La leggenda racconta che un contadino la rivoltò per trovare soldi e oro ma restò con un palmo di naso. Un’altra storia legata al masso erratico dice che ogni notte scende al Mincio per bere

La «piera» di Valsegrida nasconde un tesoro

28/03/2001 in Leggende
Di Luca Delpozzo
Ernesto Barbieri

Da stupire. Il ciot­tolone qua­ter­nario, scivola­to in epoche remote dall’Adamello, noto come «piera de Valseg­ri­da», ha una sto­ria sug­ges­ti­va alle spalle. Il mas­so è pro­tag­o­nista di una bel­lis­si­ma leggen­da che par­la addirit­tura di un tesoro. Valseg­ri­da, o «valle-dove-si gri­da», è così chia­ma­ta per­chè resa famosa dall’eco. La local­ità si rag­giunge sul­la stra­da Valeg­gio-Solferi­no, appe­na pas­sato il Ponte Vis­con­teo, imboc­can­do l’Erta Cav­al­lara, oppure la Stra­da del Monte. La “piera” (si trat­ta di un mas­so errati­co di pro­porzioni gigan­tesche) misura cinque metri di lunghez­za, due e mez­zo di larghez­za ed è alta un metro e mez­zo. Un tem­po, nar­ra la leggen­da, por­ta­va scrit­to in carat­teri lap­i­dari «Se mi volterai — il tesoro tro­verai». Un con­tadi­no incu­rios­i­to fece ogni sfor­zo con leve e pun­tel­li per rib­al­tar­la e, alla fine, ci riuscì, ma l’altra fac­cia lo sbef­feg­giò con ques­ta sec­on­da scrit­ta: «Bene faces­ti — Le coste mi dol­e­vano!». Pure qui in Valseg­ri­da tro­vi­amo un’altra leggen­da lega­ta al mega­l­i­to. Nar­ra la sto­ria che la «piera de Valseg­ri­da», bal­lon­zolan­do, va tutte le not­ti a dis­se­tar­si al vici­no fiume. La leggen­da venne rin­verdi­ta quan­do i man­to­vani scav­arono il Canal Vir­gilio con «pico, badil e scar­i­olan­ti»; allo­ra venne get­ta­ta sul canale una passerel­la in cal­ces­truz­zo per unire due strade campestri. Ma la gente del luo­go pen­sò subito che il pon­ti­cel­lo fos­se sta­to costru­ito per dar modo alla «piera» d’andare a bere l’acqua del Min­cio. Valseg­ri­da, meta degli antichi amori valeg­giani, viene cel­e­bra­ta nei «Can­ti di Cele» da Umber­to Zerbinati: «O Valseg­ri­da, pic­ci­na e roton­da — di là del fiume tra due col­li ombrosi!… Novan­ta aurore in quel­la val sec­re­ta! — novan­ta sog­ni bel­li io sognerei, — tu la mia fata e questo il tuo poeta, mil­len­o­van­ta baci ti darei…». La lir­i­ca si tro­va nel vol­umet­to «Dietro il filare» pub­bli­ca­to a Verona nel 1906 (è a pag­i­na 33). Valseg­ri­da ci nar­ra anche una dolente sto­ria di munizioni e di por­cilaie; eppure la valle del gri­do andrebbe mag­gior­mente pro­tet­ta. Pen­sate, qui fior­isce la gines­tra, il fiore del Vesuv io che Gia­co­mo Leop­ar­di, il grande poeta, can­tò in un suo carme.