Dopo l’esito infruttuoso degli scavi effettuati nei due punti indicati dalla veggente Maria Rosa Busi. Sospese le ricerche, i giardinieri hanno rimesso a posto la terra

L’oro di Dongo può attendere

28/09/2004 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Francesco Di Chiara

L’oro di Don­go, se si tro­va al Vit­to­ri­ale, per il momen­to può aspettare. Dopo i due ten­ta­tivi andati a vuo­to, pri­ma con la rus­pa nel gia­r­dinet­to d’in­gres­so a piaz­za Ese­dra, e poi con l’aper­tu­ra del­la pietra tombale che copre la pri­ma cap­pel­la dove fu sepolto Gabriele D’An­nun­zio, sem­bra che ora nes­suno più voglia pren­der­si la respon­s­abil­ità di scav­are o aprire muri tombali. L’ul­ti­mo ordine da parte del­la direzione del­la Fon­dazione Vit­to­ri­ale l’han­no rice­vu­to i gia­r­dinieri già ven­er­di, quan­do Gio­van­na Cic­carel­li, con­sigliere di ammin­is­trazione, ha dato l’or­dine di rimet­tere a pos­to il gia­rdi­no che la pala del­la rus­pa ave­va riv­olta­to in quat­tro pun­ti attorno alle pietre che ricor­dano le battaglie sul Car­so. Anche questo gia­r­dinet­to rap­p­re­sen­ta un’an­go­lo sig­ni­fica­ti­vo del Vit­to­ri­ale volu­to dal D’An­nun­zio negli anni tra il 1922 ed il 1938, peri­o­do nel quale visse a Gar­done Riv­iera con a fian­co l’ar­chitet­to Gian­car­lo Maroni, autore di tutte le prog­et­tazioni che real­iz­zarono le idee del Vate. Ma ora è cer­to che in quel «gia­r­dinet­to del Car­so» quel tesoro, con le doc­u­men­tazioni del carteg­gio Mus­soli­ni-Chur­cill ed altro, non c’è davvero nonos­tante le indi­cazioni del­la veg­gente Maria Rosa Busi. Quin­di i fratel­li Riz­za, respon­s­abili del set­tore gia­r­di­nag­gio e manuten­zione dei beni statali che arric­chis­cono il Vit­to­ri­ale, han­no sis­tem­ato defin­i­ti­va­mente quel­l’area. La veg­gente ave­va però det­to alla pres­i­dente del Vit­to­ri­ale Anna Maria Andreoli e al sin­da­co di Gar­done Alessan­dro Baz­zani che parte del­l’Oro di Don­go si pote­va trovare in almeno tre posti all’in­ter­no del Par­co del Vit­to­ri­ale. Come già det­to, due posti sono già sta­ti indi­vid­uati ma non è sta­to trova­to nul­la. Ne rimar­rebbe quin­di un altro ma non si sa «dove, quan­do, come e se» ver­rà mai effet­tua­ta la terza oper­azione. Il «dove» lo sa soltan­to la veg­gente, che si guar­da bene dal riv­e­lar­lo poichè esiste un accor­do scrit­to con la Andreoli e con il sin­da­co Baz­zani che le riconosce «per legge» una per­centuale «in caso di ritrova­men­to del tesoro». Il «quan­do, il come ed il se» dipen­dono dai diri­gen­ti del­la Fon­dazione Il Vit­to­ri­ale il quale a sua vol­ta dipende dal Min­is­tero dei Beni Cul­tur­ali poichè il D’An­nun­zio donò, quan­do anco­ra era in vita, tut­ta l’area del Vit­to­ri­ale allo Sta­to Ital­iano. Sarebbe uno schi­af­fo alla sto­ria e alla ricer­ca del­la ver­ità, se ora le ricerche venis­sero inter­rotte defin­i­ti­va­mente. Non si par­la pub­bli­ca­mente del­la ques­tione, avvol­ta dal mis­tero da cir­ca 60 anni, dai tem­pi del proces­so di Pado­va svoltosi nel 1957 pro­prio sui mis­teri di quel­la sparizione e durante il quale avvenne l’ul­ti­ma «strana» morte di un giu­dice popo­lare. A quel proces­so, in Corte d’As­sise pre­siedu­ta da Augus­to Zen, furono por­tati 36 impu­tati, si pro­trasse per 44 udien­ze in 4 mesi, ven­nero ascoltati 299 tra testi e par­ti lese, furono scritte 798 pagine di ver­bali ma tut­to finì mala­mente. Poco dopo un sopral­lu­o­go sul lago di Como, il giu­dice popo­lare Sil­vio Andrighet­ti, impren­di­tore di Piove di Sac­co, colto da pro­fon­da depres­sione si tolse la vita. Era il 13 agos­to 1957 e fu forse lui l’ul­ti­ma vit­ti­ma del­l’Oro di Don­go. I due servizi tele­vi­sivi, appar­si su RaiTre il 30 agos­to ed il 6 set­tem­bre scor­so han­no accen­na­to a centi­na­ia di ucci­sioni, strani sui­ci­di e per­sone scom­parse dopo l’aprile del 1945, tut­ti che ave­vano avu­to a che fare con l’Oro di Don­go. Fat­to sta che il proces­so di Pado­va venne bloc­ca­to nel­l’es­tate del 1957 e tre suc­ces­sive amnistie can­cel­larono per sem­pre il «caso». Pochi mesi dopo una del­egazione polit­i­ca si pre­sen­tò a casa Mus­soli­ni per con­seg­nare, chiusi in una cas­set­ta di leg­no per il sapone, i resti di Ben­i­to Mus­soli­ni, dopo 12 anni dal­la sua ucci­sione. Mai nes­suno fece però l’e­same del Dna a quei poveri resti. Fu un caso se nel­lo stes­so anno si volle met­tere la paro­la fine su due vicende molto impor­tan­ti per la Repub­bli­ca Ital­iana? E chissà che non siano questi nos­tri mis­teri nel Vit­to­ri­ale a far nascere l’idea di una spe­ciale com­mis­sione di esper­ti (stori­ci, gior­nal­isti, avvo­cati e giu­di­ci) che affron­ti­no una vol­ta per tutte, con cri­te­rio sci­en­tifi­co, uno dei più intri­cati fas­ci­coli del­la recente sto­ria italiana.