’attrice Elena Sandro (all’anagrafe Maria Antonietta Bartoli Avveduti) ultima donna a lasciare traccia nella sua opera, in poesie ricche d’immagini voluttuose e ardite, evocative anche della danza d’amore, affermò, sulla fine degli anni Venti, che non era quasi più virile. Del resto per combattere la “divina malinconia” abusò sempre più delle “mattonelle persiane”, la devastante cocaina.Il carteggio di Luisa Baccarà illumina ulteriormente tutto questo, anche se alcune lettere di D’Annunzio a Smikra sono già note, pubblicate da Gino Damerini nel 1947 in “D’Annunzio a Venezia”, come quella, singolare, in cui il poeta si immagina alchimista: “Cara piccola amica, stanotte è avvenuto un miracolo. Prima di coricarmi, sono andato a vedere se il sangue, nel crogiuolo, fosse nel secondo stadio per diventar granato. I granati erano perfetti! Il domestico mi ha raccontato di aver sentito ruggire il fuoco, accostandosi all’uscio del mio laboratorio alchimistico, mentre la vostra giovane voce eroica cantava: “Per la pace dei morti e degli eroi,/ Fuori i barbari! Fuori i barbari!” Poi ha udito un grande scoppio, quando la voce cantava: II popolo ha gridato …” E ha visto un nucleo di luce rovente, come una larga favilla, traversare il soffitto e dileguarsi. Infatti non ho trovato se non cinque granati. Il sesto – secondo informazioni radiotelegrafiche – è stato visto brillare su la fronte della Versine nella Chiesa di S. Viro a Fiume. E il popolo grida al miracolo: “Italia’ Italia!””.Ma la data, 7 settembre 1919, avverte che l’amore per Smikra era all’inizio. Si consumerà nell’abitudine, lentamente, durante un decennio, come olio che alimenta una fiamma sempre più flebile.

Attilio Mazza

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