Sabato 9 luglio alle ore 21.15 in scena all’Arena di Verona Nabucco di Giuseppe Verdi nella sua edizione storica, con la scenografia ideata nel 1991 dall’architetto veronese Rinaldo Olivieri. La direzione d’orchestra è affidata al maestro Julian Kovatchev, la regia a Gianfranco de Bosio

Nabucco, di Giuseppe Verdi, per la regia di Gianfranco de Bosio, in scena all’arena di Verona

07/07/2011 in Attualità, Spettacoli
Di Luca Delpozzo

Nabuc­co ritor­na sul­la sce­na are­ni­ana con l’allestimento prog­et­ta­to nel 1991 da Rinal­do Olivieri fedel­mente ricostru­ito.  Il dram­ma si dipana attorno ad un pun­to focale: un’imponente Torre di Babele, che cresce di atto in atto fino alla defla­grazione finale, come da libret­to di Temis­to­cle Sol­era. Un’icona, che rap­p­re­sen­ta il dis­sidio tra Babilo­nia e Gerusalemme, sot­to­lin­eato reg­is­ti­ca­mente da Gian­fran­co de Bosio (nel­la foto di LDP con Artisti e Sovrin­ten­dente Are­na Francesco Giron­di­ni) con la dinam­ic­ità del popo­lo ebraico con­trap­pos­ta alla ier­atic­ità di quel­lo babilonese; un con­trasto tra cul­ture e reli­gioni diverse, che al cul­mine dell’incomprensione alla fine san­no ritrovare una lin­gua comune per tornare all’armonia nel­la plu­ral­ità. Ed il lieto fine di Nabuc­co non può che rispec­chiare l’idea risorg­i­men­tale dell’opera pro­pria dei patri­oti ital­iani, che l’hanno innalza­ta ad inno del riscat­to nazionale. Nabuc­co è il cap­ola­voro gio­vanile di un non anco­ra trentenne, che si riaf­fac­cia alla com­po­sizione operi­s­ti­ca dopo la pro­fon­da crisi dovu­ta alla morte del­la moglie e dei due figli, ed al fias­co del suo Un giorno di reg­no. Ma il libret­to del Sol­era, in cui spic­ca il lamen­to del popo­lo oppres­so che lo ripor­ta alla situ­azione stor­i­ca del suo stes­so popo­lo, spinge Ver­di a sten­dere in soli tre mesi la par­ti­tu­ra, com­po­nen­do quel­lo che sarà il can­to degli ital­iani di ieri e di oggi: il coro del Va’ pen­siero, bis­sato già alla Pri­ma del 9 mar­zo 1843 alla Scala di . Dram­ma molto ama­to dal pub­bli­co are­ni­ano, in sce­na a Verona per la pri­ma vol­ta al Teatro Filar­mon­i­co il 10 gen­naio del 1844 con la super­vi­sione del­lo stes­so Ver­di, diret­tore Car­lo Sampi­etro e duo pro­tag­o­nista Fil­ip­po Colli­ni e Giusep­pina Strep­poni. Alla Pri­ma del 9 luglio Nabuc­co pre­sen­ta un cast d’eccellenza. Le par­ti fem­minili vedono nelle vesti di Abi­gaille il sopra­no gre­co Dim­i­tra Theo­dos­siou, che si è impos­ta subito all’attenzione mon­di­ale come inter­prete di rilie­vo del reper­to­rio ver­diano e bel­can­tis­ti­co, men­tre il mez­zoso­pra­no Andrea Ulbrich è la rivale Fene­na. Nel ruo­lo del tito­lo Ambro­gio Maestri, con­sid­er­a­to dal­la crit­i­ca uno fra i migliori bari­toni ver­diani del­la sua gen­er­azione. Accan­to a lui Rubens Peliz­zari debut­tante in Are­na come Ismaele, men­tre Zac­caria è inter­pre­ta­to dal bas­so amer­i­cano Ray­mond Ace­to, diplo­matosi al Met­ro­pol­i­tan Opera dove ha inter­pre­ta­to i ruoli ver­diani di Zac­caria in Nabuc­co, il Re in e Spara­fu­cile in Rigo­let­to.  Sul­la sce­na alla sua Pri­ma in Are­na Ziyan Atfeh (Gran Sac­er­dote di Belo), accan­to ad Antonel­lo Ceron (Abdal­lo) e Maria Letizia Grossel­li (Anna). Nabuc­co all’: 10 alles­ti­men­ti ripresi in 18 Fes­ti­val 1938  scene Pietro Aschieri 1956  scene Cesare Maria Cristi­ni 1962  scene Attilio Colon­nel­lo 1971  scene Pino Casari­ni 1981  scene Luciano Min­guzzi 1989  scene Vit­to­rio Rossi 1991  scene Rinal­do Olivieri riprese: 1992, 1994, 1996, 1998, 2011 2000  scene Hugo De Ana, ripresa: 2001 2002  scene Graziano Gre­gori, riprese: 2003, 2005 2007  scene Denis Krief, ripresa: 2008   Nabuc­co repli­ca: 15, 20, 23, 27 luglio — 5, 12, 21, 25 agos­to — 1 set­tem­bre   Nabuc­co di Gian­fran­co de Bosio   1. All’amico Rinal­do Rinal­do Olivieri fu il mio col­lab­o­ra­tore più stret­to negli anni Novan­ta, durante la mia sovrin­ten­den­za are­ni­ana. Purtrop­po ci ha las­ciati, ma non pos­so dimen­ti­care la sua fer­vi­da cre­ativ­ità e il fon­da­men­tale con­trib­u­to che egli diede al Nabuc­co che quest’anno viene