PIR, scacco matto al patriottismo economico?

25/01/2019 in Attualità
Parole chiave:
Di Redazione

Ci si aspet­ta­va molto, anche in virtù degli otti­mi risul­tati riscon­trati altrove (Fran­cia, Gran Bre­tagna, Usa e Giap­pone han­no sper­i­men­ta­to con suc­ces­so questo stru­men­to), ed invece dopo una parten­za incor­ag­giante, l’entusiasmo nei con­fron­ti dei PIR, acron­i­mo che sta per Piani Indi­vid­u­ali di Risparmio, è sce­ma­to di colpo, facen­do reg­is­trare un 2018 in pic­chi­a­ta rispet­to all’anno di lan­cio, come illus­tra la grafi­ca elab­o­ra­ta da Mon­ey­farm.

 

Non sap­pi­amo se il 2019 sarà l’anno del riscat­to, ma le pre­messe sem­bra­no smen­tire gli aus­pi­ci. Il sog­no di rilan­cia­re l’industria ital­iana veicolan­do i rispar­mi pri­vati — una for­ma mon­ca di dirigis­mo eco­nom­i­co — rischia di essere infran­to sul nascere.

L’idea di fon­do del PIR non è da scartare a pri­ori, ed infat­ti in giro per il mon­do i piani di risparmio indi­vid­u­ali non sono andati per nul­la male, anzi. Pec­ca­to che l’Italia abbia com­pi­u­to un pas­so più lun­go del­la gam­ba, ten­tan­do in un sol colpo di raf­forzare il risparmio dei pri­vati e far ripar­tire le imp­rese ital­iane, sen­za met­tere mani nelle casse del­lo Sta­to. È vero che i PIR garan­tis­cono buoni van­tag­gi fis­cali, ma è altret­tan­to evi­dente come l’opzione pilatesca prat­i­ca­ta dal­lo Sta­to sia sta­ta costret­ta a con­frontar­si con la dura realtà. Così, ques­ta specie di patri­ot­tismo eco­nom­i­ca, una chia­ma­ta alle armi del XXI sec­o­lo, lun­gi dal riv­e­lar­si la car­ta vin­cente per miglio­rare gli indi­ca­tori macro­eco­nomi­ci del paese, si è trasfor­ma­to in un boomerang per gli investi­tori.

 

A non con­vin­cere, comunque, è la strate­gia mes­sa in atto dal­lo Sta­to. I rispar­mi pri­vati pos­sono sostenere la cresci­ta, non cer­to rap­p­re­sen­tarne l’innesco. L’illusione che ciò pos­sa avvenire si è già scon­tra­ta più volte con le lezioni del­la sto­ria. Giap­pone e USA, tan­to per citare due esem­pi, han­no delle economie decisa­mente più robuste, in cui gli inves­ti­men­ti pub­bli­ci gio­cano una parte non sec­on­daria. Inser­i­ti in questo con­testo, i piani di risparmio pos­sono fare una dif­feren­za impor­tante. Dis­cor­so diver­so per il nos­tro paese. Qui, il gio­co delle tre carte non pare fun­zionare, e i cit­ta­di­ni han­no imp­ie­ga­to poco a sco­prire che l’impresa non val­e­va la spe­sa.

 

Il fat­to che lo stru­men­to del PIR potesse anche non fun­zionare non era un’ipotesi così pere­g­ri­na. Il mec­ca­n­is­mo è tutt’altro che sem­plice, di sicuro non alla por­ta­ta di risparmi­a­tori poco avvezzi ai mer­cati finanziari. Rispet­to ad altre strade, quali ad esem­pio il PAC, il PIR si pre­sen­ta­va già alla nasci­ta come qual­cosa di poco flessibile ed ecces­si­va­mente vin­colante (occor­rono cinque anni per pot­er usufruire dei van­tag­gi fis­cali legati al PIR). Sen­za con­tare, tra l’altro, che l’obbligo di inve­stire almeno il 30% del 70% del cap­i­tale des­ti­na­to, sem­pre obbli­ga­to­ri­a­mente, ad aziende ital­iane, in imp­rese non quo­tate nel FTSE MIB, e quin­di spes­so poco solide, appari­va già un ris­chio non cer­to con­sono alle esi­gen­ze dei pic­coli risparmi­a­tori. I numeri sono lì a con­dannare la scelta ital­iana. Dopo gli 11 mil­iar­di di inves­ti­men­ti nel 2017, nel 2018 questi ulti­mi sono calati di qua­si ⅔, andan­do a speg­nere le velleità sui 60 mil­iar­di rac­colti entro il 2021. Le pic­cole e medie imp­rese, che in parte han­no ben­e­fi­ci­a­to del buon inizio, rischi­ano così di pagare ora uno scot­to pesan­tis­si­mo. Vedremo se e come lo Sta­to proverà ad inver­tire la rot­ta.

Parole chiave: