L’Avvento all’Eremo camaldolese di San Giorgio

25/11/2016 in Religione
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Di Redazione

Un tem­po di sper­an­za mes­sian­i­ca? È sem­pre sta­to un atteggia­men­to qua­si nat­u­rale quel­lo di guardare al pro­prio tem­po come tem­po di crisi, alla quale ci si può porre con due atteggia­men­ti in qualche modo polari: quel­lo di chi insegue il nuo­vo come una palin­ge­n­e­si pos­si­bile, quel­lo di chi guar­da al pas­sato come occa­sione per­du­ta, come sta­gione in cui almeno alcu­ni val­ori era­no sicuri e con­di­visi.

Sem­bra­no comunque chiari almeno alcu­ni trat­ti di ques­ta crisi, che almeno per noi che la vivi­amo sem­bra epocale. Ci limi­ti­amo a seg­nalarne due che sem­bra­no ril­e­van­ti nel­la percezione dif­fusa: il rig­ur­gi­to di sen­ti­men­ti par­ti­co­lar­is­ti­ci quan­do non ego­is­ti­ci, a liv­el­lo per­son­ale o a quel­lo dei grup­pi sociali, con la con­seguente dif­fi­den­za per il diver­so; l’assen­za di pen­sieri for­ti in cui iden­ti­fi­car­si e in nome dei quali ritrovar­si in prog­et­ti con­di­visi, con il con­seguente sen­ti­men­to che questo è un tem­po sen­za maestri. Questo sig­nifi­ca inevitabil­mente, su un piano spir­i­tuale e non solo civile che siamo anche in un tem­po povero di sper­anze.

Che sen­so dare allo­ra alla sper­an­za mes­sian­i­ca, che è un aspet­to intrin­seco del tem­po litur­gi­co del­l’Avven­to? Par­lare di even­ti che ci han­no pre­ce­du­to come la venu­ta del Sal­va­tore che ci pre­disponi­amo a cel­e­brare, e che avreb­bero real­iz­za­to il tem­po mes­sian­i­co, rispon­den­do alle attese di gius­tizia, di ver­ità e di pace, ovvero par­lare di un futuro di riscat­to del­la sto­ria e oltre la sto­ria da atten­dere, quan­do si è fras­tor­nati da un sen­so di banal­ità del male che ci cir­con­da, e che sem­bra resp­in­gere come incom­pat­i­bile ogni sfor­zo di riduzione a con­dizioni almeno più dig­ni­tose il nos­tro con­vi­vere in un mon­do che si è fat­to sem­pre più pic­co­lo, e in un tem­po sem­pre più incalzante? Cer­to, ogni tem­po ha le sue oscu­rità per chi lo vive, e una let­tura demisti­f­i­cante delle vane sper­anze (che per­al­tro è parte del nos­tro credere, se un libro come il Qohelet, che se ne fa por­tav­oce, fa parte del canone delle Scrit­ture) ci può portare sana­mente a dire: nul­la di nuo­vo sot­to il sole, sal­vo forse la com­p­lessità delle forze in gio­co, e di rif­lesso la povertà di stru­men­ti di com­pren­sione e di giudizio.

Pos­si­amo tut­tavia ten­er con­to di tre ele­men­ti che ci con­sentono forse di con­sid­er­are che pro­prio la sper­an­za mes­sian­i­ca è quel­la sper­an­za che non delude (cf Rm 5,5), che raf­forza la nos­tra fede sen­za far­ci dimet­tere dal­la razion­al­ità, tan­to da pot­er essere sem­pli­ci come colombe sen­za nul­la togliere alla lucid­ità del ser­pente.

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Una pri­ma osser­vazione: la sper­an­za mes­sian­i­ca nasce da una pro­fezia, cioè da una let­tura del pre­sente che sap­pia sot­to­porre gli even­ti e le inten­zioni al vaglio del­la Paro­la: e ques­ta è indi­cazione di meto­do che ci spinge con­tin­u­a­mente a inter­rog­a­re la Scrit­tura per­ché ci dica oggi come vivere l’obbedienza del­la fede, ci invi­ta a non stan­car­ci mai di cer­care. “Bib­bia e gior­nale”, dice­va uno dei mag­giori teolo­gi del sec­o­lo scor­so (K. Barth), sono entrambe nec­es­sarie per con­fes­sare la nos­tra fede.

Una sec­on­da con­statazione: la pro­fezia non è mai soltan­to in fun­zione di un giudizio, nel quale è facile met­ter­si dal­la parte degli spet­ta­tori, oppure far­si vin­cere da un tim­o­re che par­al­iz­za, ma anche e sopratut­to vol­ta a sus­citare una con­ver­sione, un coin­vol­gi­men­to da perseguire con pazien­za e osti­nazione. Infine, sper­are in un Mes­sia che sal­va sig­nifi­ca guardare con con­sapev­olez­za ai nos­tri deliri di onnipoten­za, rimet­ten­do il sen­so del nos­tro esistere e del nos­tro giu­di­care in una prospet­ti­va che va oltre le nos­tre forze e i nos­tri sguar­di, pur essen­ziali per­ché non si diven­ti noi stes­si o ci si rid­u­ca a schi­avi dei fal­si pro­feti.

Cer­to questo tem­po di crisi ci por­ta a dire: solo un Dio ci può sal­vare, e il Dio di Gesù Cristo (che appun­to sig­nifi­ca Mes­sia) viene a noi come colui che conosce i nos­tri cuori e ci pro­pone una pace non fal­sa per­ché frut­to di con­ver­sione.

Questo è il nos­tro augu­rio per il nos­tro avven­to, tem­po di atte­sa di un Mes­sia sal­va­tore, e questo il filo che vor­rebbe legare i con­sueti incon­tri di lec­tio div­ina pro­posti a tut­ti gli ami­ci che inten­dono con­di­videre la nos­tra preghiera, le nos­tre domande, e forse anche le nos­tre sper­an­za

 

 

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