Il testo completo del discorso del Presidente della Republica

La visita di Carlo Azeglio Ciampi a San Martino e Solferino

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Di Luca Delpozzo

«Cari cit­ta­di­ni di San Mar­ti­no e di Solferi­no, cari ragazzi delle scuole e delle Forze Armate. Il 4 Novem­bre, giorno dell’Unità Nazionale, cade quest’anno nel 140° anniver­sario dell’indipendenza del­la nos­tra Patria. Per questo sono venu­to su questi campi di Lom­bar­dia, dove si è com­bat­tuta una delle battaglie che han­no fonda­to la Nazione. Fu una battaglia duris­si­ma, san­guinosa. Dagli orrori di quel 24 giug­no 1859 nacque la Croce Rossa. A pochi chilometri da qui il fiore del­la gioven­tù piemon­tese, raf­forza­ta da volon­tari di tante par­ti d’Italia, si immolò per la causa del­la lib­ertà e dell’indipendenza ital­iana, insieme con migli­a­ia di sol­dati france­si. A tut­ti loro va anco­ra oggi la riconoscen­za del nos­tro popo­lo. Morirono anche migli­a­ia di sol­dati aus­triaci, gli avver­sari di allo­ra, con i quali oggi abbi­amo isti­tuzioni comu­ni, leg­gi comu­ni, una stes­sa mon­e­ta, gli stes­si con­fi­ni europei. Ho reso omag­gio alle loro sepol­ture. Ripen­si­amo ai nos­tri gio­vani di allo­ra. Che cosa li spinse a immag­inare, sognare l’idea dell’Italia uni­ta, a com­bat­tere per la lib­ertà, a par­tire volon­tari? Uomi­ni con sto­rie, prove­nien­ze diverse si trovarono a com­bat­tere per una stes­sa bandiera, dis­posti a rischiare tut­to pur di costru­ire l’Italia. Era una gen­er­azione di gio­vani piena di pas­sione. Pen­si­amo a Gof­fre­do Mameli, mor­to poco più che ven­tenne; ai mar­tiri di Belfiore, ai tan­ti che seguirono Garibal­di tra i Cac­cia­tori delle Alpi e lib­er­arono Varese, Como, Berg­amo. Mio non­no mater­no partì volon­tario, gio­vanis­si­mo, in quell’esercito piemon­tese. La pas­sione di quel­la gen­er­azione era arric­chi­ta dal sen­so di respon­s­abil­ità for­matosi sul­la conoscen­za del­la sto­ria e del­la nos­tra cul­tura. Ne sono tes­ti­mo­ni­an­za i tan­ti stu­den­ti uni­ver­si­tari che han­no com­bat­tuto e sono mor­ti — spes­so gui­dati dai loro pro­fes­sori — nelle guerre d’Indipendenza. Se il movi­men­to per la lib­ertà ital­iana non fu mai gret­ta­mente nazion­al­is­ti­co, la ragione va ricer­ca­ta nel­la loro for­mazione, nel loro bagaglio morale e cul­tur­ale, rac­chiu­so nelle opere di uno stuo­lo di scrit­tori, let­terati, pen­satori quali Alfieri, Fos­co­lo, Leop­ar­di, Man­zoni, Guer­razzi, Sil­vio Pel­li­co, Car­lo Cat­ta­neo, grande intel­let­tuale, stori­co, e al tem­po stes­so val­oroso coman­dante dei cit­ta­di­ni di nelle Cinque gior­nate. I patri­oti ital­iani furono cor­ag­giosi — mai vio­len­ti — per­ché ave­vano ide­ali. Era­no pron­ti a rischiare tut­to per il bene comune. Ricor­diamo altri nomi di quei pro­tag­o­nisti del Risorg­i­men­to: Fan­ti, Medici, Cosenz, Pisacane, La Fari­na; li acco­mu­na­va la con­sapev­olez­za che tut­to ciò che pote­vano fare per la “res pub­li­ca” dove­va essere real­iz­za­to nel tem­po loro dato dal des­ti­no, con tem­pes­tiv­ità, met­ten­do a frut­to ogni occa­sione. Ecco: il sen­so del tem­po, la capac­ità di decidere fu un’altra carat­ter­is­ti­ca che acco­munò D’Azeglio, Cavour, Garibal­di, Ric­a­s­oli, Vit­to­rio Emanuele e tan­ti altri. La Patria nacque nei loro cuori, nel loro modo di essere pri­ma anco­ra che sui campi di battaglia e nel Par­la­men­to. Essi furono una classe diri­gente ones­ta, dis­in­ter­es­sa­ta, dif­fusa in ogni cit­tà, in ogni paese, in ogni regione d’Italia. Per questo, le lib­ertà civili trovarono forme per real­iz­zarsi pro­gres­si­va­mente in un proces­so stori­co che si avvalse del­la diplo­mazia come dei moti popo­lari; ebbe bisog­no del­la guer­ra; venne arric­chi­to dai volon­tari di Garibal­di; tro­vò un momen­to fon­da­men­tale nei plebisc­i­ti e nel voto del Par­la­men­to. Cari ragazzi, stu­di­ate le sto­rie del­la gioven­tù di allo­ra, impara­te a conoscere i nomi, a ricostru­ire le let­ture e le azioni! Molto è vivo ancor oggi di quei val­ori: soprat­tut­to è vivo lo spir­i­to del nos­tro Risorg­i­men­to, fin dai moti del 1821. Il nos­tro inno nazionale ricor­da la lot­ta per la lib­ertà del popo­lo polac­co. Gli ide­ali di allo­ra han­no trova­to real­iz­zazione piena nel­la Cos­ti­tuzione repub­bli­cana. Solo la Cos­ti­tuzione del 1948 approva­ta da un’assemblea vota­ta a suf­fra­gio uni­ver­sale — maschile e fem­minile — ha inser­i­to i dirit­ti fon­da­men­tali del­la per­sona e del cit­tadi­no quale fon­da­men­to giuridi­co del­la “res pub­li­ca”. La pri­ma parte del­la Cos­ti­tuzione è la definizione stes­sa di Repub­li­ca, di un bene comune, di tut­ti e di cias­cuno. Non è un caso che i Padri Cos­tituen­ti, come sim­bo­lo di questo insieme di val­ori fon­da­men­tali, all’articolo 12, indi­carono il tri­col­ore ital­iano. Il tri­col­ore non è sem­plice inseg­na di Sta­to. È un ves­sil­lo di lib­ertà, di una lib­ertà con­quis­ta­ta da un popo­lo che si riconosce uni­to, che tro­va la sua iden­tità nei prin­cipi di fratel­lan­za, di uguaglian­za, di gius­tizia nei val­ori del­la pro­pria sto­ria e civiltà. Per questo adope­ri­amo­ci per­ché in ogni famiglia, in ogni casa ci sia un tri­col­ore, per tes­ti­mo­ni­are i sen­ti­men­ti che ci unis­cono, fin dai giorni del Risorg­i­men­to. Viva la nos­tra Patria. Viva l’Italia».

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