L’impianto per arrivare al «Barana» al Telegrafo era atteso da anni ed entrerà in funzione la prossima stagione estiva. Tre tralicci per garantire i trasporti fino a duemila metri in piena sicurezza Le stazioni di partenza e di arrivo saranno ricoperte

Nuova teleferica per servire il rifugio

31/01/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Eugenio Cipriani

La si atten­de­va da anni e ora final­mente, ter­mi­na­ta la parte più con­sis­tente dei lavori, la nuo­va tele­fer­i­ca per il trasporto dei mate­ri­ali a servizio del rifu­gio Barana sul Monte è diven­ta­ta realtà ed entr­erà in fun­zione all’avvio del­la prossi­ma sta­gione esti­va. La prece­dente tele­fer­i­ca parti­va da Novezzi­na, dove si trova­va una vec­chia barac­ca in lamiera per il ricovero del car­rel­lo. Più in alto, qualche centi­na­ia di metri in direzione del­la cima, era sit­u­a­to un pilone in fer­ro su cui era appog­gia­to il cavo che poi attra­ver­sa­va tut­ta la valle fino alla cres­ta dove era sit­u­a­ta la stazione di arri­vo piut­tosto lon­tana dal rifu­gio. Da ques­ta, per­tan­to, il mate­ri­ale dove­va essere scar­i­ca­to dal car­rel­lo, car­i­ca­to su altro mez­zo o trasporta­to a mano all’interno del rifu­gio. «La tele­fer­i­ca», spie­ga il pres­i­dente del­la sezione scalig­era del Club alpino ital­iano, Gian­fran­co Luc­ch­ese «era ormai inuti­liz­z­abile, non dava nes­suna garanzia né di trasporto, né tan­to meno di sicurez­za. Il suo fun­zion­a­men­to era ridot­to al min­i­mo indis­pens­abile e richiede­va per­son­ale di sorveg­lian­za durante le oper­azioni di cari­co, tra­por­to e scari­co. Ma il guaio più grosso con­sis­te­va nel fat­to che era prati­ca­mente fuori legge, essendo pri­va di quei req­ui­si­ti min­i­mi di sicurez­za richi­esti dalle nor­ma­tive vigen­ti. Per non par­lare poi del cavo di trasporto, che cor­re­va a ridos­so del ter­reno con peri­co­lo per escur­sion­isti e ani­mali al pas­co­lo». Tut­to ciò, evi­den­te­mente, cos­ti­tu­i­va una situ­azione asso­lu­ta­mente inac­cetta­bile ma, spie­ga sem­pre Luc­ch­ese, «i costi di real­iz­zazione di un nuo­vo e più tec­no­logi­co impianto sareb­bero sta­ti insosteni­bili per le finanze del Cai Verona, e lo sono sta­ti per molto tem­po, se non fos­se inter­venu­ta la che, con la cop­er­tu­ra del 70 per cen­to delle spese, ci ha per­me­s­so di pot­er offrire ai nos­tri ospi­ti un rifu­gio effi­ciente in tut­to e per tut­to, riforn­i­men­ti com­pre­si». Assieme alla deci­sione di rifare la tele­fer­i­ca, il Cai Verona ha delib­er­a­to pure che ques­ta non si fer­masse più, come la prece­dente, sul­la cres­ta, ma che arrivasse sin nei pres­si del rifu­gio; par­al­le­la­mente è sta­to delib­er­a­to di affi­dare la prog­et­tazione e la direzione dei lavori allo Stu­dio Munar­in di Verona, ed alla dit­ta Seik, spe­cial­iz­za­ta nel­la real­iz­zazione di tele­feriche, il com­pi­to di real­iz­zare conc­re­ta­mente l’opera. Il nuo­vo impianto si com­pone essen­zial­mente di tre ele­men­ti di spic­co: la nuo­va stazione di parten­za, un man­u­fat­to di cal­ces­truz­zo sem­i­nter­ra­to che a fine lavori sarà com­ple­ta­mente chiu­so con una strut­tura in leg­no di larice, che si tro­va a valle nei pres­si di Novezzi­na; i tre tral­ic­ci di sosteg­no (il pri­mo a poche centi­na­ia di metri dal­la parten­za, il sec­on­do pri­ma del­la cres­ta e il ter­zo al di là del crinale pri­ma dell’arrivo al rifu­gio); la stazione di arri­vo, con le stesse carat­ter­is­tiche di quel­la di parten­za e che entro pri­mav­era sarà chiusa da una strut­tura in leg­no di larice che nascon­derà e pro­teggerà i vari mec­ca­n­is­mi e il car­rel­lo di trasporto. «Le dimen­sioni dei tre piloni di sosteg­no del cavo di trasporto», spie­gano igli esper­ti del­lo Stu­dio Munar­in «ten­gono con­to di tut­ti i cal­coli nec­es­sari a sostenere i carichi di trasporto; la fune ed il cari­co devono stare ad altezze min­ime sta­bilite dal ter­reno che aumen­tano nei pres­si di sen­tieri o pas­sag­gi di per­sone o cose. Ma, ben più impor­tan­ti e deter­mi­nan­ti nel­la scelta delle rag­guarde­voli dimen­sioni delle strut­ture di sup­por­to, sono i carichi dovu­ti alla spin­ta del ven­to (non di rado si vedono in mon­tagna resti di vec­chi tral­ic­ci abbat­tuti dal­la forza dei ven­ti) cui si deve aggiun­gere il fat­to che l’opera rag­giunge