La festa de la nèdra

Di Redazione
Alberto Rigoni - Rigù

Si cel­e­bra la pri­ma domeni­ca di set­tem­bre per la ricor­ren­za del patrono del­la Chiesa ded­i­ca­ta a S. Gio­van­ni Decol­la­to del 29 agos­to nel popoloso quartiere di Cap­o­later­ra a Desen­zano.

La pro­ces­sione del­la domeni­ca mat­ti­na, in quei tem­pi era un dovere uni­to anche all’orgoglio di parte­ci­parvi con tut­ta la gente del rione.

I por­toni, le finestre, i davan­za­li prospici­en­ti alle strade del­la Pro­ces­sione era­no addob­bati con drap­pi, qua­si broc­cati, che alla sera si esalta­vano in una lumi­nar­ia prepara­ta con pas­sione e lavoro di qualche giorno fat­ta da un leg­gero impas­to di cre­ta sui quali veni­vano inser­i­ti dei gus­ci di lumaca, migli­a­ia di gus­ci mes­si via per tut­to l’anno, appos­ta per quegli addob­bi, dopo aver man­gia­to le lumache fat­te “ a tòcio, co le spinase”, con alcune fette di polen­ta, fette tagli­ate con “la ref” e cioè un sem­plice filo di refe lega­to al man­i­co de “l’ass de la polen­ta”.

Nei gus­ci veni­va mes­so dell’olio ed un pic­co­lo stop­pino, ed alla sera veni­vano acce­si.

Era sug­ges­ti­vo ved­er­li, ma ancor di più era bel­lo ril­e­vare l’impegno di tut­ta le gente del­la Con­tra­da per ques­ta fes­ta, e chi vi scrive era un bim­bo di quel­la Con­tra­da, lieto oggi di rac­con­tare.

Per la ricor­ren­za, che in cam­pagna era pure quel­la di “San Gioanì dei fich” (San Gio­van­ni­no dei fichi) nel­la vic­i­na Castel­ven­za­go, era cos­tume e rispet­toso dovere che i bifolchi delle cam­pagne i cui padroni era­no nel­la Cap­o­later­ra, por­tassero i doni che la cam­pagna e le cascine ave­vano in quel momen­to: fichi ovvi­a­mente, pol­lame ma soprat­tut­to le ani­tre; all­e­vate apposi­ta­mente per quel­la fes­ta. Anche i bal­coni e le vetrine dei negozi: macel­lerie, salumerie, for­nai oppor­tu­na­mente infio­rati com­ponevano scenette con ani­tre impagli­ate

Ques­ta, ora, la sto­ria.

Accadde che uno dei bifolchi recan­do i ces­ti e le ani­tre, ben tenute pri­ma sull’aia e poi strette con le zampe legate, bat­ten­do alla por­ta nel suo dovere di con­seg­nare il tut­to pri­ma del­la fes­ta non abbia incon­tra­to il padrone per più di una vol­ta, prob­a­bil­mente era un bifol­co meno servile degli altri poiché, incol­ler­i­to, decide­va di trat­tenere per sé i fichi e le ani­tre.

E peg­gio in aggiun­ta, per­ché dopo aver tira­to il col­lo e poi arros­ti­to e man­gia­to l’anitra si è reca­to di nuo­vo di fronte alla casa del padrone e, sul por­tone, con due sane martel­late inchio­da­va bec­co e zampe dell’anitra.

Non si conoscono le reazioni a quel gesto, non sono arrivate notizie fino ad ora, ma è lecito pen­sare che la fes­ta dove­va comunque essere cel­e­bra­ta, e piano piano, quel gesto di riv­ol­ta (che potrebbe, invece, essere sta­to un alle­gro momen­to di fes­ta) è ancor oggi gus­tosa­mente ricorda­to e fes­teggia­to.

Ne è pure nata una can­zonci­na alle­gra che viene anco­ra can­ta­ta in coro dopo qualche buon bic­chiere di vino.

Ques­ta face­va pres­s­ap­poco così:

E chi ha man­gia­to il bec­co dell’anitraaa?
E l’ho man­gia­to io!
e poi ripetu­to
Vien con me a man­gia­re il bec­co dell’anitra!
e giù bic­chieri fino a notte,
e zó bici­er, e zó bici­er, e zó bici­er,
e zó bici­er… de chel bù

tan­to che si sen­ti­va tut­ta la notte e fino al tardis­si­mo rien­tro, ondeg­giante per le gambe, ormai malferme.

La fes­ta era molto segui­ta e vis­su­ta fino al 1965/70, era una tes­ti­mo­ni­an­za di iden­ti­fi­cazione popo­lare lega­ta ad un rione ed alla sua Chiesa (divenu­ta Par­roc­chia solo nell’anno 1965) fes­ta sen­ti­ta e molto vis­su­ta.

Sig­nifi­ca­va una atten­ta e vis­su­ta parte­ci­pazione; ora è solo un retag­gio, ma per molti un ricor­do ben vis­su­to, ora vit­ti­ma di sta­gioni asse­di­ate da mes­sag­gi di altro tipo, ma viene effet­tua­ta con dis­cre­to suc­ces­so preva­len­te­mente tur­is­ti­co.

da i quaderni del Rigù