ripreso. Ho incon­tra­to Rinal­do Olivieri sul pal­cosceni­co dell’Arena quan­do assunse la direzione degli alles­ti­men­ti. Gli proposi un prob­le­ma mai risolto dall’Aida 1913 di Ettore Fag­iuoli: coprire nel quar­to atto con un gigan­tesco bal­dacchi­no la sce­na finale del “Tem­pio”, così come l’aveva immag­i­na­ta l’inventore del­la scenografia in Are­na, ma nes­suno era mai rius­ci­to a real­iz­zarla né allo­ra né nel­la nos­tra pri­ma rie­vo­cazione del 1982. Rinal­do, forte del­la sua cul­tura architet­ton­i­ca, vi riuscì e il pub­bli­co, quan­do vide salire il bal­dacchi­no all’altezza degli obelis­chi, scop­piò in un emozio­nante applau­so. Com­pim­mo una suc­ces­si­va espe­rien­za comune, l’adattamento del­la scenografia del Fag­iuoli alla pisci­na olimpi­ca real­iz­za­ta a Tokyo dal famoso architet­to giap­ponese Ken­zo Tange. Si trat­ta­va di un’im­pre­sa stilis­ti­ca­mente assai ard­ua, far pen­e­trare nel dis­cor­so architet­ton­i­co di inno­vazione nove­cen­tista un prog­et­to con­cepi­to per uno speci­fi­co mon­u­men­to romano; Olivieri ebbe un’invenzione insieme sem­plice e geniale, inven­tò una for­ma puris­si­ma ispi­ra­ta alle forme di Ken­zo, che met­te­va in stret­to rap­por­to di neces­sità il sis­tema scenografi­co di Fag­iuoli con il luo­go mod­er­no. Ken­zo Tange mi con­fidò che era rab­bri­v­id­i­to d’inquietudine quan­do gli ave­vano comu­ni­ca­to che l’Aida di Ver­di dell’Arena di Verona sarebbe sta­ta rap­p­re­sen­ta­ta nel suo com­p­lesso: dopo la rap­p­re­sen­tazione ci espresse la sua gioia e la sua com­mozione per il modo in cui ave­va­mo inter­pre­ta­to e riv­e­la­to le pos­si­bil­ità del suo spazio. Non pote­va quin­di man­care una nuo­va espe­rien­za comune e fui lieto di accettare Rinal­do come scenografo del­la nuo­va real­iz­zazione di Nabuc­co all’Arena di Verona. Gli esposi la mia inter­pre­tazione dell’opera, let­ta come una mod­er­na metafo­ra del con­flit­to tra l’idea monoteista — la cul­tura dell’uno, dell’individuo, del­lo spir­i­to e quin­di del rig­ore del­la for­ma — e la reli­gione idol­a­tri­ca, la cul­tura del­la plu­ral­ità degli dei in cui dom­i­na la legge del più forte e quin­di l’esplosione delle forme, il cul­to dell’estetismo. Olivieri ha risolto da par suo questo con­trasto nel­la for­ma con­trap­pos­ta del tem­pio di Gerusalemme e del­la reg­gia babilonese, sor­mon­ta­ta da una torre di Babele che alla fine spro­fonderà tra­vol­ta dal­la poten­za del­lo spir­i­to. È una visione con­for­t­ante, non siamo affat­to cer­ti che cor­rispon­da alla nos­tra espe­rien­za stor­i­ca, ma Rinal­do Olivieri l’affida sin d’ora alle ragioni dell’utopia e dell’arte.   2. Note per NABUCCO Come fu con Cap­pel­li per l’invenzione di Aida 1913, deb­bo al giovine Sovrin­ten­dente Giron­di­ni la ripresa del mio Nabuc­co 1991–1998, rap­p­re­sen­ta­to con suc­ces­so in cinque sta­gioni are­ni­ane, illu­mi­na­to dal­la scenografia di Rinal­do Olivieri, architet­to e scenografo di stra­or­di­nar­ia qual­ità. Real­iz­zare una regia in Are­na richiede, a mio parere, otti­ma conoscen­za e di con­seguen­za rispet­to delle carat­ter­is­tiche estetiche dell’anfiteatro. Fu così che la rie­vo­cazione del­la pri­ma Aida ottenne così ampio con­sen­so, fino ad avviar­si ver­so la ven­tes­i­ma sta­gione in Are­na, con oltre due mil­ioni di spet­ta­tori fino ad oggi. Seguen­do gli stes­si cri­teri, prog­et­tam­mo con il caris­si­mo ami­co Rinal­do, questo Nabuc­co, che lib­era le grad­i­nate alle fig­u­razioni, esige vari­età nei cam­bi sce­na e grandiosità nel cen­tro del pal­cosceni­co: una pos­sente costruzione per il tem­pio ebraico di Gerusalemme, che si trasfor­ma in una fan­tas­ti­ca torre di Babele nell’esilio babilonese del popo­lo depor­ta­to.  Ques­ta torre saprà infranger­si nel­la maledi­zione finale, così da far diventare più solenne la dis­truzione del­la divinità pagana pre­vista dal libret­to orig­i­nale. Il rac­con­to nel Nabuc­co è una fan­ta­sia otto­cen­tesca, la musi­ca di Ver­di è una mod­er­na tes­ti­mo­ni­an­za di fidu­cia, mal­gra­do tut­to, nel prevalere del­la lib­ertà nel­la sto­ria dell’uomo.