Ricostruita la vita di Geremia Paladini che tra il 1842 e il 1865 visse nella chiesetta di Gargnano. Era di Cassone e fu spesso richiesto come testimone di nozze

L’eremita di San Valentino

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Di Luca Delpozzo
Luca Belligoli

E’ di orig­ine veronese l’ultimo eremi­ta che ha vis­su­to tra il 1842 e il 1865 nell’eremo di San Valenti­no di Gargnano. Geremia Pal­a­di­ni da «Cas­son Veronese», l’attuale Cas­sone frazione di Mal­ce­sine, chissà per­ché cam­biò spon­da e rag­giunse questo incan­tev­ole luo­go che si affac­cia sul Gar­da a 772 metri d’altitudine e che si può rag­giun­gere solo a pie­di. «Il pri­mo doc­u­men­to scrit­to che cita l’eremo di San Valenti­no risale al 1673, ed è una «relazione» dell’allora par­ro­co di Sas­so in occa­sione di una visi­ta pas­torale del vesco­vo di Bres­cia», spie­ga Bruno Fes­ta autore del­la gui­da ambi­ente sto­ria itin­er­ari sul Monte Gargnano l’eremo di San Valenti­no edi­ta da Gar­fo. « In un altro doc­u­men­to eccle­si­as­ti­co del 1684 si par­la di un’eremita, del­e­ga­to dal par­ro­co alla cus­to­dia del­la chieset­ta di San Valenti­no. Suc­ces­si­va­mente l’eremo di San Valenti­no ha ospi­ta­to un altro eremi­ta: Gio­van­ni Mar­che­t­ti che assi­cu­ra­va il par­ro­co di allo­ra «veste l’abito, serve la par­roc­chia li giorni fes­tivi, di buoni cos­tu­mi et fre­quen­ta li sacra­men­ti.» Tor­nan­do all’eremita veronese l’unico ritrat­to dell’epoca è un pro­fi­lo ritaglia­to in car­ta nera e incor­ni­ci­a­to nel­la chieset­ta di San Valenti­no e nel­la sagres­tia del­la par­roc­chia di Sas­so. «In queste immag­i­ni Geremia Pal­a­di­ni, che è una figu­ra emblem­at­i­ca e popo­lare, lo si vede con la bisac­cia in spal­la, la stes­sa nel­la quale ripone­va le offerte che anda­va a rac­cogliere tra la gente delle frazioni come ques­tu­ante», con­tin­ua Fes­ta, «la scrit­ta in calce alla raf­fig­u­razione, che sem­bra egli stes­so abbia provve­du­to a com­mis­sion­are seg­nala la sua prove­nien­za appun­to da Cas­son Veronese nel 1942 ma dai reg­istri dell’ archiv­io par­roc­chiale di Sas­so sem­br­erebbe che l’ar­ri­vo del­l’eremi­ta risal­ga al 1849. C’è anche però un dato tem­po­rale di matrice let­ter­aria: Geremia Pal­a­di­ni potrebbe essere l’eremita Jeron­imus cita­to nel­la novel­la «Zwei Schwest­ern» (Due sorelle) scrit­ta nel 1945 dal­lo scrit­tore tedesco Adal­bert Stifter e ambi­en­ta­ta nell’Alto Gar­da.» Quan­do giunse dalle par­ti di Gargnano Geremia Pal­a­di­ni ave­va cir­ca quarant’anni «Prob­a­bil­mente dap­pri­ma fu guarda­to con curiosità, se non con sospet­to, dagli abi­tan­ti del Monte Gargnano» ipo­tiz­za Fes­ta, «ma nel giro di pochi anni è sta­to accetta­to dal­la comu­nità locale tan­to da essere spes­so richiesto come tes­ti­mone di nozze. Sui reg­istri di mat­ri­mo­nio del­la par­roc­chia infat­ti com­pare, tra le altre, la croce che il «tes­ti­mo­nio illit­ter­a­to», l’analfabeta ma sti­ma­to Geremia Pal­a­di­ni, appone­va come sua fir­ma.» La gente di Sas­so e Musaga, l’altra frazione che fa capo alla par­roc­chia, vol­e­va un gran bene all’eremita di Cas­son Veronese tan­to che quan­do morì, a causa di mal di cuore (così è indi­ca­to nel reg­istro par­roc­chiale), tut­ta la popo­lazione parte­cipò al funerale. «Non solo», pre­cisa Fes­ta, «sul reg­istro dei mor­ti è ripor­ta­to che i sass­esi furono dolen­tis­si­mi del­la sua scom­parsa e gli cel­e­brarono solen­ni ese­quie ed uffi­ci » Dal­la scom­parsa di Geremia Pal­a­di­ni nes­suno più abitò l’eremo di San Valenti­no e già ver­so la fine dell’ 800 per la cel­e­brazione del­la mes­sa in quel luo­go veni­va chiesto un obo­lo trip­lo rispet­to a quel­lo dovu­to per la chiesa par­roc­chiale di Sas­so. «Pur con­tin­uan­do a rimanere meta di pel­le­gri­ni il 14 feb­braio, giorno ded­i­ca­to a San Valenti­no, la chieset­ta fu abban­do­na­ta all’incuria e anche a causa dei fenomeni atmos­feri­ci si ridusse in con­dizioni assai pre­carie. Ver­so la fine degli anni Ses­san­ta ven­nero effet­tuati alcu­ni lavori di sis­temazione», rac­con­ta Fes­ta, «e final­mente nel 1971 si tornò a fes­teggia­re il 14 feb­braio. Un altro impor­tante inter­ven­to di recu­pero si è con­clu­so nove anni fa per inizia­ti­va del locale grup­po . E’ sta­to rifat­to il tet­to, il solaio e la gronda­ia del­la chieset­ta e del pic­co­lo ere­mo, due stanze, una con camino, che ven­gono uti­liz­zate come rifu­gio dagli escur­sion­isti. Il restau­ro ha riguarda­to pure i pavi­men­ti, tut­ti in cot­to recu­per­a­to in vec­chie abitazioni di Gargnano e din­torni, gli infis­si, l’intonaco, muret­ti, scalette e l’ultima parte del sen­tiero che dis­cende in una scosce­sa val­let­ta, un tem­po insidioso ma ora per­cor­ri­bile, con qualche atten­zione, anche dai bam­bi­ni.»

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