La dinastia di origine svizzera si trasferì a Gardone Riviera nel 1900 e da allora realizza opere con l’ulivo. Una passione che non tramonta negli anni, dalle ciotole alla liuteria

Keller, i maestri del legno

13/10/2006 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

Clementi­no Keller, famil­iar­mente Tino, classe 1916, con­tin­ua a Bar­bara­no di Salò la lavo­razione artis­ti­ca del leg­no d’olivo appre­sa dal non­no Edoar­do (1862–1938) e dal padre Lodovi­co (1888–1964). Lo abbi­amo inter­vis­ta­to nel lab­o­ra­to­rio che il bis­non­no costruì sul tor­rente Barbarano.Lei da chi ha impara­to a lavo­rare il leg­no d’olivo?«Dal non­no e poi da mio padre. Creava­mo più o meno gli stes­si ogget­ti: taglieri, ciotole di leg­no, saliere, oliere, scat­ole, por­tar­i­trat­ti. Il leg­no d’olivo è molto pre­gia­to per le vena­ture e gli ogget­ti da rega­lo sono apprez­za­ti anche come sou­venir». Per­ché suo non­no Edoar­do si è trasfer­i­to dal lago di Como al , a Gar­done Riv­iera? «Non conosco la ragione. All’epoca Gar­done era la più nota stazione cli­mat­i­ca del Gar­da. Era sta­ta fon­da­ta tre lus­tri pri­ma, nel 1885, da due medici tedeschi. Sul lago di Como, a Bel­la­gio, era molto atti­va la lavo­razione del leg­no d’olivo. Evi­den­te­mente ave­va appre­so il mestiere in quel­la local­ità dove già nel 1886 mi risul­ta avesse bottega.»Suo non­no Edoar­do aprì subito un negozio a Gardone?«Lo aprì in Cor­so Repub­bli­ca, più a meno a metà stra­da, dove poi suben­trò il pas­tic­cere Visen­ti­ni. Poco dopo, nel 1904 o nel 1905, si trasferì qui a Bar­bara­no di Salò e acquistò la pro­pri­età in cui abiti­amo e lavo­riamo. Il rus­ti­co del­la bot­te­ga sul tor­rente Bar­bara­no ave­va una ruo­ta, che anco­ra esiste e si può vedere, come quel­la dei vec­chi muli­ni, che gra­zie a cinghie di trasmis­sione face­va muo­vere le mac­chine che ser­vono per lavo­rare il leg­no.» Avete aper­to anche un negozio a Salò…«Lo abbi­amo aper­to nel 1960 in via San Car­lo e lo abbi­amo tenu­to per dod­i­ci anni. Era molto sco­mo­do. Il negozio non ave­va retro­bot­te­ga e spazi nec­es­sari per un’attività come la nos­tra. A Salò ho anche inseg­na­to alla Scuo­la Bot­te­ga dell’Associazione arti­giani del cav. Nava.»Chi si rifor­ni­va da voi?«Molti negozianti di vari pae­si, anche di Riva e del Veronese, ma non solo del Gar­da, ad esem­pio di Boario Terme e prati­ca­mente di tutte le stazioni ter­mali, dove c’è tur­is­mo. Il nos­tro lab­o­ra­to­rio era ben conosci­u­to; e lo è anco­ra oggi. Lavo­riamo il leg­no da cinque gen­er­azioni. Mio nipote, Mar­co Tono­li, figlio di mia figlia Ornel­la, ha un po’ cam­bi­a­to attiv­ità: da una deci­na d’anni fa il liu­taio e costru­isce chi­tarre e le ripara; è anche musicista auto­di­dat­ta. Si è spe­cial­iz­za­to alla scuo­la di liu­te­ria di Cre­mona. Anche mio figlio Rena­to, che non con­tin­ua diret­ta­mente il lavoro di famiglia, è bra­vo nel lavo­rare il leg­no d’olivo: è il tar­lo del leg­no che mag­a­ri rimane asso­pi­to per anni e poi viene fuori. Pen­so che anche Rena­to si dedicherà a costru­ire ogget­ti di leg­no d’olivo quan­do andrà in pen­sione. E forse anche mio nipote Manuel, figlio di Rena­to, intrapren­derà, pri­ma o poi, questo lavoro: è molto capace. Ho anche alcu­ni ami­ci che ven­gono nel lab­o­ra­to­rio e amano lavo­rare il leg­no. C’è un autista di cor­riere, adesso in pen­sione, che mi rag­giunge spes­so e lavo­ra con me per pas­sione.» Il non­no ave­va apprendisti?