Un curioso volume di Oreste Cagno. Ambulanti-donne, vendevano oggetti di legno

La grande fatica delle Palere

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Di Luca Delpozzo
se.za.

La ricer­ca di Oreste Cagno, inti­to­la­ta «Sto­rie garde­sane», stam­pa­ta da Grafi­ca di Arco e dif­fusa in questi giorni, pro­pone tante curiosità sul ter­ri­to­rio dell’Alto Gar­da. L’inizio è ris­er­va­to all’eremo di San Gior­gio in Varo­lo, local­ità Pra­to del­la Fame, Tig­nale, sca­v­a­to nel­la roc­cia, com­pos­to da una chieset­ta e da sette celle, raso al suo­lo nel 1929–31, durante la costruzione del­la stra­da 45 bis. Alcu­ni lo riten­gono la base dei frances­cani. Attra­ver­so una serie di con­sid­er­azioni, Cagno sostiene che si trat­ta­va invece di un luo­go uti­liz­za­to per gli eser­cizi spir­i­tu­ali, e che i frati vivessero a Gargnano, nel pri­mo con­ven­to aper­to sul Gar­da. Una pre­sen­za det­ta­ta sia dal deside­rio di evan­ge­liz­zare la gente che da final­ità eco­nomiche (intro­duzione dell’agrumicoltura).Poi è la vol­ta del car­buner del­la Valvesti­no, «un artista, il pos­ses­sore di antichi seg­reti tra­man­dati nei sec­oli, e che oggi si sono spen­ti per sem­pre». Il lavoro con­siste nel dom­inare il fuo­co, plas­man­dogli addos­so la ter­ra, pri­ma che il leg­no divampi. I rami e i tronchi d’albero, sis­temati su una cat­a­s­ta, veni­vano trasfor­mati in car­bone, in gior­nate piene di fumo, fred­do e fame (le tre effe).C’è la sto­ria delle palere, gio­vani ambu­lan­ti tren­tine, venete o friu­lane che arriva­vano in pri­mav­era, come le ron­di­ni. Le spalle pie­gate dalle ger­le colme di arti­coli arti­gianali (zoc­coli, forchet­toni per cucinare, cuc­chi­ai di leg­no), attra­ver­sa­vano a pie­di un paese dopo l’altro. Infagot­tate in ampi abiti, si adat­ta­vano a dormire nei fie­nili, nei prati o sot­to i pon­ti. Tal­vol­ta por­ta­vano a tra­col­la delle cas­sette rip­i­ene di mer­cerie (fili, gomi­toli, spille, col­la­nine). E vende­vano alle comari i loro man­u­fat­ti. Ma nel libro c’è pure un cen­no alle donne che giungevano da lon­tano, e si fer­ma­vano alcu­ni mesi, per sten­dere il fila­to di lino sulle spi­agge. A Salò il ricor­do è affida­to a via «Cure del lino», la stra­da che corre par­al­lela tra il lago e viale Landi.Adesso il lago è ter­ra di tur­isti. Ma in pas­sato, fino a tut­to il Set­te­cen­to, gli statu­ti comu­nali equipar­a­vano «i forestieri agli orfani, ai minori, alle vedove e alle per­sone mis­er­abili». Soltan­to gli abi­tan­ti di una deter­mi­na­ta zona pote­vano votare, essere elet­ti e diventare pro­pri­etari di campi, boschi, mon­tagne, pas­coli, mal­ghe. Nes­suno vede­va di buon occhio l’arrivo di altre famiglie, che, per acquisire gli stes­si dirit­ti e doveri degli «orig­i­nari», dove­vano atten­dere almeno 10 anni (in alcu­ni casi addirit­tura 50), e pagare una con­grua som­ma di denaro, a tito­lo di tas­sa di ingresso.Cagno, che ave­va già pub­bli­ca­to «Cen­to zec­chi­ni per un piat­to di polen­ta» e «Il lino nell’Alto Gar­da bres­ciano», par­la poi del­la flot­tiglia del lago, che, durante il reg­no d’Italia napoleon­i­co, ave­va la sede a Mal­ce­sine, trasferi­ta quin­di a Salò (durante la terza guer­ra di indipen­den­za, nel 1866), a Peschiera (agli inizi del sec­o­lo) e a Mader­no, dopo la grande guer­ra del 1915–18. E anco­ra, in un bal­zo con­tin­uo da un paese all’altro, le righe ded­i­cate alla petizione degli abi­tan­ti di Navaz­zo per la sis­temazione del­la piaz­za (nel 1860), alla grande cartiera di Toscolano costru­i­ta «incon­sapevol­mente» sulle rovine del­la (1905–06), ai volon­tari garibal­di­ni, all’esattore delle imposte che anda­va nelle case, alla Mag­nifi­ca Patria, alla Repub­bli­ca sociale ital­iana di Ben­i­to Mussolini.Un viag­gio nel tem­po, tra uomi­ni e avven­i­men­ti, conosciu­ti e no. Una ricer­ca che Gio­van­ni Pietro Maz­za, pres­i­dente del­la di Mag­a­sa, definisce «un lavoro cer­tosi­no, un esem­pio di pas­sione e dedi­zione per il nos­tro bel­lis­si­mo ter­ri­to­rio».

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