Ieri la presentazione del nuovo sistema Olfil. Al via il nuovo magazzino da 4 miliardi. All’interno dello stabilimento un museo che guarda al futuro

Marzoli, il Duemila anno zero

22/07/2000 in Economia
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Di Luca Delpozzo
Gianni Bonfadini e Marcello Zane

Ad Attilio Camozzi è tor­na­to il sor­riso. In realtà, al patron dell’omonimo grup­po indus­tri­ale bres­ciano al quale fa capo, fra le altre, la Mar­zoli di Palaz­zo­lo, la seren­ità non è mai venu­ta meno in questi anni anche se, con­fes­sa oggi, più d’una notte s’è trova­to a med­itare su quel che, più che una scommes­sa, appari­va un azzar­do: com­prare e risanare la Mar­zoli di Palaz­zo­lo, azien­da mec­ca­n­otes­sile di grande bla­sone negli anni pas­sati anda­ta in dis­ar­mo dopo diver­si pas­sag­gi di pro­pri­età: alcu­ni sfor­tu­nati, altri dis­graziati per non dire altro. In questi ulti­mi 12–15 anni poche altre imp­rese han­no avu­to un tour­bil­lon di pas­sag­gi di pro­pri­età come la Mar­zoli. Risul­ta­to: negli ulti­mi anni l’azienda si è “bevu­ta” qual­cosa come 120 mil­iar­di. Un buco spaven­toso, una vor­agine capace di affos­sare un mar­chio glo­rioso. Così non è anda­ta: poco meno di 400 posti di lavoro sono sta­ti sal­vati, un pat­ri­mo­nio di conoscen­ze e di sto­ria può con­tin­uare a restare in ter­ra bres­ciana: «Sarebbe sta­ta fol­lia dis­perdere tut­to questo — dice Attilio Camozzi -; Mar­zoli con­tin­ua ad essere un mar­chio mon­di­ale per l’industria bres­ciana, un po’ quel­lo che sono la Berar­di e l’Innse. Aziende che han­no mac­chine e impianti ad ogni lat­i­tu­dine, sta­bil­i­men­ti e pro­duzioni che ave­vano bisog­no di una iniezione di fidu­cia impren­di­to­ri­ale, pri­ma anco­ra che di liq­uid­ità. Tut­ti abbi­amo lavo­ra­to molto, le maes­tranze sono state esem­plari, il sin­da­ca­to ha capi­to che ave­va­mo bisog­no di alleg­gerir­ci di per­son­ale per dare un futuro all’azienda. Oggi i fat­ti com­in­ciano a dar­ci ragione». Ed ieri, in occa­sione di un open house, Attilio Camozzi (por­ta­tore dell’85% del pac­chet­to azionario) e Gio­van­ni Cadei (vicedi­ret­tore gen­erale di Bipop, alla quale fa capo il 15%) han­no pre­sen­ta­to alla clien­tela il lavoro sin qui svolto, le prospet­tive, l’ultima nata di casa Mar­zoli: i fila­toi Olfil, un nuo­vo sis­tema di filatu­ra a con­den­sazione di facile appli­cazione al fila­toio pre­dis­pos­to, di agev­ole uti­liz­zo come sis­tema addizionale e alter­na­ti­vo alla filatu­ra tradizionale ad anel­lo con con­seguente aumen­to del­la flessibil­ità pro­dut­ti­va. Un sis­tema di pro­duzione — per dirla in breve e da pro­fano — che appli­ca alle mac­chine Mar­zoli la tec­nolo­gia pri­maria del grup­po Camozzi: l’aria com­pres­sa. Ed è anche gra­zie all’Olfil che il Duemi­la rap­p­re­sen­terà per la Mar­zoli una sor­ta di anno zero, l’anno del riscat­to dopo anni di con­ti a dir poco dif­fi­cili: se il ’99 ha chiu­so con un fat­tura­to infe­ri­ore ai cen­to mil­iar­di, il Duemi­la seg­n­erà ven­dite per 150 mil­iar­di e se il bilan­cio del­lo scor­so anno si è chiu­so in rosso per poco meno di dieci