Il santuario dei Carmelitani fu eretto nel 1452. Dopo un lungo abbandono, nel dopoguerra tornarono i frati e lo restaurarono. Domani padre Sicari parlerà ai giovani. Da dicembre un concorso tematico per le scuole in Valtenesi

Le celebrazioni della Madonna del Carmine

Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

Pros­eguono, nel san­tu­ario di San Felice del Bena­co, le cel­e­brazioni in vista del 40° del­la procla­mazione del­la Madon­na del Carmine «regi­na e patrona del­la Valte­n­e­si». Dopo la cer­i­mo­nia di fine otto­bre, che ha vis­to la pre­sen­za del vesco­vo di Verona Flavio Rober­to Car­raro (San Felice è il paese più a nord del­la riv­iera occi­den­tale garde­sana che appar­tiene a quel­la dio­ce­si), del prefet­to Francesco Pao­lo Tron­ca e dei sin­daci del­la zona, domani padre A. Sicari par­lerà ai gio­vani. In dicem­bre e a gen­naio 2007 si svol­gerà il con­cor­so tem­ati­co nelle scuole. In feb­braio e mar­zo sono pre­visti gli eser­cizi spir­i­tu­ali. Mer­coledì 25 aprile si ter­rà la Gior­na­ta del­la famiglia, con vari rela­tori. Il 13 mag­gio con­cel­e­brazione pre­siedu­ta dal car­di­nale A. Nico­ra. In giug­no il con­cer­to del «Gen Rosso» (giovedì 21) e la ser­a­ta di teatro. In luglio la con­clu­sione dei festeggiamenti.All’inizio il san­tu­ario, eret­to nel 1452, por­ta­va il nome di «San­ta Maria delle Gra­zie», poi venne ded­i­ca­to alla «Madon­na del Carmine», per la pre­sen­za dei Carmeli­tani scalzi. A liv­el­lo popo­lare, la chia­ma­vano «Maria delle Cis­terne», trat­tan­dosi di un luo­go ric­co di sor­gen­ti. I tan­ti ex voto e gli affres­chi del Quat­tro­cen­to fan­no pen­sare che il moti­vo del­la costruzione siano state le guerre di inva­sione, le lotte di fazione e il pre­do­minio tra sig­norot­ti, con peste e carestie. Questo spiegherebbe la pre­sen­za delle fig­ure rap­p­re­sen­tate sulle pareti: Sebas­tiano, Roc­co, Anto­nio abate, Fer­mo, Bia­gio, Lucia, ecc., tut­ti san­ti invo­cati con­tro le malat­tie. Oltre a una «Madon­na in trono che allat­ta un bam­bi­no», invo­ca­ta dalle ges­tanti. Accan­to alla chiesa, il con­ven­to. I Gon­za­ga di Man­to­va (il principe Ludovi­co II e il figlio Francesco, car­di­nale a soli 17 anni) furono i mag­giori mecenati.Nella sec­on­da metà del 18° sec­o­lo i sol­dati del­la Repub­bli­ca Vene­ta, in grave crisi finanziaria, asportarono arre­di, vasi, argen­terie e sup­pel­let­tili. La sup­pli­ca riv­ol­ta al Serenis­si­mo Sen­a­to per riot­tenere il mal­tolto restò sen­za rispos­ta. Col pas­sare degli anni il monas­tero venne (in parte) dis­trut­to e, nei peri­o­di bel­li­ci, adibito a caser­ma e stalle per i cav­al­li. La chiesa fu trasfor­ma­ta in ospedale per i fer­i­ti, le pareti ripetu­ta­mente tin­teggiate di calce e lat­te per dis­in­fezione. Nel giug­no 1866 arrivarono i volon­tari garibal­di­ni prove­ni­en­ti dal­l’I­talia merid­ionale, poi impeg­nati nelle battaglie di Monte Suel­lo (3 luglio) e Bezzec­ca (il 21).Nell’agosto 1946 iniziarono i pri­mi lavori di restau­ro, pro­mossi dal par­ro­co don Gae­tano Turel­la. Nel ’52 tornarono i frati. Trovarono una chiesa buia e dis­ador­na, banchi vec­chi e don­dolan­ti, il pavi­men­to diss­es­ta­to, di mat­toni rossi, porosi. A pas­sar­ci la sco­pa, veni­va fuori un polverone d’in­fer­no. Le pareti las­ci­a­vano trasparire trac­ce di affres­chi e si capi­va che, grat­tan­do un po’, si sareb­bero trovati, sot­to la calce, per­son­ag­gi, volti di san­ti e col­ori. Nel ’54 si mise mano al con­sol­i­da­men­to del­l’ed­i­fi­cio. Nel 1957 si com­in­ciò a sban­care il ter­reno per creare l’at­tuale piaz­za­le. Negli anni Ses­san­ta furono restau­rati gli affres­chi interni, che risali­vano al 1400, toglien­do la calce e facen­do rin­venire fig­ure e col­ori. I pel­le­gri­nag­gi al san­tu­ario si effet­tuano soprat­tut­to d’es­tate, orga­niz­za­ti da tutte le par­roc­chie del bas­so Gar­da. La sera del­l’ul­ti­mo saba­to di luglio si svolge la solenne pro­ces­sione. La stat­ua del­la Madon­na viene por­ta­ta a spalle per più di un chilometro, fino alla chiesa par­roc­chiale di San Felice. Il giorno suc­ces­si­vo, domeni­ca, il cor­teo per­corre il cam­mi­no inver­so, e la stat­ua ritor­na a casa.