Sopravvivono le attività storiche perchè hanno esperienza e clienti fedel. I facili guadagni non esistono Per stare sul mercato servono passione, senso di sacrificio e prodotti originali

L’improvvisazione non paga più

17/07/2010 in Attualità
Di Luca Delpozzo

 Aprono come funghi poi, tem­po una sta­gione, scom­paiono. In cen­tro stori­co sono numerose le vetrine rimaste vuote con inseg­ne in dis­u­so ad indi­care che lì, una vol­ta c’era un’attività. Sarà la crisi ad aver fal­cidi­a­to i negozi o sarà che il com­mer­cio è un’arte e non si può improvvis­are? A ben vedere infat­ti soprav­vivono gli eser­cizi stori­ci di Riva.
 Attiv­ità che van­tano una tradizione — in alcu­ni casi addirit­tura cen­te­nar­ia — e che si dis­tin­guono tra le tante per il modo di coc­co­lare il cliente. «Non ci si può improvvis­are com­mer­cianti — rac­con­ta la famiglia Loren­zi, che da quarant’anni gestisce l’omonimo pun­to ven­di­ta di arti­coli da rega­lo in viale Dante — bisogna avere espe­rien­za, essere pazi­en­ti e disponi­bili. L’impegno è tan­to, da mar­zo a set­tem­bre si lavo­ra sette giorni su sette, poi bisogna ricer­care con­tin­u­a­mente il prodot­to nuo­vo ed orig­i­nale». Sec­on­do Ste­fano Malacarne, figlio d’arte (infat­ti da alcu­ni anni gestisce il negozio in via Dis­ci­pli­ni, che è sta­to del padre e pri­ma anco­ra dei non­ni), i negozi che aprono e chi­udono in fret­ta non conoscono il mer­ca­to e sper­a­no nel guadag­no facile. «Spes­so sono per­sone che han­no lavo­ra­to come commes­si e che cre­dono che il guadag­no in cas­sa sia l’utile net­to. Poi quan­do si met­tono in pro­prio devono fare i con­ti con le spese di ges­tione e non ci stan­no più den­tro». Anche gli affit­ti salati non aiu­tano a soprav­vi­vere. «Chi ha com­pra­to i muri — ritiene Gian­fran­co Spisani tito­lare del­la gioiel­le­ria Armani, stori­co eser­cizio aper­to negli anni Trenta sot­to la torre Apponale — oggi si sal­va, diver­sa­mente è dif­fi­cile resistere. Noi con­tinuiamo l’attività per­chè abbi­amo cli­en­ti fideliz­za­ti, anche se gli affari si sono dras­ti­ca­mente ridot­ti a causa del­la crisi. Anche gli stranieri, soprat­tut­to tedeschi, bel­gi ed ingle­si, che un tem­po ci han­no aiu­ta­to a crescere, non fan­no più acquisti se non spo­radica­mente». E poi ci sono buro­crazia, trop­pa, e pres­sione fis­cale a far fal­lire chi com­in­cia ex novo. «Aprire da soli oggi — dice Vit­to­rio Fer­raglia che ha ered­i­ta­to il negozio di sou­venir Bres­ciani dal 1919 in piaz­za Garibal­di — è impens­abile. Le attiv­ità storiche fino ad ora han­no vis­su­to di ren­di­ta ma con la crisi adesso è dura anche per noi. Dovre­mo essere sostenu­ti: la cit­tà alla sera è mor­ta, i negozi a parte il mio e pochi altri, sono chiusi. Non ci sono diver­ti­men­ti e questo allon­tana i tur­isti e non aiu­ta il com­mer­cio». I negozianti stori­ci di Riva ci met­tono il cuore, come la sig­no­ra Wilma Pelkan in Dan­ti che lavo­ra da oltre sessant’anni nell’omonimo pun­to ven­di­ta che si tro­va provvi­so­ri­a­mente in viale San Francesco e che fu del mar­it