mil­iar­di, le stime per il Duemi­la sono pos­i­tive: l’utile non mancherà. Il mer­ca­to mon­di­ale delle filatu­ra è in ripresa e all’appuntamento, oltre che con l’Olfil, la Mar­zoli si pre­sen­ta con una strut­tura pro­dut­ti­va e com­mer­ciale total­mente rifat­ta. Camozzi e Cadei han­no ben chiaro una data: il 3 mar­zo del ’99. Da quel giorno, la ges­tione del­la fab­bri­ca è per intero pas­sa­ta ai Camozzi dopo l’uscita dei Lonati. L’idea-guida dell’intervento di ristrut­turazione è sta­ta quel­la di sfruttare le sin­ergie dell’intero grup­po Camozzi: Innse Berar­di e Ret­co per le com­pe­ten­ze nell’automazione indus­tri­ale, alla Plas­tibena­co per alcu­ni mate­ri­ali inno­v­a­tivi, la Onion per le reti infor­matiche, la Camozzi per i com­po­nen­ti del­la pneu­mat­i­ca e — soprat­tut­to — per la rete com­mer­ciale. Ed è forse quest’ultimo l’aspetto più inno­v­a­ti­vo. Il grup­po Camozzi ha 18 sedi com­mer­ciali estere: una deci­na sono già state attrez­zate per diventare pun­to di rifer­i­men­to anche per le pro­duzioni del­la Mar­zoli così come, a liv­el­lo di Grup­po, le stes­si sedi, diver­ran­no o sono diven­tate fil­iali com­mer­ciali per l’insieme dei marchi del Grup­po stes­so. Le pre­vi­sioni oltre il Duemi­la — pur se i Camozzi non si sbi­lan­ciano — restano pos­i­tive. Nei giorni prossi­mi par­tirà la costruzione del nuo­vo mag­a­zz­i­no autom­a­tiz­za­to: un par­al­lelepipedo di 20 metri per 70, alto 18, un inves­ti­men­to supe­ri­ore ai 4 mil­iar­di che ver­rà pron­to per la pri­mav­era prossi­ma. Il nuo­vo mag­a­zz­i­no è l’investimento più mas­s­ic­cio in cantiere ma non è, ovvi­a­mente, l’unico. Abban­do­na­ta l’idea, “ered­i­ta­ta” dal­la ges­tione prece­dente, di real­iz­zare un nuo­vo sta­bil­i­men­to, le risorse ver­ran­no ind­i­riz­zate anco­ra nel pro­gres­si­vo aggior­na­men­to tec­no­logi­co dell’officina, del­la fonde­ria, del repar­to assem­blag­gio e nel­la ricer­ca. La strate­gia, con­fer­ma­ta anche ieri, è quel­la di man­tenere inte­gro l’intero ciclo pro­dut­ti­vo rib­aden­do quel che è sem­pre sta­to una sor­ta di mer­chio di fab­bri­ca del­la Casa: dal­la mate­ria pri­ma (vi sono sta­ti anni nei quali la Mar­zoli ave­va miniere in Valle Trompia) al prodot­to finale pas­san­do dal con­trol­lo — fino a qualche anno fa — delle cen­trali elet­triche. Un capi­to­lo, quest’ultimo, sul quale Camozzi preferisce glis­sare non capac­i­tan­dosi ancor’oggi di come si sia potu­to vendere a quei prezzi le cen­trali del­la Casa. Ma c’è poco da stupir­si, ten­ta di con­so­lar­lo un anziano dipen­dente, se solo si pen­sa che qualche anno fa, per far cas­sa, qual­cuno ha ven­du­to la grande fontana in ghisa che sta­va sul piazzale…All’interno del­lo sta­bil­i­men­to un che guar­da al futuro All’ingresso del Museo che la Mar­zoli ha aper­to pres­so la sede stor­i­ca di Palaz­zo­lo, i due busti di Cristo­foro e Francesco Mar­zoli fan­no soggezione, veri cap­i­tani d’industria, dec­o­rati di medaglie fat­te di intel­li­gen­za e tena­cia che con­trad­dis­tin­guono anco­ra oggi l’azienda. Den­tro, una grande immag­ine di fine sec­o­lo resti­tu­isce un Francesco