«Molti ragazzi di Gar­done sono sta­ti apprendisti di mio non­no. I gen­i­tori, soprat­tut­to nei pri­mi decen­ni del sec­o­lo scor­so, si pre­oc­cu­pa­vano di col­lo­care i figli pres­so le bot­teghe arti­giane per­ché impara­ssero un mestiere.» Era dif­fusa in ques­ta zona la lavo­razione del leg­no d’olivo?«Assolutamente no. Il non­no è sta­to il pri­mo ad aprire bot­te­ga. Poi alcu­ni apprendisti, che da lui ave­vano impara­to il mestiere, avviarono a loro vol­ta altre bot­teghe.» Come si procu­ra il leg­no d’olivo che lavora?«Sono in pen­sione e lavoro solo per pas­satem­po: è una pas­sione. Il poco leg­no d’olivo che anco­ra mi serve lo acquis­to in una seghe­ria di Bres­cia che fa arrivare i tronchi dal­la Bas­sa Italia, soprat­tut­to dal­la Puglia. Negli anni Trenta lo com­per­ava­mo dai con­ta­di­ni del­la nos­tra zona. Era­no piante vec­chie o abbat­tute dal ven­to o che dove­vano essere srad­i­cate per creare nuove strade. Ricor­do che quan­do venne costru­i­ta la Garde­sana ori­en­tale mio non­no acquistò una grande par­ti­ta di piante. Era un lavoro fati­coso per­ché bisog­na­va tagliar­le e preparare le assi che si pos­sono invece trovare già pronte. Oggi gli olivi del Gar­da sono pro­tet­ti e non si pos­sono abbattere.»Lei, quan­do è mor­to , ave­va ven­tidue anni. Che cosa ricor­da di quel periodo?«Non molto. Ram­men­to che mi sono con­geda­to pro­prio nel giorno in cui è mor­to d’Annunzio. Il peri­o­do dan­nun­ziano è sta­to quel­lo del­la mia giovinez­za; era un altro mon­do. Mio zio, Giambat­tista Bri­ar­a­va, det­to Noni, fratel­lo di mia mam­ma, era il mari­naio di d’Annunzio. Era lui che pilota­va il MAS, ormeg­gia­to alla Torre San Mar­co, quan­do il poeta desider­a­va uscire sul lago; lo guidò anche quan­do uscì con Mus­soli­ni: conser­vo anco­ra la ! Con mio cug­i­no Enri­co, che ave­va più o meno la mia età, anda­vo spes­so a fare il bag­no alla Torre San Mar­co: era un priv­i­le­gio.» Il cal­en­dario patro­ci­na­to dal­la , e real­iz­za­to nel 2006 da una ban­ca, si apre a gen­naio con la sua fotografia. Lei è forse il più vec­chio arti­giano del leg­no d’olivo del­la Lombardia?«Non lo so. E’ prob­a­bile: ho com­pi­u­to pro­prio quest’anno i novant’anni. Mi han­no fotografa­to l’anno scor­so, in autun­no, quan­do una del­egazione di arti­giani scozze­si del leg­no, accom­pa­g­nati da una gui­da, sono venu­ti a vis­itare il mio laboratorio.»Alcune maestre por­tano le sco­laresche in visi­ta alla sua bot­te­ga… «Qualche vol­ta. L’anno scor­so, in mag­gio, sono venu­ti gli sco­lari del­la quin­ta ele­mentare di Pueg­na­go. Han­no scat­ta­to anche delle fotografie e han­no cre­ato un pic­co­lo album – che mi han­no poi regala­to – aper­to dalle immag­i­ni dell’antica ruo­ta sul tor­rente Bar­bara­no che face­va girare il tornio gra­zie alle cinghie di trasmis­sione. Mio nipote Mar­co ha illus­tra­to loro come si lavo­ra il leg­no d’olivo. Mi sem­bra che siano rimasti