Il poeta a villa Maffei. «Sì dilettosa», scrisse, «scorre la vita...»

Pindemonte voleva fare l’eremita qui

08/08/2001 in Cultura
Di Luca Delpozzo
Ernesto Barbieri

Nato a Verona nel 1753, mor­to nel 1828, natu­ra incline alla soli­tu­dine e innamora­to del­la vita agreste, Ippoli­to Pin­de­monte fu col Mon­ti e col Fos­co­lo uno dei sosten­i­tori del clas­si­cis­mo con­tro il roman­ti­cis­mo. Lord Bry­on, del «cele­bre poeta di Verona» trac­ciò questo pro­fi­lo: «È un omet­to magro, dai trat­ti fini e piacevoli, dai modi buoni e gen­tili, dall’aspetto nell’insieme molto filosofi­co, d’una età sui sessant’anni o più. È uno dei migliori poeti viven­ti, un sim­pati­co, pic­co­lo vec­chio sig­nore». Dis­cen­dente da nobile famiglia, imparenta­ta coi Maf­fei, fece gli stu­di nel col­le­gio San Car­lo a Mod­e­na, dove fu tra i pri­mi nel­la let­ter­atu­ra clas­si­ca e nelle scien­ze metafisiche e morali, tan­to che mer­itò il tito­lo di Principe dell’Accademia. Come pochi il «dol­cis­si­mo» Ippoli­to seppe gustare le gioie del­la vita campestre e del­la soli­tu­dine. Nel par­co dei march­esi Maf­fei, in Valeg­gio sul Min­cio, ora par­co Sig­urtà, una lapi­de ricor­da i suoi ver­si: «Sì dilet­tosa qui scorre la vita — Ch’io qui scrupo­lo avrei far­mi eremi­ta». Nel­la «Poe­sie campestri», com­poste ad Avesa, lodò «La Mal­in­co­nia»: «Fonti e colline — chiesi a gli Dei: — m’udiro al fine, — pago io vivrò -… Melan­co­nia, nin­fa gen­tile, — la mia vita — con­seg­no a te. — I tuoi piac­eri chi tiene a vile, — ai piac­er veri — nato non è…». A lui, che ave­va inizia­to il poemet­to su «I Cimi­teri», il Fos­co­lo dedicò il super­bo carme de «I Sepol­cri», sic­chè egli inter­ruppe il suo poe­ma e com­pose un’epistola del­lo stes­so tito­lo fos­co­l­iano (1807). Sua nin­fa Ege­ria fu Lès­bia Cido­nia, ossia Paoli­na Gris­mon­di, una delle più del­i­cate poet­esse di tut­ti i tem­pi. L’incontro col gio­vane Ippoli­to avvenne nel­la pri­mav­era del 1778: «Vive tut­tavia qualche buon sac­er­dote — rac­con­ta Benassù Mon­ta­nari — che sor­ri­den­do ricor­da anco­ra il gran spasseg­gia­re di Paoli­na a brac­cio d’Ippolito quan­do sereno era il cielo, lun­go un doppio filar di arci­pres­si…» Ippoli­to Pin­de­monte fu, pres­soché uni­ver­salmente, giu­di­ca­to nel suo tem­po uno dei mag­giori poeti viven­ti: ed era epoca che di poeti — a con­sid­er­are solo i gran­di — non fu avara. Un per­son­ag­gio, che onorò anche Valeggio.