Riccardo Ausserer è sceso a 81 metri per collocare una targa e scacciare i propri incubi UN ANNO FA LA TRAGEDIA

Negli abissi del Garda nel ricordo di due amici

30/12/2003 in Avvenimenti
Di Luca Delpozzo

«Sono sce­so fino a 81 metri. Ho esor­ciz­za­to i miei incu­bi». Ad un anno esat­to di dis­tan­za dal­la trag­i­ca immer­sione nelle acque anti­s­tan­ti Corno di Bò, ieri, Ric­car­do Ausser­er ha volu­to ricor­dare gli ami­ci Mas­si­mo Berti e Clau­dio Cat­toni che quel 29 dicem­re 2002 persero la vita.Ha volu­to far­lo con un’im­mer­sione durante la quale ha col­lo­ca­to una nuo­va tar­ga ricor­do ad un paio di metri di pro­fon­dità e ha por­ta­to quel­la depos­ta lo scor­so mar­zo più giù, molto più giù: a meno 81 metri. Ci ha mes­so cir­ca una venti­na di minu­ti: con la lam­pa­da ha squar­ci­a­to le tene­bre degli abis­si e lenta­mente è anda­to a cac­cia dei suoi incu­bi, per affrontar­li e sconfiggerli.«Da un anno — ha spie­ga­to una vol­ta tor­na­to in super­fi­cie — Mas­si­mo tur­ba le mie not­ti, pro­tag­o­nista asso­lu­to dei miei incu­bi. È stra­no per­ché ero molto ami­co di Clau­dio, abitava­mo a pochi metri di dis­tan­za, ma è Mas­si­mo a non dar­mi pace. Lo ha fat­to anche la notte scor­sa: mi affer­ra­va per le pinne, mi trasci­na­va ver­so il bas­so e mi dice­va “vieni giù e res­ta insieme a me”». Pes­si­mo pre­sa­gio, ma Ric­car­do non ha volu­to ascoltare la moglie che cer­ca­va di con­vin­cer­lo a rin­un­cia­re. Pro­prio come dod­i­ci mesi fa, è sce­so dalle ripi­de scale di pietra che scen­dono fino al lago dal­la Garde­sana Ori­en­tale — e che ieri si era­no trasfor­mate nel let­to insidioso di un pic­co­lo tor­rente — ha rag­giun­to la spi­ag­gia delle Lucer­tole poco dopo le 9.Insieme a lui, i fratel­li e la mam­ma di Mas­si­mo con altri famigliari: né il lago mosso, né la piog­gia e il forte ven­to geli­do sono rius­ci­ti a fer­mare la pic­co­la comi­ti­va par­ti­ta da Tren­to sot­to la neve. Ric­car­do ha ripetu­to gli stes­si gesti com­piu­ti un anno pri­ma insieme a Mas­si­mo e Clau­dio e agli altri due com­pag­ni d’im­mer­sione, Loren­zo Lucian­er e sua moglie Lau­ra Masch­er. Quan­do man­ca­vano pochi minu­ti alle 10, è entra­to in acqua, ha salu­ta­to con un cen­no del­la mano, ha rac­colto alcu­ni fiori allun­gatigli da una ragaz­za ed è spar­i­to tra i flut­ti. Chissà quali pen­sieri si sono affol­lati nel­la mente del­l’a­gente del­la Ques­tu­ra di Tren­to, chissà se nuove immag­i­ni di quei ter­ri­bili momen­ti sono riemerse del­la sua memo­ria. Chissà. Sul­la spi­ag­gia, intan­to, frus­ta­ti dalle intem­perie, gli ami­ci lo han­no atte­so trat­te­nen­do il fia­to. Minu­ti inter­minabili con gli sguar­di pun­tati su acque agi­tate ed ostili. Alla fine, il gor­goglio del bolle uscite dal res­pi­ra­tore e la luce del­la tor­cia han­no annun­ci­a­to il ritorno di Ausser­er: quan­do la sua tes­ta è spun­ta­ta tra le onde, qualche metro al largo, la ten­sione s’è trasfor­ma­ta in com­mozione. Uno sguar­do alla mam­ma di Mas­si­mo, un altro cen­no del­la mano. «È una pro­fon­dità che non si dovrebbe mai rag­giun­gere da soli — com­men­ta Ausser­er mostran­do il com­put­er da pol­so che ha reg­is­tra­to ogni dato del­l’im­mer­sione — per­ché in caso di prob­le­mi il sub soli­tario non avrebbe scampo».