Commozione per la morte di D’Arrigo. Protagonista a Baldofestival era stato invitato a Deltaland

Mostra per ricordare l’eploratore dell’aria

28/03/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo

La sua meta­mor­fosi da uomo a uccel­lo è rimas­ta incom­pi­u­ta. Le ali mec­ca­niche di un bipos­to ultra­leg­gero guida­to da un esper­to ex gen­erale dell’aeronautica, han­no tra­di­to Ange­lo D’Arrigo, il delta­planista per metà sicil­iano e metà parig­i­no, che ama­va volare affi­an­can­do i rapaci e le gru accom­pa­g­nan­doli nelle loro migrazioni oltre i mari, sopra le vette più alte del modo. D’Arrigo, l’esploarore dell’aria pre­cip­i­ta­to da cir­ca 150 metri d’altezza su un ulive­to vici­no a Comiso in provin­cia di Ragusa, ha las­ci­a­to attoni­ti col­oro che anche nel Veronese lo conosce­vano. Nel set­tem­bre scor­so, infat­ti, ave­va entu­si­as­ma­to Capri­no e durante due ser­ate orga­niz­zate dall’associazione cul­tur­ale capri­nese Bald­ofes­ti­val, pre­sen­tan­do i suoi film «Il popo­lo migra­tore» e «In volo sull’Everest». Pro­prio in questi giorni — l’ultima sua e‑mail a Bald­ofes­ti­val risale al 13 mar­zo — , sta­va pren­den­do nuovi accor­di per tornare alle falde del per un’ occa­sione impor­tante. «Tra il 6 e il 9 luglio fes­tegger­e­mo a Delta­land il ven­ten­nale dell’associazione e il trenten­nale del­la Fed­er­azione ital­iana volo libero (Fivl). Ange­lo mi ave­va appe­na fat­to sapere che sarebbe venu­to saba­to 8 o domeni­ca 9, o per entrambe le gior­nate. Invece…», dice Anna Rosa Bono­mi­ni, tra i soci fonda­tori di Delta­land, mem­bro di Bald­ofes­ti­val, che ora ha inten­zione di rac­cogliere le fotografie scat­tate con D’Arrigo per orga­niz­zare una mostra o una ser­a­ta in ricor­do dell’amico. «Mi scrive­va che era appe­na rien­tra­to dal Perù, che a giug­no vi sarebbe tor­na­to e che comunque avrebbe con­trol­la­to l’agenda per tornare con noi per il trenten­nale del­la Fivl», con­tin­ua Bono­mi­ni. «Per l’occasione ci sarà a Delta­land tut­to ciò che vola, delta­plani, para­pendii, eli­cot­teri, aquiloni, alianti in mostra e mon­golfiere. Non pote­va man­care Ange­lo che sarebbe sta­to l’ospite d’onore». Anna Rosa Bono­mi­ni è attoni­ta per la morte di D’Arrigo, ha la voce roca, ma par­la del­la futu­ra fes­ta del volo dipin­gen­dola con i col­ori del­la mer­av­iglia. È un entu­si­as­mo stra­no par­lan­do di uno sport, che, in fon­do, è l’unica vera causa del­la trage­dia avvenu­ta. «Volare è trop­po bel­lo», com­men­ta. «Tan­ti di noi si sono ammac­cati, altri sono mor­ti ma ciò non può dis­toglier­ci dal­la pas­sione del volo. Ange­lo non avrebbe mai smes­so di volare, io volo da oltre vent’anni e lo fac­cio ogni vol­ta con l’entusiasmo di una bam­bi­na». Dove­va essere così anche per D’Arrigo. Che però di ques­ta pas­sione, che gli ave­va dato coppe tro­fei, medaglie e onori, ave­va fat­to una mis­sione. «Amo volare», disse a set­tem­bre «ma per me ora è impor­tante la grat­i­fi­cazione sci­en­tifi­ca. Seguen­do la tec­ni­ca dell’imprinting, indi­ca­ta da Kon­rad Lorenz, affi­dan­do­mi alla con­sulen­za di biolo­gi e zoolo­gi e stu­dian­do per anni, ho mes­so la mia espe­rien­za a servizio del­la scien­za per inseg­nare ai rapaci in estinzione come volare e migrare, rein­seren­doli nel loro habi­tat nat­u­rale. Così, nel diventare mae­stro di volo e quin­di di vita per i rapaci, attuo in me una specie di meta­mor­fosi da uomo a uccel­lo, che mi per­me­tte di appren­dere le tec­niche di volo dai veri sig­nori del cielo». Per attuare ques­ta meta­mor­fosi inten­de­va rius­cire a volare ad alta quo­ta sen­za bom­bole d’ossigeno e poi bat­tere sem­pre nuove e inedite tappe. La set­ti­mana scor­sa ave­va annun­ci­a­to che avrebbe sor­vola­to l’Antartide. «Si sta­va già preparan­do con la sua soli­ta pre­ci­sione sci­en­tifi­ca, per­ché così deve essere in questo sport», pre­cisa Bono­mi­ni. «Non las­ci­a­va mai nul­la al caso, eppure è cadu­to così stu­p­ida­mente. Vedremo di capire cosa sia accadu­to, intan­to lo ricorder­e­mo con una mostra di foto o proi­et­tan­do un suo video in un cin­e­ma locale». Bar­bara Bertasi

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