Domani, 22 ottobre, solenne concelebrazione in santa Maria Assunta per i 25 anni dalla morte del decano benacense. Innovatore e tradizionalista negli anni difficili del Concilio Vaticano II

L’arcivescovo ricorda monsignor Bartoli

21/10/2003 in Attualità
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Di Luca Delpozzo

Toc­ca al suo vec­chio cap­pel­lano Lui­gi Bres­san, poi sal­i­to sul­la cat­te­dra di Vig­ilio, pre­siedere domani alle 18 in il rito solenne per i 25 anni dal­la morte di mon­sign­or Giuseppe Bar­toli. La pre­sen­za del­l’ar­civesco­vo unisce per­al­tro ai motivi pri­vati ed umani del­l’af­fet­to per il vec­chio pas­tore, il riconosci­men­to uffi­ciale del ruo­lo che mon­sign­or Bar­toli ebbe nel­la dio­ce­si trenti­na, come vice ret­tore e prefet­to del liceo del sem­i­nario pri­ma, e come decano bena­cense fino al 1971.Monsignor Bar­toli entrò a Riva nel feb­braio del ’49 e fu subito aria nuo­va, per la chiesa e per la col­let­tiv­ità. Figlio di con­ta­di­ni di Loc­ca, povera gente, ma intran­si­gente inter­prete d’u­na visione «aris­to­crat­i­ca» del ruo­lo del sac­er­dote, con­sapev­ole del­la neces­sità di sec­on­dare il pro­gres­so per scon­fig­gere una povertà che scon­fi­na­va spes­so nel­l’indi­gen­za ma irre­movi­bile nel­la con­vinzione che fos­se impos­si­bile cedere sui val­ori (e quel­li del­la reli­gione s’i­den­ti­fi­ca­vano anco­ra sen­za sfor­zo con quel­li del­la polit­i­ca), sen­za trop­pi mezzi ma fiducioso nel­la Provvi­den­za, mise in pie­di a fian­co del­la canon­i­ca il com­p­lesso delle Acli, patrona­to, men­sa con bar e salone, si get­tò nel­la ristrut­turazione del­l’O­ra­to­rio (la pri­ma licen­za per gli spet­ta­coli cin­e­matografi­ci era intes­ta­ta a lui), e costruì a Loc­ca la Colo­nia Regi­na Mun­di con­cepi­ta come luo­go di vacan­za per i figli del­la povera gente. La vocazione allo svec­chi­a­men­to lo fece inter­prete fedele del mag­is­tero con­cil­iare: lo scar­di­na­men­to del­la litur­gia più tradizionale, gli attirò le critiche di chi lo chia­ma­va con­ser­va­tore per­chè non abbas­tan­za sbi­lan­ci­a­to ver­so il sociale (era­no gli anni delle crisi sac­er­do­tali e delle tonache sves­tite) e di chi gli imputa­va ecces­sive fughe in avan­ti. Sono sta­ti anni umana­mente dif­fi­cili, sof­fer­ti. Lui restò fer­mo, e qualche vol­ta solo: aggrap­pa­to alle certezze del­la fede e del­la Croce che vede­va incar­nate nel­la figu­ra del romano pon­tefice, erede di Pietro, cus­tode delle chi­avi, infal­li­bile inter­prete del­la Paro­la. La pred­i­cazione gli è sem­pre apparsa il luo­go priv­i­le­gia­to del­la pas­torale. Coltissi­mo, let­tore infat­i­ca­bile dei gran­di clas­si­ci (non solo Padri del­la chiesa, l’Im­i­tazione di Cristo ed i Van­geli: anche Man­zoni e Dante) ave­va il dono — i più anziani fra i rivani lo ricor­dano bene — di far­si seguire dal­la gente che affolla­va la chiesa per sen­tire le sue prediche (e negli ulti­mi anni, divenu­to prepos­i­to del capi­to­lo del­la cat­te­drale, accade­va lo stes­so nel Duo­mo di Tren­to). La paro­la per lui era ripe­tizione ter­re­na del seg­no del­l’On­nipo­tente, creazione rin­nov­abile dal­l’uo­mo, imper­fet­to e grande. Per questo diven­ta seg­no d’un des­ti­no l’ul­ti­ma omelia ai rivani, nel­la fes­ta dei san­ti Pietro e Pao­lo del 1971. Era tes­ti­mo­ni­an­za, nel giorno del com­mi­a­to, d’u­na vita. «Se mi è per­me­s­so las­cia­rvi un ricor­do, ecco­lo: in una sola paro­la, in un solo nome: Gesù Cristo. E’ l’u­ni­co sal­va­tore, non ce ne sono altri». Ma a pro­nun­cia­re dal pul­pi­to le parole fu don Vito, il suc­ces­sore des­ig­na­to: la com­mozione gli impedì, a lui grande par­la­tore, di salutare la sua gente.

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