Preoccupante rapporto dell’organizzazione ecologista, che coinvolge anche varietà tipiche del lago

Pesci, l’allarme del Wwf

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Di Luca Delpozzo

Ci fu un tem­po in cui i car­pi­oni nel era­no «numerosi come le foglie sug­li ulivi», per usare la bel­lis­si­ma frase che un vec­chio pesca­tore disse un giorno a Tul­lio Fer­ro, gior­nal­ista e scrit­tore garde­sano. di un tem­po lon­tano, per­chè i car­pi­oni rischi­ano davvero di scom­par­ire, in com­pag­nia di molte altre specie.Lo dice il Wwf, che per il ses­to anno con­sec­u­ti­vo pone il del Gar­da tra le dieci specie ani­mali a più imme­di­a­to ris­chio di estinzione in Italia, e con­tem­po­ranea­mente lan­cia l’allarme per altre 50 specie di pesci d’acqua dolce.Per quan­to riguar­da il Gar­da, una val­u­tazione pre­oc­cu­pante riguar­da anche la ben nota crisi dell’alborella, (l’«aola») e del­la tro­ta lacus­tre, ma da quest’anno anche il luc­cio (di cui in realtà da anni si nota una sof­feren­za nel Bena­co) e persi­no l’anguilla, che nel Gar­da viene immes­sa arti­fi­cial­mente (a causa del­lo sbar­ra­men­to del­la diga di Salionze), ma che in tut­ta Italia rischia, tan­to che l’Unione euro­pea ipo­tiz­za un fer­mo-pesca di 15 giorni al mese, fat­to sen­za prece­den­ti, per sal­vare gli stock di anguille.In prat­i­ca, nel­la val­u­tazione del Wwf, l’unico pesce non a ris­chio è il cavedano, «per la sua estrema adat­ta­bil­ità alle con­dizioni ambi­en­tali più difficili».«Le cause di ques­ta situ­azione — spie­ga il Wwf — sono ricon­ducibili in gran parte alla ges­tione inef­fi­ciente del­la rete idro­grafi­ca super­fi­ciale e alle dis­truzioni degli habi­tat nat­u­rali». Dunque i liv­el­li «bal­leri­ni» delle acque per i pre­lievi irrigui, che las­ciano in sec­ca le uova deposte vici­no a riva; la cemen­tifi­cazione delle sponde che ha fat­to sparire le «franate» su cui i pesci anda­vano a ripro­dur­si; la rar­efazione dei let­ti di alghe e piante acquatiche; le dighe e gli sbar­ra­men­ti in entra­ta e usci­ta da fiu­mi e torrenti.«Situazioni — dice il Wwf — favorite da una grande con­fu­sione nor­ma­ti­va, dal­la fram­men­tazione di com­pe­ten­ze e risorse e dal­la tar­di­va o man­ca­ta appli­cazione di diret­tive inter­nazion­ali, in par­ti­co­lare la Diret­ti­va quadro acque del 2000 e la Diret­ti­va habi­tat del ’92, per cui l’Italia è sta­ta già più volte richia­ma­ta o con­dan­na­ta dall’Unione Europea».

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