Riprende, a Garda, una tradizione interrotta da qualche anno

Pasquetta in coro sulla Rocca con pesce, vino e tante cante

27/03/2002 in Manifestazioni
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Di Luca Delpozzo
Garda

con i tuoi, Pasqua con chi vuoi, ma col coro La Roc­ca. Ormai tra i garde­sani è tradizione qua­si trenten­nale che il lunedì dell’Angelo lo si trascor­ra sul pianoro del­la Roc­ca col grup­po corale che ha pre­so il nome pro­prio dal colle che sep­a­ra Gar­da e . A dire il vero, c’era sta­to uno stop negli ulti­mi tre-quat­tro anni, ma si riprende. «L’amministrazione comu­nale», dice Beppe Bertamè, fonda­tore e inos­sid­abile pres­i­dente del coro La Roc­ca, «ci ha invi­tati a ripristinare la fes­ta di Pas­quet­ta e ci è venu­ta incon­tro met­ten­do a dis­po­sizione i mezzi per il trasporto del mate­ri­ale. Da parte nos­tra, ave­va­mo voglia di tornare a pas­sare il lunedì di Pasqua sul­la Roc­ca coi nos­tri ami­ci, ma sen­za aiu­ti dell’ente non ce la face­va­mo». D’altra parte, sot­to­lin­ea Bertamè, «la tradizione era nata pro­prio per una richi­es­ta pub­bli­ca: era sta­ta l’azienda di sog­giorno a spinger­ci a incom­in­cia­re. La nos­tra fes­ta era nel cal­en­dario del­la Pasqua tra gli olivi, insieme coi con­cer­ti e la via cru­cis di Castel­let­to. A noi ha sem­pre fat­to piacere esser­ci: c’è da tri­bo­lare, ma ci si diverte». Il copi­one è sem­plice: alle 7 i coristi com­in­ciano a preparare e ver­so le 10.30 inizia a fun­zionare la cuci­na. Si va avan­ti fino al tar­do pomerig­gio, viveri per­me­t­ten­do. Di tan­to in tan­to, quan­do c’è un atti­mo libero, una can­ta del coro. E le can­zoni pren­dono decisa­mente il sopravven­to quan­do, ver­so sera, le provviste sono finite. Il menù è popo­lare: pesce frit­to, pane e salame e gòti, abbon­dan­ti, di bian­co e rosso. Frig­gi­tore uffi­ciale è, da sem­pre, il Tog­no Sabai­ni, corista, ma anche figlio d’arte in fat­to di pesce frit­to: il padre ave­va un chiosco nel­la piaz­za del por­to, con l’insegna «da Albi­no pesce fino», qua­si un’icona dei pri­mor­di del tur­is­mo garde­sano. «Il pesce ce lo dà anche sta­vol­ta, a prez­zo con­tenu­to, la Coop­er­a­ti­va fra pesca­tori», aggiunge Bertamè, «e anche ques­ta è una tradizione. Pen­so che frig­ger­e­mo sardéne, per­ché di àole non se ne trovano più. Pen­sare che le prime volte che orga­niz­zava­mo la Pas­quet­ta, negli anni Set­tan­ta, sali­va­mo la mat­ti­na presto sul­la Roc­ca e da lassù teneva­mo d’occhio le barche dei pesca­tori, in par­ti­co­lare quel­la dell’Otto Rag­no­li­ni, che usci­vano coi rema­ti­ni per pescar­ci le àole: quan­do vede­va­mo che sta­vano per rien­trare in por­to, parti­va­mo in jeep per andare a cari­car­le». A parte l’organizzazione del coro, la Pas­quet­ta sul­la Roc­ca è comunque rito con­sol­ida­to tra i garde­sani. In pas­sato tut­to dipen­de­va dall’esito meteo del giorno delle Palme, per­ché «Se fa ’l sòl su l’olivèla, piòvi su la brasadèla», e la brasadèla era il dolce popo­lare del lùni de Pasqua. In caso di bel tem­po, le famiglie di Gar­da si ritrovano «a iner­pi­car­si ver­so la Roc­ca», come ha las­ci­a­to scrit­to Pino Cresci­ni, «lun­go i sen­tieri sbrigliati nel bosco. Si sareb­bero for­mati alle­gri clan, si sareb­bero stese tovaglia sull’erba, si sareb­bero vuo­tate le sporte. Gran man­gia­re e gran tra­can­na re».

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