affas­ci­nati dal­la nos­tra bottega…»Lei crea anche delle sculture…«Il leg­no d’olivo, nelle sue belle forme, si pres­ta a creare ogget­ti di fan­ta­sia che pos­sono essere uti­liz­za­ti come portafrut­ta o portafiori. Ho anche real­iz­za­to delle renne, dei pre­sepi: la fan­ta­sia non manca».I Keller lavo­ra­no il leg­no d’olivo da oltre un sec­o­lo. Edoar­do, il capos­tip­ite, dopo aver istru­ito per ben 18 anni i gio­vani di Bel­la­gio, sul lago di Como, «nel­la sua rino­ma­ta indus­tria in ogget­ti d’o­li­vo, d’in­tar­sio e mosaico», di cui era mae­stro, si trasferì a Gar­done Riv­iera impiantan­dovi «la sua ele­gante e dif­fi­cile indus­tria» – si legge in un gior­nale d’inizio Nove­cen­to –, apren­dovi un negozio. E fu pre­sente con ogget­ti del­la pro­pria bot­te­ga all’E­s­po­sizione bres­ciana del 1904, otte­nen­do pres­ti­giosi riconosci­men­ti. Oggi il lab­o­ra­to­rio, sito alle porte di Gar­done, è anco­ra con­tin­u­a­to dal nipote Clementi­no, novant’anni assai lucidi.I Keller con orig­i­ni nel­la Svizzera tedesca, era­no cotonieri assai noti e quo­tati in Italia. All’ingresso dell’abitazione di Bar­bara­no si può anco­ra vedere il loro stem­ma: un caprone in azzur­ro nel mez­zo di un cam­po dorato.Nel 1900, per neces­sità famil­iari, Edoar­do approdò, dunque, sulle rive garde­sane, a Gar­done Riv­iera, all’epoca local­ità di cura mit­teleu­ro­pea assai rino­ma­ta, e divenne subito noto per la lavo­razione del leg­no d’olivo. L’albero buono ha gen­er­a­to buoni frut­ti e da ben cinque gen­er­azioni dal­la bot­te­ga lab­o­ra­to­rio dei Keller con­tin­u­ano a uscire ogget­ti non solo utili per gli usi quo­tid­i­ani, ma anche di pre­gio artis­ti­co. Nel­la casa di via Seri­o­la si lavo­ra all’ininterrotto rumore dell’acqua del tor­rente Bar­bara­no, prob­a­bil­mente dal nome dell’antichissimo pro­pri­etario romano, un «bar­barus», straniero per i lati­ni, cioè non gre­co né romano, ma per­siano o fri­gio. Nelle botteghe–laboratorio colpis­cono il pit­toresco insieme di arne­si e di ogget­ti e le cat­a­ste di pre­gia­to leg­no d’ulivo utile per il lavoro ed anche quelle dei cep­pi per ali­menta­re il caminet­to. Assai curiosa la ruo­ta idrauli­ca che non met­te­va in azione le macine di un muli­no o il martel­let­to di un maglio che con­sen­ti­va la lavo­razione del fer­ro, ma ser­vi­va a muo­vere il tornio. L’acqua, infat­ti, face­va girare velo­ce­mente le pale del­la ruo­ta e medi­ante cinghie di trasmis­sione atti­va­va le attrez­za­ture che per­me­t­te­vano all’artigiano–artista di real­iz­zare ogget­ti di pre­gio che si ammi­ra­no nel­la stan­za espo­sizione. Il vol­gere dei tem­pi han­no fat­to dell’antica ruo­ta un ogget­to da . Non è più la diret­ta ener­gia dell’acqua, infat­ti, che con­sente oggi di lavo­rare al tornio, ma quel­la elet­tri­ca. Clementi­no Keller non dis­pera che l’impresa di famiglia pos­sa essere con­tin­u­a­ta dal­la quin­ta gen­er­azione. Rac­con­ta, infat­ti, che uno degli ulti­mi nipoti, Manuel, già trentenne, occu­pa­to in altro lavoro, gli ha recen­te­mente chiesto un pez­zo di leg­no. E con sua sor­pre­sa ha cre­ato in poco tem­po una pic­co­la scul­tura. Com­men­ta Clementi­no: «Chi nas de soc i sént de legn!».a.m.