Inaugurata nelle due sedi della Rocca e del Villino Campi la grande mostra organizzata da museo, comune e provincia. Per gli aspetti scientifici in esposizione le macchine di Leonardo

L’òra: era solo vento, ora è un fenomeno

13/04/2003 in Attualità
Di Luca Delpozzo

Fino a ieri l’òra era solo un sof­fio gagliar­do che investe sul mez­zodì la Busa, spet­ti­na gli ulivi sul­la gran gob­ba del Brione, incres­pa il lago, gon­fia le vele, inaf­ferra­bile e lib­era, capric­ciosa e fedele. La si vede arrivare dai bri­v­i­di, niente più che rughe, sul gran river­bero del lago sot­to il sole: se il cielo è gri­gio di nubi basse, la si attende invano nel respiro eguale del­l’on­da. Nasce di pri­mav­era, tes­ti­mone Gia­co­mo Flo­ri­ani: «Ora fres­ca e marzolina/ che te scor­le i limoneri/… ces­sa ces­sa berechina/ el to zefiro sotìl,/ ora cru­da marzolina/ che zà sbocia’l bel april».Poi è arriva­ta ques­ta mostra, inau­gu­ra­ta con dovizia di illus­tri per­son­ag­gi fra la Roc­ca e Villi­no Campi, a scom­pag­inare le qui­ete certezze delle per­sone sem­pli­ci, che può vol­er dire anche igno­ran­ti. Nel sen­so che, come tut­ti i ven­ti che si rispet­tano, anche l’òra è un fenom­e­no fisi­co, subito spie­ga­to: l’im­men­sa sas­sa­ia delle Maroc­che al sole s’in­cen­dia di calore; l’aria cal­da pesa meno di quel­la fred­da e così, inseg­na Archimede, s’in­vola ver­so il cielo risuc­chi­an­do da sud cor­ren­toni d’aria. Al Villi­no, un’òra così, in sedices­i­mo mag­a­ri, si può costru­ire a coman­do, bas­ta schi­ac­cia­re un bot­tone ed il pias­trone mar­rone di sin­is­tra si scal­da men­tre quel­lo blu di destra si raf­fred­da, e subito un cor­renti­no s’avvia, modesto ma aut­en­ti­co, sen­si­bile alla mano. La fisi­ca imper­ver­sa anche in Roc­ca: chi vuole può vedere come si propa­ga un’on­da fat­ta di bar­rette di poli­cabon­a­to, come sale una mon­golfiera, come è pos­si­bile muoven­do una ven­toli­na scar­roc­cia­re una bar­che­t­ta a vela. L’es­per­i­men­to più bel­lo però è quel­lo del tor­na­do, anche se con l’òra c’en­tra poco, per for­tu­na. Da sot­to, den­tro un cilin­dro viene sof­fi­a­ta in sù acqua neb­u­liz­za­ta, poi un sis­tema di ven­tole avvi­ta su se stes­sa la neb­bia che si torce e s’al­lun­ga pro­prio come in tv: a guardar bene si riconosce che den­tro il cono bis­lun­go e roves­ci­a­to, non c’è niente: a dimostrazione che nel­l’oc­chio del ciclone c’è bonac­cia. Si chia­mano exib­it inter­at­tivi questi con­geg­ni per gio­care col ven­to, ma è un gio­co serio, sci­en­tifi­co: alcu­ni li ha dis­eg­nati il grande Leonar­do, ed un arti­giano fiorenti­no li ha costru­iti copiando con cer­tosi­na pazien­za i dis­eg­ni dei cod­i­ci: gli anemometri, l’ala bat­tente, l’aliante, mate­ri­al­iz­zazioni del sog­no di spic­care il volo, tor­men­to da Icaro in poi di uomi­ni dalle brac­cia trop­po più deboli delle ali degli uccelli.La scenografia è affi­da­ta a pan­nel­li appe­si ai sof­fit­ti, dai tenui col­ori pastel­lo: bas­ta las­ciar aper­ta la por­ta che guar­da sul par­co per­chè entri l’òra, quel­la vera, a don­dolar­li. La mostra s’ar­ti­co­la in due annate, per­chè il ven­to sof­fia poderoso anche sui des­ti­ni eco­nomi­ci del­la Busa. Dap­pri­ma sono state le vele ad avviare un tur­is­mo eli­tario di regatan­ti, oggi migli­a­ta di surf traghet­tano nei par­a­disi garde­sani la gioven­tù sporti­va di mez­z’Eu­ropa. E dunque in questo 2003 esor­disce il design del surf; l’an­no prossi­mo toc­cherà alla sto­ria del tur­is­mo rivano, allargan­do all’am­bi­ente le con­sid­er­azioni mosse sul­la cen­tral­ità del vento.Family muse­um ed ango­lo del gus­to sono i trib­u­ti che l’or­ga­niz­zazione paga alla moder­nità. Nel pri­mo caso c’è un ango­lo, ric­co di cus­ci­ni, in cui per i bam­bi­ni dei gen­i­tori in giro per la mostra, cus­to­di paten­tati rac­con­ter­an­no la leggen­da del­la nin­fa Gar­da, delle sue nozze con Sar­ca alli­etate dal­la nasci­ta di Min­cio a sua vol­ta padre di Vir­gilio. Nel sec­on­do un ritaglio del cor­tile offrirà, gra­zie alla col­lab­o­razione di pro­dut­tori locali, un assag­gio dei sapori tipi­ci delle sponde garde­sane: insom­ma, a saper­li riconoscere, sapori con­di­ti di ven­to.