Un maestro (allora bambino) racconta

La sera che Pippo bombardò l’Angelo. Era il 21 aprile del 1945

25/04/2001 in Storia
Di Luca Delpozzo

La con­traerea tedesca dell’Uselara di monte Ogheri, mira­to il ricog­n­i­tore inglese a bas­sa quo­ta nel­la valle del Min­cio, aperse il fuo­co; il «de Hav­il­land Mos­qui­to» (meglio noto col nome di «Pip­po»), vis­tosi inse­gui­to dalle trac­cianti del­la mitragliera teu­ton­i­ca, passò a volo radente su Valeg­gio sgan­cian­do tre bombe. Un fin­i­mon­do. Seguirono tre for­ti esplo­sioni alla Crosagna di via Ita­lo Bal­bo. Gli ordig­ni cen­trarono: lo stal­lo dell’Albergo all’Angelo (oggi Angel Bar), la casa di Titari Benaglia, il cor­tile del­la sig­no­ra Luciana Fres­chi­ni. Vi furono dan­ni e fer­i­ti, nes­sun mor­to. Era­no le 9 di sera del 21 aprile 1945. Il mae­stro Ernesto Bar­bi­eri allo­ra por­ta­va i cal­zoni cor­ti e pochi istan­ti pri­ma del bom­bar­da­men­to aereo sta­va dis­eg­nan­do sul tavo­lo di cuci­na il diavo­lo in per­sona con tan­to di cor­na e bar­bet­ta infer­nale. «Mia madre Ida Gar­du­mo in Bar­bi­eri», rac­con­ta con vivace fres­chez­za dopo tan­ti anni, «mi rim­proverò dicen­do­mi: «Ghet altro da dis­eg­nar?. Non fece in tem­po a finire la frase che «Pip­po» rumoreg­giò a bas­sa quo­ta sgan­cian­do le bombe. D’istinto abban­don­ai il dis­eg­no rifu­gian­do­mi nel sot­toscala, dove sen­tii la sec­on­da esplo­sione che atter­rò la casa di Titari — dirimpet­to alla mia, che rimase sforac­chi­a­ta dalle schegge». «Vidi riem­pir­si il mio cor­tile di fuochi arti­fi­ciali di tut­ti i col­ori», riprende Bar­bi­eri. «Nes­suno dei miei era fer­i­to. E neanche il lat­toniere Titari, che pur pieno di spaven­to potè sal­var­si sot­to la maestà del­la por­ta d’ingresso». Una scheg­gia impazz­i­ta colpì al costa­to un aviere dei «Diavoli Rossi», a quell’ora già in bran­da nel vici­no Palaz­zo Guar­i­en­ti (se la caverà comunque) adibito a caser­ma. Sot­to il palaz­zo sta­va il rifu­gio, che Bar­bi­eri rag­giunse zop­pi­can­do in mez­zo alle mac­erie, vetri infran­ti, e fili del­la luce attor­cigliati per ter­ra. «Mi pre­sen­tai spaven­tatis­si­mo al cor­po di guardia», rac­con­ta anco­ra Bar­bi­eri. «Nel breve per­cor­so ave­vo per­du­to uno zoc­co­lo. «Qui c’è un fer­i­to!», disse l’aviere di piantone. «No — lo ras­si­cu­rai — ò pers en sùpel». Più tar­di a casa mia, venne anche il par­ti­giano Anto­nio Murari, che ci aiutò ad incol­lare la car­ta olea­ta alle finestre rimaste sen­za vetri, e per rin­cuo­rar­mi mi disse: «Valà Ernesti­no, fate cor­a­gio che da chi en pò l’è fini­da!». Povero Toni, era fini­ta per lui invece, per­ché il 24 aprile nel con­trastare un’autoblindo al Ver­ler, venne fal­ci­a­to dal­la mitraglia». È una micros­to­ria valeg­giana da non dimenticare.