Una decina di roulotte sparpagliate su uno spiazzo aperto che confina con i campi e la strada provinciale, una trentina di persone piene di dignità e tanti bambini che si divertono.

«Noi siamo Rom, non rubiamo e crediamo nel Vangelo»

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Di Luca Delpozzo
a.t,

Bah­taloci­adrom in Rom vuol dire Buon viag­gio. È il salu­to tipi­co che i noma­di, gli zin­gari si dan­no l’un l’altro, ogni vol­ta che una carovana riparte dal luo­go di sos­ta. Soste bre­vi, quat­tro, cinque, dieci giorni al mas­si­mo, tan­to di più infat­ti non con­sentono le ordi­nanze dei comu­ni. La famiglia Clu­rara Lovara è di orig­ine gitana, la loro regi­na Lisa, 87 anni, è spag­no­la e ha sposato un Rom ital­iano. Han­no fat­to sos­ta sul­la stra­da che da Coster­mano con­duce a . Le roulotte, cir­ca una deci­na, sono sparpagli­ate su uno spi­az­zo aper­to che con­fi­na con i campi e la stra­da provin­ciale, lon­tano da zone indus­tri­ali o arti­gianali. Di fronte tre case e un vivaista. La gente, forse nem­meno trenta per­sone fra uomi­ni e donne, è sedu­ta sot­to le verande. Le donne sono ele­gan­ti in cos­tu­mi bianchi, aran­cio o verde smer­al­do puli­ti all’apparenza appe­na sti­rati. Addos­so han­no poco oro, niente fili di col­lane o orec­chi­ni appariscen­ti, e questo con­trasta con quan­to si è abit­uati a pen­sare. Dap­per­tut­to bam­bi­ni che cor­rono e gio­cano, qua­si una venti­na. Ce ne sono di tut­ti i col­ori e di tutte le età, bion­di, cas­tani, neri, con gli occhi scuri e chiari, con la pelle oli­vas­tra o bian­ca come il lat­te. Sue Ellen, due anni, un vestiti­no a fiori puli­tis­si­mo, è biondis­si­ma con gli occhi azzur­ro per­vin­ca. «L’abbiamo rapi­ta», dice John­ny, 20 anni cir­ca, uno dei maschi gio­vani del grup­po. Fa dell’autoironia su uno dei più antichi luoghi comu­ni attribuiti a questo popo­lo nomade. «Il padre è un Rom amer­i­cano», spie­ga Daniela, è lei por­tav­oce del grup­po, prob­a­bil­mente una delle matri­arche. Le donne e i ragazzi gio­vani con i bam­bi­ni che ruz­zolano attorno, sono sedute sot­to una veran­da, a parte, sot­to un’altra, gli uomi­ni adul­ti. «Noi ci sposi­amo fra clan di pae­si diver­si, per questo i nos­tri bam­bi­ni sono di tan­ti col­ori», spie­ga. Ma cos’è il clan? «Par­lare la stes­sa lin­gua. Un Rom amer­i­cano par­la inglese ma anche Rom e noi ci capi­amo in tut­ta Europa. La famiglia, invece, è quan­do ci sono lega­mi di sangue, di affet­to. Le varie famiglie sono coman­date da un capo, che può essere un uomo ma anche una don­na, come nel caso del­la famiglia Clu­rara. «La regi­na dà le leg­gi e fa rispettare il Van­ge­lo», sin­te­tiz­za Daniela, «noi siamo di reli­gione evan­ge­lista». In realtà il suo potere è molto più ampio. Non si limi­ta a com­porre i dis­si­di fra le famiglie del grup­po, può anche «entrare» all’interno delle cop­pie che lit­igano e ripren­dere un cat­ti­vo coni­uge, uomo o don­na che sia, e poi inseg­na alle gio­vani nuore le regole di com­por­tam­ne­to del nuo­vo grup­po di apparte­nen­za, ma soprat­tut­to sovrain­tende all’educazione dei bam­bi­ni. Con­trol­la che vengano all­e­vati bene, che non siano mal­trat­tati, li pro­tegge. «Non han­no chiesto loro di nascere, no?», con­tin­ua Daniela. «Dopo che li si è fat­ti bisogna crescer­li e far­li stare bene. Per noi sono tut­to». Il tito­lo di regi­na si ered­i­ta per via matri­lin­eare, di madre in figlia, ma non per