Fino al 30 aprile a Villa rimarrà aperta la mostra dell’artista francotedesca Sabine Frank. Nei quadri l’alimento per eccellenza accostato alla scrittura «cibo» della mente

Pane imbottito di arte e documenti storici

24/04/2001 in Manifestazioni
Di Luca Delpozzo
Bruno Festa

Il fas­ci­no del pane e del­la scrit­tura tor­nano in mostra in questi giorni a Vil­la di Gargnano, nel­la carat­ter­is­ti­ca piazzetta: un appun­ta­men­to che si pro­trar­rà fino al 30 aprile, con orari di aper­tu­ra che van­no dalle 15 alle 19, da mart­edì a domeni­ca. Il vis­i­ta­tore si vedrà pro­porre il tema «Pane, brot, pain», un tito­lo in tre lingue, che rispec­chia il con­tenu­to delle opere di Sabine Frank. L’artista fran­cot­edesca impronta il suo lavoro sul pane e sul­la scrit­tura, col­le­gan­do due ele­men­ti che solo all’ap­paren­za par­reb­bero lon­tani. Si trat­ta di un lavoro di ricer­ca che la Frank va con­ducen­do da anni in molti pae­si europei. In Italia ha scel­to il Gar­da e la Toscana. E alcune rif­les­sioni potran­no indurre a risco­prire il pane e val­oriz­zar­lo come sim­bo­lo, più che come ali­men­to, accred­i­tan­dogli quel­l’au­ra di sacral­ità e di rispet­to che gli è sem­pre sta­ta attribui­ta in molte civiltà, dalle più antiche e lon­tane fino alla nos­tra, che basa parte del­la sua filosofia sul con­cet­to di «usa e get­ta» o molto più spes­so di «acquista e spre­ca». Il pane, invece, si mette da parte, si riscal­da e si con­suma anche se raf­fer­mo: dif­fi­cile trovare il cor­ag­gio (o la viltà) di spre­car­lo e but­tar­lo. Come pure un testo scrit­to, doc­u­men­to o libro che sia, utile o inutile. Gli si cer­ca un ango­lo e lo si ripone. Poi ci se ne dimen­ti­ca: ma non lo si get­ta qua­si mai. Questi prin­cipi e queste rif­les­sioni non sono estra­nee all’artista tedesca. Alla base del­l’al­i­men­tazione (specie di quel­la occi­den­tale) sta pro­prio il pane, frut­to di tradizione e rap­p­re­sen­tante basi­lare di un’abi­tu­dine ali­menta­re che alle nos­tre lat­i­tu­di­ni non reg­is­tra fles­sioni di sor­ta. La stes­sa scrit­tura, d’al­tro can­to, ha per­me­s­so migli­a­ia di anni fa, all’uo­mo, di trasmet­tere se stes­so a chi gli sarebbe suben­tra­to: è accadu­to per sec­oli, e sta succe­den­do ancor ora. E così, in piena era infor­mat­i­ca, con il com­put­er ormai in dotazione a molte famiglie, car­ta e pen­na non han­no vis­to decrescere il loro val­ore. Tan­tomeno quei doc­u­men­ti, orig­i­nali e mano­scrit­ti, che han­no ‑invece- aumen­ta­to il fas­ci­no del­la con­sul­tazione da parte di esper­ti o curiosi. La perga­me­na o la car­ta ormai ingial­li­ta met­tono in risalto lo scrit­to che vi è con­tenu­to. L’in­tu­izione di Sabine Frank, tedesca che risiede in Fran­cia e vive parte del­l’an­no sul Gar­da e in Toscana, con­siste nel­l’ac­costa­men­to di questi due ele­men­ti: la scrit­tura e il pane. Il suo lavoro si basa sul dipin­gere le più svari­ate e curiose forme di pane su antichi doc­u­men­ti notar­ili europei. L’artista accos­ta, in genere, le forme di pane che ha acquis­ta­to in un luo­go con doc­u­men­ti che esp­ri­mono ele­men­ti di quelle stesse con­trade: con­trat­ti notar­ili, doc­u­men­ti di mat­ri­mo­nio, com­praven­dite e così via. Un binomio insoli­to ma di grande suggestione.