L’appello di un appassionato coltivatore di agrumi. Sono un simbolo della cultura agricola gardesana, devono essere tutelate

Limonaie, tradizione a rischio: «Senza incentivi chiuderanno»

11/02/2003 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Marcella Iademarco

Sono aut­en­ti­ci mon­u­men­ti nat­u­rali del Gar­da, ma il loro futuro è sem­pre più a ris­chio. Le famose limon­aie ci por­tano indi­etro nel tem­po, quan­do la colti­vazione degli agru­mi sul­la spon­da bres­ciana del lago, doc­u­men­ta­ta fin dal XV sec­o­lo, si dif­fuse fra Salò e Limone. Del resto, il pae­sag­gio agrario ital­iano è stori­ca­mente carat­ter­iz­za­to dal­la pre­sen­za delle col­ture degli agru­mi: alberi cel­e­brati fin dal­l’an­ti­chità, di notev­ole val­ore orna­men­tale per il fogliame sem­pre­verde, il pro­fu­mo dei fiori e la pro­duzione dei frut­ti, molto ricer­cati per­ché ric­chi di vit­a­m­i­na C. E fu appun­to la neces­sità di ren­dere pos­si­bile l’a­gru­mi­coltura all’elevata lat­i­tu­dine del Gar­da (rispet­to ad altre regioni ital­iane, come la Lig­uria e la Sicil­ia) che portò alla costruzione delle limon­aie, appun­to, impo­nen­ti costruzioni in pietra a sec­co, vere e pro­prie serre, che nei mesi inver­nali veni­vano chiuse con gran­di pareti mobili di leg­no, ampia­mente vetrate e cop­erte da tet­ti di assi pure di leg­no, ugual­mente smontabili. Le limon­aie veni­vano fab­bri­cate peri­odica­mente intorno agli alberi che, essendo piantati in vera ter­ra e sostenu­ti da una incastel­latu­ra lignea, rag­giungevano in questo modo il loro mas­si­mo svilup­po. Attorno alle limon­aie ruo­ta­va il lavoro e la per­izia di molte per­sone, che dal com­mer­cio dei limoni, come degli aran­ci e dei cedri, trae­vano i ben­efi­ci di una econo­mia fino al sec­o­lo scor­so molto fiorente, basa­ta sul­l’u­nic­ità e sul­l’ot­ti­ma qual­ità del prodot­to. In questo panora­ma, Gargnano occu­pa un pos­to di rilie­vo. Le ricerche dimostra­no che il sis­tema delle limon­aie era dif­fu­so lun­go tut­ta la riv­iera, ma pro­prio a Gargnano si con­cen­tra­vano oltre la metà dei lot­ti des­ti­nati all’a­gru­mi­coltura, che rag­giunse la sua mas­si­ma espan­sione negli anni 1850–55, quan­do la pro­duzione arriva­va a oltre otto mil­ioni di limoni annui nel­la sola Gargnano. Con la fine del sec­o­lo l’a­gru­mi­coltura com­in­ciò a decadere: infat­ti una serie di even­ti socio-eco­nomi­ci con­comi­tan­ti quali il cos­to sem­pre più ele­va­to del­la mano d’opera e dei mate­ri­ali, il muta­men­to del­la ges­tione dei fon­di, il diminuire del val­ore degli agru­mi, per la con­cor­ren­za del prodot­to merid­ionale o estero, più eco­nom­i­co, la scop­er­ta del­la for­mu­la per ottenere chimi­ca­mente l’aci­do cit­ri­co, alcu­ni inverni par­ti­co­lar­mente rigi­di e, soprat­tut­to, il dif­fonder­si di una grave malat­tia, la gom­mosi, han­no por­ta­to al grad­uale abban­dono del­l’in­tero sis­tema. Le spese per la colti­vazione degli agru­mi era­no infat­ti ele­vate, sia per le strut­ture e gli impianti tec­ni­ci che richiede­vano, sia per le opere di manuten­zione quo­tid­i­ana di cui neces­si­ta­vano. Questo spie­ga per­ché ques­ta tradizionale coltura agri­co­la sia sta­ta a poco a poco abban­do­na­ta e ven­ga prat­i­ca­ta solo da pochi appas­sion­ati, per hob­by o per tradizione, non cer­to per un tor­na­con­to eco­nom­i­co. È il caso, ad esem­pio, di Giuseppe Gan­dos­si, pro­pri­etario appun­to a Gargnano di una delle pochissime limon­aie garde­sane anco­ra strut­tural­mente inte­gre, attive e pro­dut­tive sec­on­do le metodolo­gie storiche, che non ha subito inter­ven­ti di trasfor­mazione e mod­ern­iz­zazioni. I ser­ra­men­ti e i gli ele­men­ti fis­si di cop­er­tu­ra sono anco­ra quel­li orig­i­nari e alcune piante sono sec­o­lari. «Ho com­pra­to ques­ta limon­a­ia negli anni ’70 — affer­ma Gan­dos­si — inizial­mente per­ché cer­ca­vo una casa, che ho rica­va­to ristrut­turan­do il rus­ti­co annes­so alla limon­a­ia stes­sa. In segui­to mi sono appas­sion­a­to al lavoro di manuten­zione del­la limon­a­ia, all’inizio si sono resi nec­es­sari inter­ven­ti di con­sol­i­da­men­to, ma la strut­tura pre­sen­ta­va com­p­lessi­va­mente anco­ra un buon liv­el­lo di con­ser­vazione. «Ricor­ro alla col­lab­o­razione di oper­a­tori esterni solo per inter­ven­ti stra­or­di­nari (come la potatu­ra, o la sos­ti­tuzione degli ele­men­ti fis­si di cop­er­tu­ra), ma io stes­so provve­do al man­ten­i­men­to delle piante, gra­zie ai con­sigli di altre per­sone che come me colti­vano ques­ta pas­sione». Ma la soprav­viven­za di ques­ta tradizione è in peri­co­lo. Attual­mente, infat­ti, la mag­gior parte delle aree un tem­po des­ti­nate all’a­gru­mi­coltura sono incolte o ricon­ver­tite ad altri usi agri­coli e in alcu­ni casi pro­fon­da­mente trasfor­mate: solo una deci­na di limon­aie su tut­ta la riv­iera sono anco­ra pro­dut­tive. Queste par­ti­co­lari strut­ture sono ora trascu­rate e spes­so sot­to­va­l­u­tate. «Quel­lo che tro­vo stra­no è che nel con­cre­to non abbi­amo aiu­ti da parte di nes­suno. Pen­so che le limon­aie siano un moti­vo di grande attrat­ti­va per ques­ta zona, ma non sono adeguata­mente val­oriz­zate. Ho un ami­co pro­pri­etario di una limon­a­ia che rischia di essere abban­do­na­ta, per­ché non gli sono sta­ti accor­dati gli aiu­ti richi­esti. «Io non mi tro­vo in una situ­azione così dram­mat­i­ca, la mia limon­a­ia è anco­ra fun­zio­nante, ma non nascon­do la neces­sità di un incen­ti­vo per la mia attiv­ità da parte di un ente pub­bli­co, Comune, Provin­cia o Regione che sia. Il con­trib­u­to non sarebbe tan­to per la pro­duzione dei limoni, quan­to per la con­ser­vazione di un pat­ri­mo­nio cul­tur­ale e artis­ti­co assai prezioso, che affon­da le sue radi­ci nel­la sto­ria di Gargnano».