L’aratro del Lavagnone

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Di Redazione
Fabio Verardi

Tan­ti anni fa, due ami­ci più gran­di di me mi pro­pon­gono di fon­dare un Grup­po arche­o­logi­co. Io non sape­vo neanche cosa vol­e­va dire, ma ero curioso e così ques­ta avven­tu­ra è com­in­ci­a­ta. Dopo aver coin­volto anche altri, è com­in­ci­a­ta la for­mazione di base: la domeni­ca mat­ti­na, si anda­va in cam­pagna, a fare le ricerche di super­fi­cie. Si sceglie­va un cam­po ara­to ed erpi­ca­to e si cam­mi­na­va in lun­go e in largo, guardan­do il ter­reno in cer­ca di reper­ti che l’aratro ave­va ripor­ta­to in super­fi­cie. In genere, se erava­mo for­tu­nati, pote­vano essere fram­men­ti di selce o di ceram­i­ca che, una vol­ta lavati, ci veni­vano spie­gati dai più vec­chi.

Dopo qualche mese di ricerche, uno dei vec­chi dice che il mae­stro Rena­to Peri­ni (famoso arche­ol­o­go di Tren­to) vorrebbe/potrebbe venire a con­tin­uare uno sca­vo già aper­to al Lavagnone. Il dott. Richter, pres­i­dente dell’Azienda Autono­ma di Sog­giorno e Tur­is­mo, ben­e­mer­i­to e lungimi­rante, si dichiara subito pron­to a garan­tire le spese per l’alloggio, pres­so la Locan­da al Cac­cia­tore, per il Mae­stro e i suoi due assis­ten­ti.

Lo sca­vo durò due set­ti­mane, le ultime di giug­no del 1978.

L’ultimo giorno, men­tre ci stava­mo preparan­do a chi­ud­ere, dal fon­do del­lo sca­vo uscì un urlo di Ettore: “Mae­stro! G’ho troàt l’aratro!”. E infat­ti era così: ada­gia­to sul fon­do del­la palude, tra i pali delle palafitte, abban­do­na­to da cir­ca quat­tro­mi­la anni, con­ser­va­to dall’acqua tor­bosa; ave­va trova­to un mag­nifi­co ara­tro.

Non sape­va­mo anco­ra di aver assis­ti­to ad un momen­to stori­co. Si è saputo dopo che quel­lo che vede­va­mo là sot­to era l’aratro più anti­co del mon­do.

Non c’era tem­po per asportar­lo. Dunque, il Mae­stro diede dis­po­sizioni per rico­prir­lo adeguata­mente, per­ché si sarebbe con­ser­va­to meglio nel suo ambi­ente.

Una vol­ta tor­na­to a Tren­to, com­in­ciò l’iter per il restau­ro: accor­di con un lab­o­ra­to­rio di adegua­ta capac­ità, ricer­ca di fon­di ecc.. Poi, il nos­tro ara­tro è par­ti­to per iniziare la sua sec­on­da vita e, dopo più di dieci anni di cure, è tor­na­to a casa, ospi­ta­to in una bel­la vet­ri­na, in un con­testo deg­no del­la sua unic­ità in un real­iz­za­to per accoglier­lo.

La pri­ma cosa che ho capi­to, da quell’esperienza, è sta­ta che l’obiettivo dell’archeologia non è recu­per­are e collezionare ogget­ti abban­do­nati mil­len­ni fa, ma capire come vive­vano i nos­tri ante­nati.

A dis­tan­za di tan­ti anni, ho capi­to anche che siamo abit­uati a pen­sare al pas­sato in rap­por­to ai gran­di mon­u­men­ti (pirami­di, anfiteatri, palazzi) che era­no il risul­ta­to del lavoro di migli­a­ia di operai di cui non sap­pi­amo niente. Qui abbi­amo trova­to gli stru­men­ti di lavoro di gente sem­plice, che colti­va­va la ter­ra per procu­rar­si il pane: gente ingeg­nosa che ave­va scop­er­to il modo di fare meno fat­i­ca miglio­ran­do la resa delle colti­vazioni a van­tag­gio delle famiglie e del­la comu­nità.

Anni fa ho conosci­u­to un arche­ol­o­go inglese che sostene­va una teo­ria sin­go­lare: i palazzi mon­u­men­tali, le regge dei prin­cipi, le costruzioni com­p­lesse sono state costru­ite dai ric­chi gra­zie ai sac­ri­fi­ci dei poveri. I gran­di palazzi sono sta­ti pagati dal­la comu­nità per il ben­efi­cio di uno solo: con la costruzione dei pri­mi palazzi la gente ha com­in­ci­a­to a diventare più povera.

Ma al Lavagnone non c’erano palazzi: c’erano solo palafitte, stoviglie, attrezzi, resti di pas­to che doc­u­men­tano la vita sem­plice, oper­osa, cer­ta­mente dif­fi­cile e, per­ché no, felice di chi ci abita­va.

Quell’archeologo mi ave­va anche inseg­na­to un prover­bio inglese: “Il con­tadi­no non lavo­ra per suo figlio, ma per il figlio di suo figlio”. Questo atteggia­men­to è il frut­to di un’esperienza plurim­il­lenar­ia, di fatiche tra­man­date, inseg­na­men­ti che han­no orig­ine in tem­pi remoti, quan­do era già evi­dente che le risorse non sono infi­nite, e dovran­no bastare anche per le gen­er­azioni future. Lavo­ra la ter­ra rispet­tan­do la Ter­ra: quel che face­vano al Lavagnone.

 

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