dirit­to d’età, ma per capac­ità e com­pe­ten­za. «Ci vuole tes­ta per far­lo e bisogna impara­re, andare a scuo­la fin da pic­co­la». Ma nel caso di gran­di clan il tito­lo può essere elet­ti­vo e allo­ra migli­a­ia di zin­gari si ritrovano per dar­si un nuo­vo capo. E i raduni, mat­ri­moni, bat­tes­i­mi, occa­sioni reli­giose ( l’ultimo, a , ha vis­to riu­nite più di 1000 roulotte da tut­ta Europa) sono anche un modo per i gio­vani di conoscer­si, fidan­zarsi e sposar­si, ma sem­pre con il con­sen­so delle famiglie. Se quest’ultimo man­ca la gio­vane cop­pia può fug­gire e met­tere tut­ti di fronte al fat­to com­pi­u­to. Come pare sia suc­ces­so per la ragaz­za Rom data per rapi­ta ad Affi. «Era innamora­ta di suo cug­i­no ma la famiglia non vol­e­va il mat­ri­mo­nio», spie­gano John­ny e un suo ami­co, «così sono scap­pati. Il prob­le­ma è che lei è minorenne e li han­no denun­ciati. Ma mag­a­ri fra un mese lei si fa viva con una tele­fona­ta». Dif­fusi anche i mat­ri­moni misti con i Gaji, i seden­tari, come ven­gono chia­mati i non noma­di, che abi­tano sem­pre nelle case. «Sono tante le donne che sposano un gajo», dice una don­na vesti­ta di bian­co chia­ma­ta da tut­ti Zia. Raro, invece, è che una stanziale sposi un nomade. «Le donne gaji han­no gonne trop­po corte, cal­zoni ader­en­ti, van­no a bal­lare e diver­tir­si», spie­ga John­ny. «A noi questo non va bene, non è serio». Qua­si sem­pre, però, è lo stanziale che deve adeguar­si alla vita del clan o del­la famiglia. «La cug­i­na del­la nos­tra Regi­na è sta­ta sposa­ta ad un gajo per quarant’anni. Poi lui ha volu­to tornare alla vita fer­ma di pri­ma e così, per le nos­tre leg­gi, ha per­so tut­ti i dirit­ti sui nove figli avu­ti. Sen­za figli non ha affet­ti e non ha nul­la». Nel­la famiglia Clu­rara gli uomi­ni lavo­ra­no. Fan­no gli stagni­ni, i calderai. «Abbi­amo camion e offic­i­na e andi­amo da ditte che ci dan­no uten­sili e ogget­ti di met­al­lo da aggiustare e rifi­lare. Poi ci ripagano il lavoro. Ora è estate, le fab­briche sono chiuse e anche noi siamo in vacan­za». E gli zin­gari che rubano, e i bam­bi­ni sporchi che chiedono la car­ità? «Non sono Rom», si infer­vo­ra Daniela. «Vestono come noi, han­no roulotte, gira­no, ma fin­gono, mentono, non sono Rom». «Noi li chi­ami­amo slavi per­ché ven­gono dal­la Jugoslavia», dice Zia in tono dis­pre­gia­ti­vo. «A noi i nos­tri uomi­ni ci man­ten­gono. Le donne leg­gono la mano se vogliono, ma sti­amo bene, siamo ric­chi. Sono i gaji che ci vedono tut­ti uguali». Tere­sa ha 23 anni, si è sposa­ta a 15 e ha sette figli. «Uno per anno», la pren­dono in giro gli uomi­ni attorno. «Ho chiesto un bidon­ci­no d’acqua alla gente qua attorno e non me l’hanno data. Vol­e­va­mo portare i nos­tri bam­bi­ni in pisci­na, pagan­do, e non ci han­no fat­to entrare. Per­ché? Anche i nos­tri figli han­no cal­do. Ci dicono che siamo sporchi. Ma non ci sono fontane d’acqua o bag­ni pub­bli­ci. Per le doc­ce andi­amo alle stazioni dell’autostrada. D’inverno poi ci dob­bi­amo fer­mare per­ché i bam­bi­ni van­no a scuo­la». La famiglia Clu­rara Lovara ha lev­a­to le tende due giorni fa. In ered­ità ha las­ci­a­to quat­tro cumuli ordi­nati di sac­chet­ti di plas­ti­ca pieni di immon­dizie. Il Comune, per accon­tentare la gente, ha sca­v­a­to un fos­so all’imboccatura del­la strad­i­na per impedire un domani la sos­ta ad altre carovane.

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