una quo­ta supe­ri­ore ai duemi­la metri quo­ta e quin­di deve resistere anche al ghi­ac­cio ed alla neve». Per avere un nuo­vo impianto di trasporto mate­ri­ali che, a dif­feren­za del prece­dente, rag­giungesse il rifu­gio, non c’erano dunque molte alter­na­tive, tan­to più che le nor­ma­tive, gius­ta­mente severe, dove­vano essere rispet­tate. «Nes­suno può per­me­t­ter­si», aggiun­gono i prog­et­tisti «che un impianto del genere non ven­ga col­lauda­to, che subis­ca dan­ni a causa degli agen­ti atmos­feri­ci o peg­gio anco­ra, che pos­sa recare dan­ni a per­sone o cose». I lavori di rifini­tu­ra ter­min­er­an­no in pri­mav­era quan­do la neve lo per­me­t­terà. In quel momen­to saran­no rivesti­ti i basa­men­ti di cal­ces­truz­zo che spun­tano dal ter­reno con sas­si a vista e sarà real­iz­za­ta la strut­tura in leg­no per la pro­tezione del­la stazione di arri­vo nei pres­si del rifu­gio Barana, sarà mes­sa in ten­sione la fune di trasporto e col­lauda­to l’impianto. L’opera ha ottenu­to i nec­es­sari per­me­s­si da parte dei vari enti e servizi com­pe­ten­ti oltre che dai rispet­tivi Comu­ni inter­es­sati, vale a dire Fer­rara di Monte Bal­do per il ver­sante ori­en­tale e Bren­zone per quel­lo occi­den­tale. Va da sé che il prog­et­to del­la nuo­va tele­fer­i­ca rispet­ta tut­ti i req­ui­si­ti richi­esti dalle nor­ma­tive attuali vigen­ti ital­iane ed europee. «Res­ta un solo prob­le­ma», pre­cisa Luc­ch­ese non sen­za una pun­ta di dispi­acere «rap­p­re­sen­ta­to dall’impatto sull’ambiente. Ogget­ti­va­mente la nuo­va tele­fer­i­ca è più vis­i­bile del­la prece­dente, né potrebbe essere diver­sa­mente trat­tan­dosi di un’opera più com­ple­ta e, soprat­tut­to, più robus­ta e sicu­ra. Sono in pre­vi­sione tut­tavia ulte­ri­ori lavori per lim­itare ques­ta sua vis­i­bil­ità e per armo­niz­zarla mag­gior­mente con l’ambiente e ver­ran­no por­tati a com­pi­men­to entro la data di aper­tu­ra del rifu­gio. D’altronde si trat­ta di un man­u­fat­to che non servirà per traspo­rare da valle a monte la spe­sa quo­tid­i­ana del gestore e del­la sua famiglia né per trasfor­mare il nos­tro rifu­gio in una trat­to­ria d’alta quo­ta. Si trat­ta piut­tosto di un impianto che servirà a garan­tire la piena effi­cien­za del rifu­gio e che sarà a dis­po­sizione anche di altri enti che oper­a­no per la mon­tagna, come ad esem­pio Vene­to Agri­coltura, i Servizi fore­stali o quant’altro». «Le altre pos­si­bil­ità», spie­gano anco­ra i tec­ni­ci del­lo Stu­dio Munar­in «non sareb­bero state né fun­zion­ali né al pas­so cosi tem­pi. Cer­ta­mente si pote­va fer­mare la tele­fer­i­ca poco pri­ma del­la cres­ta, come la prece­dente, e così risparmi­are l’ultimo pilone sul ver­sante ovest: con­seguente­mente sarebbe sta­to poi nec­es­sario trasportare a mano il cari­co fino al rifu­gio e con buona prob­a­bil­ità sareb­bero fioc­cate critiche, pri­ma fra tutte quel­la che, una vol­ta arrivati fino lì si pote­va com­pletare il tragit­to. Oppure si pote­va anche decidere di abolire total­mente la tele­fer­i­ca. Soluzione molto eco­log­i­ca, ma solo appar­ente­mente. Come di soli­to suc­cede, infat­ti, sareb­bero sta­ti nec­es­sari viag­gi set­ti­manali dell’elicottero a costi altissi­mi e con gran dis­pendio di car­bu­rante». Era sta­ta val­u­ta­ta anche la pos­si­bil­ità di rifornire il rifu­gio a dor­so di mulo e zaino in spal­la, un’opzione che, sebbene molto roman­ti­ca, comunque si sarebbe riv­e­la­ta anacro­nis­ti­ca e insuf­fi­ciente alle neces­sità e soprat­tut­to alla qual­ità del rifu­gio. «Non si può infat­ti non tenere con­to», con­clude il pres­i­dente del Club alpino di Verona «che oggi un rifu­gio deve rispon­dere a carat­ter­is­tiche ben pre­cise e rispettare norme che poco o nul­la dif­feriscono da quelle che regolano quan­to ad igiene, attrez­za­ture e abit­abil­ità, ris­toran­ti ed alberghi in pia­nu­ra. Risul­ta così vera­mente un’ardua impre­sa gestire un rifu­gio che non sia col­le­ga­to a valle da una stra­da, da una tele­fer­i­ca o da qual­sivoglia mez­zo che per­me­t­ta di fornire il locale di tutte le neces­sità per sod­dis­fare dig­ni­tosa­mente la clien­tela. Cosa cui teni­amo moltissi­mo, per rispet­to ver­so noi stes­si, ver­so la nos­tra tradizione e ver­so il nos­tro ama­to Monte Baldo».

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