Ecco l’inventario dei documenti sepolti sul Benaco e custoditi all’archivio di Stato a Roma

Nei diari di Claretta Petacci il vero Mussolini

24/09/2004 in Attualità
Di Luca Delpozzo
a. m.

L’is­pet­tore gen­erale degli Archivi di Sta­to, pro­fes­sor Re, il 15 otto­bre 1950 stese, per il min­is­tero degli Interni, la relazione delle carte con­tenute nei 68 pac­chet­ti por­tati a Roma e trovati dal­la polizia nelle casse sot­ter­rate nel gia­rdi­no di Vil­la Cervis a Gar­done Riv­iera. Nel­l’e­len­co, pub­bli­ca­to dal set­ti­manale «Oggi» nel­l’edi­zione del 10 luglio 1952, non figu­ra né il diario di Mus­soli­ni, né il carteg­gio Mussolini–Churchill. Ecco, dunque, l’in­ven­tario: «314 let­tere d’amore auto­grafe di Mus­soli­ni a Claret­ta con date dal 10 otto­bre ’43 al 18 aprile ’45; diari di Claret­ta Petac­ci, sen­za soluzione di con­ti­nu­ità, dal ’33 al ’43; tele­fonate con Mus­soli­ni, riferite con esat­tez­za qua­si stenografi­ca; una serie d’in­for­mazioni di carat­tere politi­co; istanze per gra­zie, inter­es­sa­men­ti, eccetera; elenchi di per­sone benefi­cate». La relazione così con­tin­u­a­va: «Si cer­cano i diari di Mus­soli­ni. I più veri e impor­tan­ti diari di Mus­soli­ni sono pro­prio questi del­la Petac­ci, dove il dit­ta­tore ridi­ven­ta uomo, si riv­ela sen­za truc­chi e sen­za art­efi­ci. Nei diari e nelle let­tere c’è non solo la vita sen­ti­men­tale del dit­ta­tore, ma anche quel­la polit­i­ca e quin­di, nei momen­ti cru­ciali, la vita del­l’in­tero Paese. La Petac­ci era tut­t’al­tro che pri­va d’ingeg­no e qualche vol­ta – quan­do non le face­va velo la gelosia – dota­ta anche di una notev­ole pen­e­trazione. Essa non era soltan­to l’am­i­ca del dit­ta­tore, ma ne era anche, per così dire, la “fidu­cia­ria”, qualche vol­ta l’inci­ta­trice, se non la con­sigliera. Di qui l’in­ter­esse pub­bli­co, l’im­por­tan­za stra­or­di­nar­ia e fuori dal comune che riveste ques­ta cor­rispon­den­za». Il prof. Re con­clude­va la relazione rac­co­man­dan­do di con­ser­vare con la mas­si­ma cura il carteg­gio «per gli usi che la sto­ria vor­rà farne».