Le firme, la teca, i quadri che amava e un grande desolante silenzio

La stanza «sospesa» del primo cittadino

11/01/2003 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Sergio Molinari

E’ dal 3 gen­naio del 2002 (quin­di da un anno) che la bel­la fir­ma svolaz­zante di Cesare Mal­ossi­ni cade ad altez­za d’ occhio di chi si pre­sen­ta alla por­ta del Munici­pio, in piaz­za Tre Novem­bre. Pri­ma non ci ave­va fat­to caso nes­suno, ma ora — appe­si su un foglio bian­co dietro la vetra­ta — quel nome, quel tim­bro con stem­ma del­la cit­tà e quel­la grafia, fan­no impres­sione. E’ l’an­nun­cio del servizio di Sta­to Civile mes­so sul­la por­ta del Comune per chi viene a bus­sare nei giorni di fes­ta e di chiusura. C’è il numero di reperi­bil­ità del­l’ad­det­to al servizio di sta­to civile per gli «affari urgen­ti». Urgen­ti come la reg­is­trazione di una nasci­ta o la denun­cia di una morte. Fir­ma­to: Cesare Mal­ossi­ni. Fa impres­sione e dà un sen­so di vuo­to e di pro­fon­da tristezza.Vuoto e triste è anche l’uf­fi­cio del sin­da­co con le finestre affac­ciate da un lato sul­la Torre Apponale e dal­l’al­tro sul por­to di piaz­za Cate­na. Per dovere d’uf­fi­cio, per le firme del­la buro­crazia, il vicesin­da­co Pietro Mat­teot­ti ci ha mes­so den­tro la sola magris­si­ma cartel­la del­la rou­tine quo­tid­i­ana. Ma va e viene il «vice»; non sta alla scriva­nia; preferisce starsene nel­l’an­ti­cam­era del­la seg­rete­ria, dove per­al­tro — par­liamo di ieri mat­ti­na — è anco­ra un andiriv­ieni di gente che chiede notizie da Verona. Notizie che in realtà già tut­ti conoscono in cuore.Dentro l’uf­fi­cio del sin­da­co, tut­to è rimas­to fer­mo come Cesare Mal­ossi­ni l’ave­va las­ci­a­to la sera di mart­edì, pri­ma di rac­cattare la relazione al bilan­cio e di recar­si, a pie­di, in Roc­ca: cam­mi­nan­do incon­tro al suo ulti­mo inter­ven­to da pri­mo cit­tadi­no e incon­tro, ignaro, ad un des­ti­no crudele e bef­far­do. Non ci sono cas­set­ti e arma­di chiusi a chi­ave nel­la stan­za del sin­da­co. Cesare Mal­ossi­ni, Mal­ossi­ni uomo ed ammin­is­tra­tore, non ave­va nul­la da nascon­dere. Sot­to la grande teca di pelle appog­gia­ta sul­la scriva­nia, ammon­tic­chiati come i fat­ti del­la vita, sfi­lano gli ulti­mi auguri rice­vu­ti a , le foto di un cit­tadi­no che era anda­to a protestare per le auto parcheg­giate davan­ti a casa, i bigli­et­ti da visi­ta, appun­ti con can­cel­la­ture, ritagli di gior­nale. Alle spalle la foto di Ciampi e un lun­go men­solone con le evi­den­ze: il piano rego­la­tore, il pro­gram­ma del­la coal­izione, le ultime relazioni delle delle soci­età comu­nali. Ben rip­ie­ga­ta sopra uno scaf­fale c’è la fas­cia tri­col­ore. A por­ta­ta di mano. Pronta per le cer­i­monie dove Mal­ossi­ni sves­ti­va le rughe e indos­sa­va il sor­riso: un mat­ri­mo­nio, la visi­ta di qualche ospite illus­tre, l’in­con­tro con un col­le­ga straniero. Nel­l’an­go­lo ver­so la Roc­chet­ta il lucidis­si­mo tavo­lo delle riu­nioni è solo uno scheletro sgom­bro. Tut­to sem­bra asson­na­to, stan­co e spen­to da un’as­sur­da atte­sa. Un’at­te­sa silen­ziosa. Come i pae­sag­gi rivani sbia­di­ti di Pizzi­ni, che il sin­da­co s’era fat­to portare dal . Adesso sem­bra­no las­tre di mute di mar­mo.

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