Mar­zoli gio­vanis­si­mo e sor­ri­dente fra i suoi operai. Poten­za di un museo azien­dale ben allesti­to e ric­chissi­mo di mate­ri­ali, mac­chine, doc­u­men­ti, immag­i­ni: resti­tuire l’infanzia di un’azienda, doc­u­men­tarne i pas­sag­gi tem­po­rali per dare sen­so e sostan­za anche al domani. Ovvero, pot­er guardare negli occhi i Mar­zoli che furono, per ritrovarvi la stes­sa verve e lo stes­so entu­si­as­mo degli ammin­is­tra­tori di oggi, che mutano di famiglia, ma man­ten­gono intat­te le atten­zioni ver­so quel grande futuro già alle spalle. Un Museo che diviene sor­pre­sa per la ric­chez­za delle collezioni e del­la doc­u­men­tazione pre­sente, che (final­mente) ripor­ta alla con­cezione di Museo non vir­tuale, trop­po spes­so reg­no delle tante parole e di poca sostan­za. Vicev­er­sa, il Museo Mar­zoli si pro­pone da subito — per quan­tità e qual­ità dei mate­ri­ali esposti — come sed­i­men­tazione di una molteplic­ità di let­ture e fruibil­ità, ad uso e con­sumo (e sec­on­do le sin­gole capac­ità) di sco­laresche, stu­diosi dell’innovazione tec­no­log­i­ca, grup­pi di ex dipen­den­ti, stori­ci d’impresa, tur­isti alla ricer­ca delle ragioni ultime del­la sto­ria di una comu­nità. E per Palaz­zo­lo, che a cav­al­lo del sec­o­lo era nom­i­na­ta a ragione come la Man­ches­ter ital­iana, questo diviene, par­a­dig­mati­ca­mente ed in modo esem­plare, il Museo del­la pro­pria sto­ria con­tem­po­ranea. Ad iniziare dall’icona azien­dale in gigan­tografia, che mostra la Palaz­zo­lo di decen­ni or sono a fare da sfon­do all’opificio, a sim­bo­leg­gia­re un indis­sol­u­bile legame sim­bi­oti­co fra mon­do pro­dut­ti­vo e comu­nità locale. Una sto­ria fat­ta, let­teral­mente, da quel­lo stu­pen­do tornio data­to 1851, mon­ta­to su ban­co in leg­no, sos­ti­tu­ito un trenten­nio dopo dal tornio inglese a doppia bar­ra, vite madre e rego­lazione delle veloc­ità, un vero lus­so tec­no­logi­co, sino alle mac­chine uten­sili uti­liz­zate per costru­ire munizioni nel pri­mo con­flit­to mon­di­ale od a quelle acquis­tate dall’azienda nel sec­on­do dopoguer­ra, gra­zie agli aiu­ti del Piano Mar­shall. A fare da filo con­dut­tore alle tante sto­rie che ogni vis­i­ta­tore può costru­ire all’interno del Museo, la sto­ria dell’azienda e delle sue ram­i­fi­cazioni, tron­cate o rin­vig­orite nei decen­ni seguen­do con capac­ità impren­di­to­ri­ale l’economia euro­pea e plan­e­taria. Le toc­chi quin­di con mano le scelte che l’azienda ha effet­tua­to nel tem­po, pas­san­do dal­la sezione fonde­ria a quel­la mineraria (con ogget­ti e dis­eg­ni del­la miniera di Pez­zaze), da quel­la ded­i­ca­ta alla pro­duzione di ener­gia elet­tri­ca alle sezioni del tes­sile. Non si può fare a meno di rim­i­rare, den­tro il Museo, la vec­chia valiget­ta del commes­so viag­gia­tore del­la Dit­ta Mar­zoli, e, oltre la vetra­ta, sbir­cia­re la home page azien­dale pronta sul­lo scher­mo del pc, capace di far vendere in ogni ango­lo del globo con un click: nel mez­zo ci sta tut­ta la sto­ria dell’azienda e, in fon­do, tut­ta la nos­tra storia.Marcello Zane

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