Piergiorgio, noto ottico rivano, li porta in Tanzania e li adatta per i più poveri

Occhiali usati? Donateli ad Armani: sono oro

21/03/2001 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Cesare Guardini

Ad Ikon­da, Tan­za­nia, c’è un ospedale tenu­to dai mis­sion­ari del­la Con­so­la­ta di Tori­no. Serve una popo­lazione di 250 mila per­sone e dispone di 220 posti let­to. Lì vivono di un’a­gri­coltura di sus­sis­ten­za, un po’ di arti­giana­to, ma sono poveri quan­to è pos­si­bile esser­lo in Africa. Dar Es Salaam, la cap­i­tale, dista 950 chilometri, e nes­suno ha i sol­di per pagar­si un viag­gio fin là a far­si vedere gli occhi. Così accade che una ragaz­za di 17 anni sia dichiara­ta mat­ta dal­la col­let­tiv­ità, allon­tana­ta dal­la scuo­la, abban­do­na­ta a se stes­sa per­chè cam­mi­nan­do non vede gli osta­coli, urta dap­per­tut­to, non evi­ta le buche per ter­ra e sbat­te in con­tin­u­azione gli occhi.Poi accade che una dot­tores­sa le guar­di den­tro gli occhi, riscon­tri una miopia spaven­tosa, da 15 diot­trie che le las­cia un ses­san­tes­i­mo del­la vista nor­male, le pre­scri­va un robus­to paio di lenti. E che un otti­co le con­fezioni questi occhiali e la resti­tu­is­ca alla vita. E’ solo uno dei cen­to aned­doti che Pier Gior­gio Armani, il pri­mo otti­co con bot­te­ga a Riva in via Gaz­zo­let­ti, e Adri­ana Bono­ra, varonese e medico alla clin­i­ca oculis­ti­ca del­l’ di Verona, pos­sono rac­con­tare dopo che dal ’92 han­no spe­so tre set­ti­mane ogni anno delle rispet­tive ferie per andare lag­giù a fare i volon­tari. A chia­mar­li dal Togo, dove ave­vano com­in­ci­a­to nell’ ’88, è sta­to padre Fran­co Cel­lana, mis­sion­ario, nati­vo di Tiarno, oggi pas­sato in Kenia. A Ikon­da oculista ed otti­co sono atte­si da Aidan Mkalaua, infer­miere tut­to­fare. C’è un ambu­la­to­rio attrez­za­to con un micro­sco­pio chirur­gi­co e l’at­trez­zatu­ra del lab­o­ra­to­rio. La catarat­ta, nè cura­ta nè com­bat­tuta, por­ta la gente alla cecità totale. La dot­tores­sa Bono­ra, l’ul­ti­ma vol­ta, ne ha operati 40. Arrivano per far­si oper­are com­ple­ta­mente ciechi, ten­gono nel­la mano un bas­tone lun­go un paio di metri: all’al­tra estrem­ità un bam­bi­no, uno dei nipoti di cui abbon­da ogni famiglia, li gui­da. Dopo qualche giorno Gior­gio Armani com­ple­ta l’opera con gli occhiali e tor­nano a vedere, non solo sagome ma abbas­tan­za da cavarsela: cinque o sei dec­i­mi. E’ accadu­to ad una pro­fes­sores­sa, rimas­ta sola con tre figli da man­tenere, impos­si­bil­i­ta­ta a con­tin­uare il suo lavoro per­chè non rius­ci­va più nem­meno a seguire le parole sulle pagine del libro. L’in­fer­miere indigeno, all­e­va­to negli anni dal­la dot­tores­sa Bono­ra, esegue le ter­apie, cura gli asces­si: res­ta in con­tat­to tut­to l’an­no per far­si aiutare nei casi dif­fi­cili. Non è ancor tem­po per lui di oper­are: chissà… Gior­gio Armani ha ideato e real­iz­za­to una mon­tatu­ra par­ti­co­lare per gli indi­geni di etnia ban­tu che han­no il naso largo ed un set­to molto schi­ac­cia­to. In tre set­ti­mane costru­isce un centi­naio di occhiali, uti­liz­zan­do mon­tature e lenti pre­ven­ti­va­mente spedite dal­l’I­talia. Lenti di vetro e mon­tature di cel­lu­loide sono le più resisten­ti, le cerniere arrug­gi­nite ven­gono sos­ti­tu­ite, cam­bi­ate le aste rotte. C’è bisog­no di sol­di: Armani sta cer­can­do 45 mil­ioni per met­tere in pie­di un ambu­la­to­rio gine­co­logi­co ed uno oculis­ti­co ad Uje­wa. La povertà è con­ta­giosa e diven­ta dif­fi­cile aiutare uno e dire di no ad un altro. Per Ikon­da, dove torner­an­no anche quest’an­no a set­tem­bre, Pier Gior­gio Armani chiede occhiali vec­chi. In molte case, in fon­do ai cas­set­ti, ce ne sono parec­chi, da sole e da vista. Piut­tosto che las­cia­r­li lì, si potreb­bero regalare, anche se han­no una lente rot­ta ed una stanghet­ta sola. In cam­bio, se non è ricom­pen­sa ecces­si­va, si potrebbe avere una com­parte­ci­pazione ai ringrazi­a­men­ti che l’in­fer­miere Mkalaua ha scrit­to sul­l’ul­ti­ma let­tera. «Per tutte queste gen­tilezze noi non pos­si­amo dirti niente, se non Asante Sana», che vuol dire molte gra­zie. Ed aggiunge poi: «un bam­bi­no non può pagare per il lat­te di sua madre».

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