L’11 e il 12 aprile del 1848 le truppe austriche fecero scempio di Castelnuovo, bruciando 236 case e trucidando 113 persone.

Lo scempio del nemico Castelnuovo a fuoco e 113 cittadini trucidati

11/04/2002 in Storia
Di Luca Delpozzo
Castelnuovo del Garda

L’11 e il 12 aprile del 1848 le truppe aus­triche fecero scem­pio di Castel­n­uo­vo, bru­cian­do 236 case e tru­ci­dan­do 113 per­sone. L’incendio, ali­men­ta­to dal ven­to, durò per tut­ta quel­la notte e nel giorno seguente divam­pò in modo da essere vedu­to dalle postazioni occu­pate dall’esercito piemon­tese oltre il Min­cio. «Le rac­chette incen­di­arie grandi­na­vano da tut­ti i lati con code scin­til­lan­ti, le quali spriz­za­van razzi e fiammelle che si sfioc­ca­vano a lem­bi, e caden­do sul capo dei mis­eri borghi­giani, tut­ti li scot­ta­vano, e le vesti delle donne incen­di­a­vano» scrive Agosti­no Noaro, a capo del­la colon­na dei volon­tari, «che il nemi­co pen­etrò in Castel­n­uo­vo come in una cit­tà pre­sa d’assalto, men­tre l’incendiato e inerme paese era solo sta­to occu­pa­to da cinque­cen­to volon­tari, che per la pri­ma vol­ta si trova­vano esposti ad una con­tin­ua piog­gia di proi­et­tili, mitraglie e razzi incen­di­ari. Durante il com­bat­ti­men­to il con­tin­uo sonare a storno d’ogni cam­pana dava alla battaglia un aspet­to reli­gioso». La chiesa di Castel­n­uo­vo fu depre­da­ta e vio­la­ta. Sul­la por­ta fu uccisa ed arsa da un raz­zo Giusti­na Negri e un cer­to Lui­gi Gabur­ro, fer­i­to in un con­fes­sion­ale, morì in segui­to a Valeg­gio. Una fan­ci­ul­la, Maria Rossi, figlia di Loren­zo, già tru­cida­to, si alzò incol­ume dal grup­po dei fucilati. Essendo sta­ta vista, fu por­ta­ta al cap­i­tano Mauler che la seviz­iò. Maria Rossi fu poi sal­va­ta da un solda­to ital­iano del reg­g­i­men­to Haug­witz, il quale la cop­erse con un grem­bi­ule mac­chi­a­to di sangue per far­la credere mor­ta. Nelle parole di padre Anto­nio Bres­ciani (“L’Ebreo di Verona”) riv­ive la trage­dia di Cas­ten­uo­vo «pres­so Peschiera, bor­ga­ta sì popolosa, ric­ca e fiorente, or fat­ta muc­chio di sas­si, e di tan­ti tiz­zoni spen­ti, bru­ci­a­tovi quant’era den­tro d’uomini e di bes­ti­ame». Il colpo di mano su Castel­n­uo­vo è inter­es­sante per il carat­tere riv­o­luzionario dell’azione mil­itare con­dot­ta da volon­tari lom­bar­di nelle retro­vie aus­tri­ache. Noaro piom­bò a Cas­ten­uo­vo coi suoi volon­tari e, sor­pre­si i sol­dati, li dis­ar­mò e li fece pri­gion­ieri: i grad­uati era­no aus­triaci e i sol­dati ital­iani; questi ulti­mi vollero entrare nelle file ital­iane, giu­rarono fedeltà e furono incor­po­rati, ma purtrop­po non era­no che dei tra­di­tori. Le molte decine d’insepolti, su con­siglio del medico di San­drà — il dot­tore Giuseppe Palazz­ieri — furono com­poste sopra un’enorme cat­a­s­ta di leg­na, cui fu appic­ca­to il fuo­co. Par­ti­ti gli aus­triaci, un silen­zio di morte calò su Castel­n­uo­vo. Per molto tem­po il paese fu inavvic­in­abile per il fetore dei cadav­eri in putre­fazione.