Il direttore del «Gabriele D’Annunzio» conferma i risultati dello studio Irer: diventeremo l’altra Malpensa del Nord Italia

«Lo scalo di Montichiari è pronto a decollare»

12/10/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Martino Spadari

«Lo sca­lo di Mon­tichiari è pron­to a decollare»Il diret­tore del «» con­fer­ma i risul­tati del­lo stu­dio Irer: diven­ter­e­mo l’altra Malpen­sa del Nord Ital­i­aDAL NOSTRO INVIATO MONTICHIARI (Bres­cia) — «Bres­cia caput mun­di»: entran­do nell’aeroporto Gabriele D’Annunzio di Mon­tichiari, a sette chilometri dall’uscita dall’autostrada A4, ci si imbat­te in un cartel­lo che invi­ta i passeg­geri a vis­itare le bellezze artis­tiche del­la cit­tà ma che, al tem­po stes­so, chiarisce come gli abi­tan­ti di Bres­cia vedono il mon­do. C’è fer­men­to tra gli addet­ti del­lo sca­lo dopo la notizia che lo stu­dio dell’Irer sul sis­tema aero­por­tuale lom­bar­do, com­mis­sion­a­to dal Pirellone, ha elet­to il D’Annunzio sec­on­do hub del Nord Italia. «Siamo pron­ti — spie­ga Anto­nio Real­di, diret­tore oper­a­ti­vo dell’aeroporto -: oggi tran­si­tano cir­ca mille passeg­geri al giorno con 12 voli, ma sap­pi­amo già come svilup­par­ci. Non ci spaven­ta rag­giun­gere i due mil­ioni di viag­gia­tori l’anno». Arrivan­do all’aeroporto bres­ciano una cosa salta subito agli occhi: è cir­conda­to da campi(o, se si vuole, è immer­so nel verde); i pae­si più vici­ni sono Mon­tichiari e Cas­tenedo­lo, entram­bi a sette chilometri di dis­tan­za. «Questo vuole dire — con­tin­ua Real­di — che gli spazi per crescere non man­cano. Par­al­lela alla pista di 3.200 metri, c’è una cor­sia di rul­lag­gio altret­tan­to lun­ga e larga 45 metri: potrebbe diventare la sec­on­da pista». Den­tro lo sca­lo ci sono le aree arrivi, parten­ze, uno sportel­lo ban­car­io, un tabac­caio, un bar: tut­to sem­plice, effi­ciente e, soprat­tut­to, nuo­vo (è sta­to inau­gu­ra­to nel mar­zo del ’99, dopo sette mesi di lavori e un inves­ti­men­to di 44 mil­iar­di di lire). «Qui — pros­egue Real­di mostran­do una stam­pa che raf­figu­ra veliv­oli dall’aria pio­nieris­ti­ca — gli aerei han­no inizia­to a decol­lare nel 1909; nel ’40 i tedeschi han­no col­le­ga­to ques­ta pista con quel­la di Ghe­di, a tre chilometri di dis­tan­za, cre­an­do un com­pren­so­rio aero­por­tuale. Dopo la guer­ra, l’area è rimas­ta in mano ai mil­i­tari, fino al ’98 quan­do è pas­sa­ta al min­is­tero dell’Industria che l’ha data in con­ces­sione alla soci­età Cat­ul­lo. Oggi ques­ta soci­età gestisce lo sca­lo di Mon­tichiari e quel­lo di Verona». Il D’Annunzio dà lavoro a cir­ca cen­to per­sone. Ogni giorno atter­ran­no e partono sei voli per Roma e due col­lega­men­ti con Lon­dra. Poi, set­ti­manal­mente, oltre ai char­ter, arrivano due o tre voli da Min­sk, in Bielorus­sia: por­tano bim­bi con malat­tie causate dal­la fuga radioat­ti­va di Cher­nobyl e per cir­ca un mese, restano ospi­ti di famiglie lom­barde. «Lo stu­dio dell’Irer — rac­con­ta Giuseppe Nuvolari, diret­tore gen­erale del­la Cat­ul­lo — con­fer­ma quan­to abbi­amo pre­vis­to anni fa: Mon­tichiari serve quat­tro province e ha le poten­zial­ità per diventare il sec­on­do hub del nord Italia». Sul­lo svilup­po del­lo sca­lo bres­ciano pesa il pic­co­lo gial­lo del­la con­ces­sione d’uso data dal min­is­tero dei Trasporti alla Cat­ul­lo: come per altri aero­por­ti ital­iani, anche per il D’Annunzio scade a fine anno e, al momen­to, sem­bra che gli attuali gestori verone­si abbiano rice­vu­to solo assi­cu­razioni ver­bali. «Un’anomalia ital­iana — con­clude Nuvolari — è chiaro che di fronte all’investimento effet­tua­to, ci aspet­ti­amo che ci ven­ga data la pos­si­bil­ità di far­lo ren­dere». «Spe­ri­amo che cresca — affer­ma Amalia Fer­rari pro­pri­etaria del negozio di tabac­chi e gior­nali all’interno del­lo sca­lo — noi ci siamo già attrez­za­ti per aumentare il cari­co di lavoro, adesso lo aspet­ti­amo». Mar­ti­no Spadari

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