Un pezzo di storia rivana s'è chiusa con la fiera di S.Andrea.
Il locale è un'eredità di Baruffaldi

La trattoria Vittoria è al capolinea

10/12/2000 in Avvenimenti
Di Luca Delpozzo
g.ri.

Pezzi del­la Riva tradizionale che scom­paiono, pezzi che van­no in sof­fit­ta, oppure riman­gono sospe­si nel ricor­do. E’ il caso del­la vec­chia trat­to­ria Vit­to­ria di via Roma e via Dis­ci­pli­ni, di fronte al cin­e­ma Roma, che ha una sto­ria almeno sec­o­lare, des­ti­na­ta però a una brus­ca inter­ruzione, almeno quan­to a tradizioni: la trat­to­ria, lega­ta alla micros­to­ria rivana, agli alti-bassi sta­gion­ali, ha chiu­so i bat­ten­ti del­la sua attiv­ità i pri­mi di dicem­bre, o meglio han­no chiu­so l’at­tiv­ità i gestori.Ma il futuro è incer­to, e potrebbe ris­er­vare la sor­pre­sa del cam­bio del­l’at­tiv­ità, piut­tosto che la des­ti­nazione a locale pub­bli­co. Infat­ti lo sta­tus del­la trat­to­ria è del tut­to atipi­co, in quan­to non è di pro­pri­età pri­va­ta ma di un ente di assis­ten­za, il di Riva. La serie dei gestori era inizia­ta nell’ ulti­mo Otto­cen­to con la famiglia Grazi­oli, ma poi se ne è per­du­to il ricor­do negli anni del­la guer­ra, nonos­tante le cer­to­sine ricerche del mae­stro Vit­to­rio Grazi­oli, seg­re­tario del­l’Asi­lo per moltissi­mi anni. Nel sec­on­do dopoguer­ra il Vit­to­ria era sta­to affit­ta­to alla famiglia Ghi­di­ni, poi a Car­la Maroc­chi, pri­ma di pas­sare ai Miche­li­ni. Nel tem­po è cam­bi­a­ta anche la strut­tura del­la trat­to­ria, che negli anni Trenta pote­va con­tare su una per­go­la en plein air, poi cop­er­ta dal­la ristrut­turazione degli anni Ses­san­ta per farne un pic­co­lo alber­go del cen­tro stori­co, sem­pre a liv­el­lo famil­iare. Durante i lavori di ristrut­turazione del­l’Asi­lo, negli anni Ven­ti, ad opera del­l’ar­chitet­to Maroni, il Vit­to­ria ave­va ospi­ta­to lo stes­so Asi­lo. Una sto­ria intrec­cia­ta con l’Asi­lo, come ril­e­va il pres­i­dente Chi­et­ti­ni. Il locale con­fi­na­va con Casa Mut­ti, che era dota­ta a sua vol­ta di un cam­po boc­ce, fre­quen­ta­to dai cli­en­ti sia del Vit­to­ria che del­l’al­tra trat­to­ria su via Disciplini,“al Moro”.Insomma, un spac­ca­to di anti­ca vita rivana. L’ul­ti­ma ges­tione era inizia­ta nel 1985 con la sig­no­ra Maria Tere­sa Grot­to­lo, familiarmente“Mariesa”, e il mar­i­to Mar­i­ano come cuo­co. Le saraci­nesche del Vit­to­ria sono abbas­sate dai pri­mi di dicem­bre: infat­ti la fiera di S.Andrea si è por­ta­ta via non solo le con­suete ban­car­elle, ma anche la tradizionale cuci­na del Vittoria.“Niente di eccezionale — dice­va Mar­i­ano Miche­li­ni con la sua voce tuo­nante — solo i soli­ti caned­er­li, oppure le buone trippe ai gusti” I gusti delle trippe era­no un po’ la spe­cial­ità del Mar­i­ano, ed era­no sostanzial­mente tre: alla trenti­na, cioè in bro­do, alla parmi­giana, con il gus­toso sugo di pomodoro, alla fiorenti­na, lessate con aglio, sedano e cipol­la. Le trippe era­no un piat­to tipi­co di S.Andrea, men­tre meno“stagionali” era­no i funghi del­la casa, porci­ni, chio­di­ni e del sangue alla griglia. La sol­erte Anna a sec­on­da delle occa­sioni con­sigli­a­va cac­cia­gione in autun­no, capret­to nos­tra­no a Pasqua, sem­pre stran­go­lapreti e caned­er­li in bro­do. Una cuci­na alla casalin­ga, popo­laresca, alla por­ta­ta delle comi­tive di operai dei cantieri del cen­tro oppure dei marit­ti­ni del­la .Il clou del Vit­to­ria era comunque la Fiera di S.Andrea con i banchet­tari, che nel locale ave­vano il loro pun­to d’in­con­tro annuale.“Un locale alla buona, al modo del Canari­no, famil­iare e umano, sen­za alcu­na prete­sa”, era soli­to ripetere un cliente di vec­chissi­ma data, qua­si un record per il tur­is­mo rivano, il sign­or Dami­ano Bitet­to da Bari, che da oltre 60 anni lo fre­quen­ta­va, pri­ma con i suoi gen­i­tori, poi con i nipoti. Tra gli ospi­ti illus­tri, gli ebrei sefardi­ti, che si davano appun­ta­men­to una vol­ta l’an­no a Riva, oppure la“pasionaria” Eva Klotz con l’as­so­ci­azione Pin­ter. A mal­in­cuore, dopo alcu­ni anni d’in­certez­za, Mar­i­ano ha deciso di chi­ud­ere. Qualunque sia la futu­ra des­ti­nazione del Vit­to­ria, con lui si chi­ude un’epoca.Il locale è un’ered­ità di Baruf­faldi­Il com­pen­dio del­la trat­to­ria-alber­go Vit­to­ria fa parte del tes­ta­men­to del Podestà di Riva Lui­gi Anto­nio Baruf­fal­di. Al nome del­lo zio, don Car­lo, volle cos­ti­tui­ta una fon­dazione per ammalate povere e un’al­tra per sostenere l’Asi­lo infan­tile: appun­to l’ed­i­fi­cio del cen­tro stori­co, in via Dis­ci­pli­ni, com­pren­dente anche un cor­tile e la ter­raz­za. La trat­to­ria fa parte del lasc­i­to che, dopo la morte del Podestà nel 1905, viene intavola­to a favore dell’Asilo:“con l’onere di far cel­e­brare in per­petuo a San Roc­co ogni anno alle 8 di Pen­te­coste una Mes­sa” per don Car­lo Baruf­fal­di e lo stes­so Podestà. L’Asi­lo, sor­to nel 1878 per mer­i­to di un grup­po di rivani mece­nati, quali il Podestà Canel­la e i For­men­ti, ha così un vali­do sosteg­no dal Baruf­fal­di, che invero quan­to a filantro­pis­mo per la sua cit­tà ave­va fat­to moltissi­mo. Il lasc­i­to all’Asi­lo è comunque sogget­to a una clau­so­la: nel caso che la scuo­la rifi­u­tasse il lasc­i­to oppure ces­sasse le fun­zioni, il com­pen­dio del­la trat­to­ria andrebbe alla val Cave­dine e alle sue isti­tuzioni di ben­e­fi­cien­za, in quan­to lì don Car­lo eserci­ta­va le sue fun­zioni di par­ro­co. Lui­gi Anto­nio Baruf­fal­di ave­va a cuore non solo i mon­u­men­ti ma anche i bisogni.