Mario Degani, classe 1923, votato per acclamazione presidente Associazione Combattenti e Reduci

20/11/2014 in Attualità
Di Luigi Del Pozzo

Vota­to per accla­mazione nel cor­so del­la con­viviale per le cel­e­brazioni del­la fes­ta del­l’U­nità Nazionale, Mario Degani, classe 1923, è il nuo­vo pres­i­dente del­l’as­so­ci­azione nazionale com­bat­ten­ti e reduci.

E’ uno dei sei reduci che anco­ra sono in vita nel comune di Lazise. Nonos­tante l’op­er­azione subi­ta oltre ven­ti anni, una brut­ta tra­cheoto­mia che lo ha reso pri­vo del­la voce, Mario Degani gode di otti­ma salute e da aviere motorista, par­ti­to volon­tario per la guer­ra alla gio­vane età di 17 anni, ha accetta­to subito e di buon gra­do il nuo­vis­si­mo incar­i­co.

Sod­dis­fazione da parte del­la sezione ANCR, ma non da meno da parte dei cinque figli.

Dire che è una sod­dis­fazione è dire poco — affer­ma Tul­lio Degani — per­ché mio padre a 91 anni suonati , nonos­tante la sua afo­nia, è anco­ra in gam­ba. Vive da solo, dopo la morte di mia madre, è autonomo. E’ lucidis­si­mo e sta scriven­do alcune mem­o­rie del­la sua “vicen­da bel­li­ca”. Ripete sem­pre che è sta­to for­tu­na­to. Lui si è sal­va­to e tut­ti gli altri suoi com­pag­ni sono tut­ti dece­du­ti nel­la tremen­da guer­ra mon­di­ale.”

Mario Degani è conosciutis­si­mo in paese. Ha lavo­ra­to una vita intera come mec­ca­ni­co di bici­clette e di motori­ni. Ha ven­du­to migli­a­ia e miglia di bom­bole di butano in tut­to il paese. Quan­do le bom­bole ali­men­ta­vano i for­nel­li di casa e dei ris­toran­ti per Degani non c’era tem­po per riposare. Un con­tin­uo andiriv­ieni fra la cam­pagna ed il paese per essere sem­pre pron­ti ed effi­ci­en­ti.

Ricor­do la fine del­la guer­ra come fos­se ieri — pre­cisa Mario Degani — ed in quel peri­o­do mi trova­vo in Fran­cia. Ero aviere scel­to motorista. Mi arruo­lai volon­tario a 17 anni. Il nos­tro coman­dante ci comu­nicò che la guer­ra era fini­ta, ci con­seg­nò il con­ge­do e ci disse di tornare a casa evi­tan­do di far­ci pren­dere dai tedeschi. Iniz­iò il cal­vario. Un lunghissi­mo viag­gio sal­en­do su treni di for­tu­na. Arrivai a Peschiera. Era pat­tugli­a­ta dai tedeschi. Vidi una don­na con un bam­bi­no di cir­ca due anni in brac­cio. Mi avvic­i­nai — con­tin­ua Degani com­muoven­dosi anco­ra adesso — e le chiesi di dar­mi in brac­cio il bam­bi­no. Pas­sam­mo davan­ti ai tedeschi e non ci fer­marono. Pas­sato il bloc­co tedesco ci salu­tam­mo e non la riv­i­di mai più. Mi salvò la vita di sicuro. A pie­di ho pros­e­gui­to per le cam­pagne fino ad arrivare a Lazise. Mi accolsero come un redi­vi­vo. Ed ora sono qui a rap­p­re­sentare i reduci. Non lo avrei mai pen­sato.”

Ser­gio Baz­er­la

Degani racconta.…

…Ho 92 anni e ricor­do la fine del­la guer­ra come se fos­se ieri.

Poco più che ven­tenne, in quel peri­o­do mi trova­vo in Fran­cia, ero aviere scel­to motorista, mi arruo­lai volon­tario nell’esercito all’età di 17 anni.

Il nos­tro coman­dante ci comu­nicò che la guer­ra era fini­ta, ci con­seg­nò il con­ge­do e ci disse di tornare a casa, evi­tan­do di far­ci pren­dere dai tedeschi.

Iniz­iò cosi il “cal­vario” per il ritorno ver­so l’Italia, un lun­go viag­gio…..

Pas­san­do per le cam­pagne arrivam­mo alla lin­ea fer­roviaria e al giun­gere del treno si cer­ca­va di salire al volo e il mac­chin­ista che sape­va, ral­len­ta­va per dare la pos­si­bil­ità di salire o scen­dere e fu così fino in Italia. Ma alla stazione di Peschiera c’erano i tedeschi e dove­vo subito trovare una soluzione. Accan­to a me era sedu­ta una gio­vane don­na con suo figlio, le chiesi di pot­er tenere in brac­cio il pic­co­lo di cir­ca due anni fino al pas­sag­gio davan­ti ai tedeschi. La don­na capì e mi aiutò dan­do­mi in brac­cio il bam­bi­no.

Quin­di siamo sce­si assieme dal treno e i tedeschi, venden­do­mi con il pic­co­lo in brac­cio e la sposa a fian­co, non mi fer­marono. Quan­do final­mente erava­mo fuori dal­la stazione, ringrazi­ai la don­na, che con un grande sor­riso mi auguro’ buona for­tu­na. Se non aves­si incon­tra­to quel­la gio­vane mam­ma, prob­a­bil­mente i tedeschi mi avreb­bero arresta­to… Così a pie­di, ho pros­e­gui­to per le cam­pagne fino a Lazise, a casa, dal­la mia famiglia… FINALMENTE!