De Stefani ha issato la bandiera della pace sulla vetta più elevata dell’Afghanistan

Nuova impresa dell’alpinista

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Di Luca Delpozzo
Fausto Camerini

Un gelidis­si­mo bivac­co all’aper­to ad oltre 7000 metri di quo­ta dopo aver cam­mi­na­to (e arrampi­ca­to) una gior­na­ta nel­la neve sino al ginoc­chio. Ripresa la lenta mar­cia, con l’af­fan­no del­la res­pi­razione in alta mon­tagna che rende tut­to più fati­coso, un alpin­ista soli­tario il 27 luglio cal­ca con i suoi scar­poni la vet­ta del Noshaq, 7492 metri di quo­ta, nel­la scon­fi­na­ta cate­na del­l’Hin­dukush che si stende ai con­fi­ni tra l’Afghanistan, il Tagik­istan, la Cina, il Pak­istan. Una zona peri­colosa non solo alpin­is­ti­ca­mente par­lan­do, ma oggi peri­colosa soprat­tut­to per i ven­ti di guer­ra che, dan­nazione del genere umano, non han­no anco­ra smes­so di sof­fi­are in ques­ta parte mar­to­ri­a­ta del mon­do. Ed è pro­prio per sfi­dare questi ven­ti di guer­ra con un mes­sag­gio di pace che Faus­to De Ste­fani e altri com­pag­ni prove­ni­en­ti dal­l’I­talia e da latri pae­si europei (Fran­cia, Spagna, Svizzera, Slove­nia), dagli Sta­ti Uni­ti, dal­l’In­dia, sono par­ti­ti in una spedi­zione orga­niz­za­ta da Moun­tain Wilder­ness. Scopo alpin­is­ti­co del­la spedi­zione rag­giun­gere la vet­ta del Noshaq che, nel­la cate­na del­l’Hin­dukush, è super­a­ta in altez­za solo dal grup­po dei Tirich Mir ed è con­sid­er­a­ta una delle più dif­fi­cili mon­tagne di ques­ta fet­ta di Asia: tan­t’è che solo nel 1963 i pri­mi uomi­ni, dopo innu­merevoli e inutili ten­ta­tivi, ne scala­vano la cima. Lassù, ai con­fi­ni del mon­do, in quel deser­to di gelo e di cieli azzur­ri, De Ste­fani, ha fat­to sven­to­lare due bandiere: quel­la del­l’Afghanistan e quel­la del­la pace, la stes­sa bandiera quest’ul­ti­ma che già ave­va fat­to sven­to­lare quan­do cal­cò la vet­ta del­l’Ever­est, la mon­tagna più alta del­la ter­ra. Ci vol­e­va tut­ta la caparbi­età, la deter­mi­nazione, il cor­ag­gio del bar­b­u­to Faus­to per rag­giun­gere da solo la meta. Ma ci vol­e­va altret­tan­to cor­ag­gio e deter­mi­nazione, da parte sua, del capo spedi­zione Car­lo Alber­to Pinel­li, di tut­ti i com­po­nen­ti del­la squadra, ad orga­niz­zare un viag­gio alpin­is­ti­co nel tor­men­ta­to Afghanistan di questi tem­pi. Qua­si una sfi­da alle teorie sul­la guer­ra infini­ta; un mes­sag­gio di sper­an­za sim­bo­leg­gia­to da quelle due bandiere che gar­rivano al ven­to dei 7000. Se le bandiere sono un sim­bo­lo, un sim­bo­lo forte ma pur sem­pre solo un sim­bo­lo, la spedi­zione inter­nazionale al Noshaq ha anche un prog­et­to molto più prati­co, all’in­seg­na di quel prin­ci­pio di unione tra alpin­is­mo e sol­i­da­ri­età che è uno dei pun­ti fer­mi del­la filosofia di De Ste­fani. Prog­et­to del­la spedi­zione è orga­niz­zare cor­si di for­mazione per grup­pi di gio­vani locali per far di loro affid­abili accom­pa­g­na­tori e guide di mon­tagna. Un prog­et­to sim­i­le, pro­mosso dal­l’As­so­ci­azione Mato Grosso, ha già avu­to notevoli suc­ces­si in Perù. Con­tribuirà anche qui a far crescere in modo equi­li­bra­to la poveris­si­ma econo­mia di queste lande dimen­ti­cate, rese anco­ra più povere e mar­to­ri­ate dai Tale­bani pri­ma e dalle guer­ra poi. Di questo prog­et­to e dei par­ti­co­lari del­la sua nuo­va doman­der­e­mo allo stes­so De Ste­fani quan­do tornerà alle nos­tre più mod­este quote.

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