Beppe Pighi, tra i primi esploratori della sequenza vertiginosa di «salti», è indignato. Come Marco Elthai, guida alpina attiva nella zona Vajo dell’Orsadeturpatodai vandali

La cattedrale è sfregiata

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Di Luca Delpozzo
Paolo Mozzo

La cat­te­drale è sfre­gia­ta. Scritte, sim­boli e graf­fi­ti, su alcu­ni dei «salti» del Vajo dell’Orsa, lun­ga inci­sione glaciale che dal ver­sante ori­en­tale del scende ver­so la Val­dadi­ge. «È come entrare in San Pietro, a Roma e vedere il Mosè di Michelan­ge­lo detur­pa­to»: Beppe Pighi, alpin­ista e un po’ sco­pri­tore e «papà» di quel­lo che ormai è un clas­si­co del «canyon­ing» nazionale, è arrab­bi­a­to. Molto: «Van­dali e tut­to som­ma­to imbe­cil­li». È un uomo mite ma di quel­la «scul­tura div­ina» è innamora­to. E come tale reagisce all’insulto.Le scritte van­no dal clas­si­co cuore con iniziali, alla croce celti­ca alle «sce­men­ze più ordi­nar­ie» che si leg­gono ovunque sui muri delle cit­tà. «Ma quelle pareti non sono pietre qualunque», pros­egue Pighi. Lun­go il vajo il ghi­ac­ciaio, in epoca remo­ta, ha sca­v­a­to la trac­cia, model­la­ta e lis­ci­a­ta dall’acqua nei mil­len­ni a seguire. L’«Orsa», come la chia­mano gli appas­sion­ati di tor­ren­tismo, è un mira­co­lo di mar­mitte, scivoli, «tobo­ga» nat­u­rali, cenge scol­pite dal­lo scor­rere del tor­rente sul fon­do; un eco­sis­tema del­i­ca­to che include anfibi e pesci. «Si scende con “tiri” di cor­da lun­go i salti, cer­can­do di non dis­tur­bare, di non las­cia­re la min­i­ma trac­cia del pas­sag­gio». Le uniche orme vis­i­bili dell’uomo sono gli ancor­ag­gi, fis­sati nei pun­ti cru­ciali per evitare il pro­lif­er­are di chio­di e garan­tire la sicurez­za lun­go un per­cor­so che può essere un’esperienza indi­men­ti­ca­bile o una trap­po­la mor­tale. «Ne ho viste di tut­ti i col­ori, lag­giù», inter­viene Mar­co Elthai, respon­s­abile di «X‑Mountain — guide alpine» per il canyonig. Il Vajo dell’Orsa è infat­ti un per­cor­so tra i più amati dagli appas­sion­ati del genere, un mis­to di alpin­is­mo e spele­olo­gia. Forse trop­po apprezzato.«Tanti grup­pi spon­tanei, che scen­dono sen­za sicurez­za e, a quan­to pare, anche sen­za rispet­to», con­fer­ma il pro­fes­sion­ista del­la mon­tagna. Un insul­to, quel­lo alla «cat­te­drale» nat­u­rale del Bal­do, che gli pesa di più, negli stes­si giorni in cui Ste­fano Zav­ka, suo col­le­ga e col­lab­o­ra­tore, è ormai una delle decine di vit­time del K2. Pighi è severo: «Le guide alpine han­no la pro­fes­sion­al­ità e la capac­ità di garan­tire la sicurez­za, il rispet­to dell’ambiente. Ma il guaio sono i grup­pi com­mer­ciali, spes­so legati a realtà tur­is­tiche del vici­no Gar­da, che por­tano giù famiglie intere come sac­chi di patate, gente che spes­so non ha mai indos­sato un’imbragatura. O pre­sun­ti alpin­isti esper­ti che si improvvisano capo gita per gli ami­ci.… ormai scen­dono in tan­ti. Se suc­cede qual­cosa, poi, sarà qual­cun altro a dover rischiare». Soc­cor­so alpino, guide, volon­tari di : è già suc­ces­so e «può suc­cedere ogni volta».Quest’anno la rel­a­ti­va caren­za di acqua nelle forre e nei laghet­ti ai pie­di dei «salti» rende rel­a­ti­va­mente facile la disce­sa. «Qual­cuno può pen­sare che “l’Orsa” sia un par­co diver­ti­men­ti come quel­li del­la vic­i­na riv­iera. Gri­dano, schia­maz­zano, si but­tano nelle pozze sen­za sapere quale ne sia la reale pro­fon­dità, rischi­an­do la vita pro­pria e ipote­can­do anche quel­la di altri. E adesso ci scrivono pure le loro c.…», si indig­nano Elthai e Pighi.Quella cat­te­drale chiede rispet­to, ogni canyon ha un nome: «La valle delle Pis­sotte», «l’Orsa», il« Fos­sile», «del bosco», «del­la for­ra di brenti­no». «È gius­to andare lag­giù, è un’esperienza indi­men­ti­ca­bile», ammette Pighi. «Ma c’è dif­feren­za tra l’“assalto” e la disce­sa ragion­a­ta, di chi sa apprez­zare e rispettare; quel­la costruzione di Madre Natu­ra non è il luo­go per il briv­i­do di una domeni­ca diver­sa». Briv­i­do che, aggiunge Elthai, «può essere fatale se oltrepas­sa il lim­ite del­la sicurezza».

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