Sono passati vent’anni dalla morte prematura. La scomparsa del giovane studioso ha privato il Garda di uno dei suoi più forti difensori

Lo scienziato che volevaun futuro per i pescator

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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Chissà, mag­a­ri indaf­fara­ta com’è per via del­la sta­gione tur­is­ti­ca, Gar­da se n’è un po’ dimen­ti­ca­ta. È vero che gli han­no inti­to­la­to una stradel­la, una tra­ver­sa di via Monte . Ma sono pas­sati vent’anni esat­ti dal­la scom­parsa di Enzo Oppi, itti­ol­o­go, l’erede di un altro grande stu­dioso garde­sano del­la fau­na itti­ca del lago, quel Flo­reste Malfer cui han­no ded­i­ca­to le scuole ele­men­tari del paese.È sta­to la sera dell’11 agos­to 1988 che la morte se l’è improvvisa­mente por­ta­to via, Enzo. Ave­va 42 anni e sta­va riv­o­luzio­nan­do il mon­do del­la pesca professionale.Non è retor­i­ca dire che è rimas­to un vuo­to incolma­bile in riva al Benaco.La con­ti­nu­ità fra i due ricer­ca­tori garde­sani, fra Malfer e Oppi, è dimostra­ta, se di dimostrazione ci fos­se bisog­no, pro­prio dagli ulti­mi prog­et­ti cui il gio­vane itti­ol­o­go sta­va lavo­ran­do, vent’anni fa. Qua­si ripren­den­do a tessere quel­la tela che Malfer ave­va las­ci­a­to incom­pi­u­ta, quan­do s’era spen­to, nel 1932.Al cen­tro dell’attenzione c’erano i ripopo­la­men­ti dei pesci lacustri.Se ne cer­ca­va una nuo­va e più red­di­tizia polit­i­ca, per far sì che il tradizionale mestere del pesca­tore potesse avere un futuro sostenibile.Da qualche mese Enzo Oppi sta­va con­ducen­do un esper­i­men­to pres­so l’incubatoio di Bar­dolino, poco di là del con­fine con Gar­da. Mira­va alla ripro­duzione del lavarel­lo, che è la specie che garan­tisce il red­di­to migliore ai pescaóri. L’obiettivo era quel­lo di las­ciar perdere le modal­ità di sem­i­na fin lì uti­liz­zate, che prevede­vano di lib­er­are i minus­coli avan­not­ti di pesce appe­na nati, quel­li che gli addet­ti ai lavori definis­cono «a sac­co vitelli­no riassorbito».Oppi era con­vin­to che si dovesse invece puntare ad all­e­var­li per qualche set­ti­mana, fino a por­tar­li a un’età e a una taglia che li ren­dessero capaci di vivere per davvero, di nutrir­si da soli, di difendersi.L’idea gli era mat­u­ra­ta rileggen­do i vec­chi testi di Malfer, rifer­i­ti allo­ra alla tro­ta, che è comunque un salmonide come il lavarello.In un’intervista rilas­ci­at­aci pochi giorni pri­ma del­la scom­parsa, Oppi ci dice­va che Malfer «ottant’anni pri­ma di noi ave­va capi­to che la stra­da del novel­lame era l’unica da seguire e per questo rac­co­man­da­va la costruzione di un incu­ba­toio con l’acqua del Fontanon a Gar­da». Il Fontanon, lo dici­amo per chi non ha prat­i­ca con le cose di Gar­da, è la fontana che but­ta acqua nel­la piaz­za dei pla­tani, davan­ti alla parrocchiale.Chissà, forse Gar­da è davvero tan­to, trop­po indaf­fara­ta di questi tem­pi per ricor­dar­si dell’impegno, dell’opera, delle battaglie di Enzo.Pensare che Oppi face­va sì l’ittiologo, ma inseg­na­va anche alle scuole medie.Il suo sog­no era quel­lo di pot­er­si un giorno dedi­care a tem­po pieno alla ricer­ca itti­o­log­i­ca, al suo ama­tis­si­mo lago.Insegnante era sta­to, del resto, anche Flo­reste Malfer, il suo predecessore.A ricor­dare Malfer ci sono adesso un bus­to in bron­zo nel gia­r­dinet­to di fronte a vil­la Alber­ti­ni, una lapi­de sul­la casa dove abita­va, nel­la piaz­za del por­to, e le ele­men­tari. Era un figlio di povera gente, di pesca­tori. Ma seppe con­quis­tar­si «nel­la soci­età un pos­to che non era abit­ual­mente pre­des­ti­na­to ai figli dei poveri», come ha det­to Nereo Maf­fez­zoli, che di Gar­da è sta­to sin­da­co e storico.Malfer a Gar­da lo chia­ma­vano sem­plice­mente «il pro­fes­sore». È sta­to l’uomo che ha aper­to la stra­da a degli stu­di sci­en­tifi­ca­mente vali­di ed effi­caci sull’ambiente del Bena­co, sul­la pesca pro­fes­sion­ale, sul­la tutela di un eco­sis­tema uni­co com’è quel­lo del lago.«Fu un entu­si­as­ta, un innamora­to del­la sua ter­ra e scrisse con accen­ti di poeta le bellezze di Gar­da e dei suo lago», si legge nel­la pre­fazione di un libret­to stam­pa­to da Vita Veronese in occa­sione del cen­te­nario del­la nasci­ta e purtrop­po mai più ripub­bli­ca­to. Per chi davvero voglia conoscere il lago, quel suo volu­mone dal tito­lo [FIRMA]Il Bena­co, edi­to nel 1927, rimane un testo fondamentale.Nella pre­mes­sa, in poche righe, seppe con­den­sare uno spir­i­to nuo­vo, una maniera mod­er­na di avvic­i­nar­si alla scienza.«L’ambiente», scrisse, «è fat­tore così impor­tante che può riten­er­si parte del­la vita che accoglie»: sarebbe cer­ta­mente piaci­u­to a gente come Car­lin Petri­ni, il leader di Slow Food, il pal­adi­no del­la bio­di­ver­sità, del «buono, puli­to e giusto».Forse quan­do scom­parve, nel­la Gar­da degli anni Trenta, non s’era capi­to in pieno la grandez­za di Malfer.Forse neanche nel­la Gar­da d’oggi s’è atten­ti alle parole che ha las­ci­a­to Oppi.Eppure il lago ha bisog­no di gente come loro. Oh, se ne ha bisogno!

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