Un’inchiesta del laboratorio Spazio Donna sulla tragedia che aveva colpito il Polesine

La grande alluvione cinquant’anni dopo: i testimoni ricordano

12/04/2001 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Flavio Marcolini

A cinquant’anni dal­la trage­dia causa­ta dall’alluvione nel Pole­sine, il lab­o­ra­to­rio Spazio Don­na di Ponte San Mar­co ha con­dot­to una inchi­es­ta su tes­ti­moni di quell’epoca per sapere cosa ricor­dassero, ponen­do i fat­ti allo­ra accadu­ti in relazione con quan­to avvenu­to nel mese di novem­bre scor­so nelle zone del Piemonte, del­la Lig­uria e del­la Lom­bar­dia. La ricer­ca­trice Anna Pasquali­ni ha inter­vis­ta­to diverse donne che, per un moti­vo o per l’altro, con­ser­vano memo­ria di quei lon­tani fat­ti. «Matilde era una bim­bet­ta di 9 anni e abita­va a Ghe­di — esor­disce Anna Pasquali­ni nel­la espo­sizione del­la sua inchi­es­ta, che tra l’altro è sta­ta ospi­ta­ta nell’ultimo numero di “Infor­manziani” (l’allegato per la terza età del peri­od­i­co dell’amministrazione comu­nale di Cal­ci­na­to) -. La sua casa era vic­i­na alla scuo­la, così potè vedere e vivere quei giorni facen­dosi coin­vol­gere emo­ti­va­mente. Ricor­da che l’edificio sco­las­ti­co fu adibito a ricovero per le dis­grazi­ate famiglie che ave­vano per­so tut­ti i loro averi nel­la piena. Matilde ricor­da anche la mam­ma, quan­do chi­amò attorno a sé i sette figli e disse loro di andare a scegliere fra i gio­cat­toli e gli abiti un pez­zo cias­cuno da donare ai pic­coli col­pi­ti dall’alluvione». La famiglia di Matilde diede ospi­tal­ità ad una bim­ba, anche lei di 9 anni. Le mamme degli allu­vionati prepar­a­vano da man­gia­re usan­do la cuci­na del­la scuo­la. «Un brut­to giorno Matilde si ammalò e anco­ra oggi ricor­da con ram­mari­co di avere vis­su­to il suo forza­to allon­tana­men­to dal­la scuo­la con dispi­acere, per­ché non ave­va più modo di vedere la nuo­va amichet­ta. Parec­chi allu­vionati si sta­bilirono nel ter­ri­to­rio, trovan­do accoglien­za e lavoro, poten­do così ricostru­ire la pro­pria vita». Un’altra tes­ti­mone di quei giorni è Anna. «Nel 1951 ave­va vent’anni e nell’estate di quell’anno ave­va conosci­u­to un ragaz­zo del quale si era innamora­ta subito. I loro incon­tri si pro­trassero oltre il peri­o­do delle vacanze, si incon­tra­vano sovente e ave­vano una infinità di cose da dirsi. In Anna il sen­ti­men­to crebbe sem­pre più finché, improvvisa­mente, nel mese di novem­bre, il gio­vane non si fece più vedere. La delu­sione fu grande e insp­ie­ga­bile. Repri­men­do sospiri e lacrime, Anna decise di non pen­sar­ci più. Trascorse novem­bre. Si sta­va avvic­i­nan­do quan­do il gio­van­ot­to riap­parve. Con aria imbaraz­za­ta com­in­ciò a spie­gare il moti­vo del­la sua lun­ga assen­za: era sta­to in Pole­sine con il suo prin­ci­pale. Chiese ad Anna di per­donarlo. Anna — sot­to­lin­ea la ricer­ca­trice — rispose di sì imme­di­ata­mente. Sono moglie e mar­i­to da 44 anni». La ricer­ca si con­clude con la tes­ti­mo­ni­an­za di Lidia, che meri­ta un par­ti­co­lare riguar­do. «Ho fat­i­ca­to a strap­par­le le parole. Era evi­dente che il ricor­do la face­va sof­frire anco­ra. Dice di avere sem­pre den­tro di sé il mug­ghiare dell’acqua che avan­za­va travol­gen­do tut­to. Ave­va cir­ca 11 anni, abita­va a Con­ta­ri­na, Rovi­go, in una casa a due piani. Il piano infe­ri­ore fu inva­so com­ple­ta­mente dall’acqua e, quan­do ques­ta si ritirò, las­ciò dietro di sé più di mez­zo metro di fan­go mel­moso e puz­zo­lente, a causa del­la gran quan­tità di ani­mali mor­ti annegati». Lidia ricor­da la gente accam­pa­ta sug­li argi­ni e altra gente che, osti­nata­mente, resta­va rinchiusa nelle case per difend­ere quel poco che era rimas­to. «Con una sua ami­ca anda­va in bar­ca di casa in casa a pren­dere le ordi­nazioni per i riforn­i­men­ti. Non si ren­de­va con­to del peri­co­lo, era come un gio­co, era ecc­i­tante rius­cire a gov­ernare la bar­ca in mez­zo al fiume impetu­oso. Lo stes­so fiume che trasci­na­va ver­so il mare car­casse di ani­mali. Passò il Natale. Lidia non ha volu­to dir­mi come, deve essere sta­to un Natale molto triste. Il 2 gen­naio 1952 spedirono lei e altri bam­bi­ni in colo­nia a Cese­n­ati­co. Arrivò la Befana e portò loro dei vesti­ti. Lidia scrisse una let­tera a suo padre rac­con­tan­dogli dei regali e di come vive­va in colo­nia. Suo padre non tralas­ci­a­va mai di ricor­dar­le quan­to dove­vano essere grati alle per­sone che la ospi­ta­vano. Lidia affer­ma che la sol­i­da­ri­età fu spon­tanea e gen­erosa». Bologna, Tori­no, Novara, furono le cit­tà che aiu­tarono mag­gior­mente gli allu­vionati. Ma il paese di Lidia non fu più ricostru­ito. «Per­ché i costi era­no trop­po elevati».

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