È il nome con cui verrà identificato in futuro il vitigNO

Prepariamoci a chiamarlo turbiana.

04/01/2006 in Enogastronomia
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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Prepari­amo­ci a chia­mar­lo tur­biana. È il nome con cui ver­rà iden­ti­fi­ca­to in futuro il vit­ig­no treb­biano di Lugana. Per­chè l’han dimostra­to sci­en­tifi­ca­mente: il vit­ig­no che si colti­va nel­la Lugana è un autoctono di lus­so, che attec­chisce solo lì, a sud del Gar­da. Dunque ha dirit­to a definizione autono­ma, mica di gener­i­co richi­amo alla vari­età del treb­biano. Pen­sare che lo stes­so dis­ci­pli­nare di pro­duzione del bian­co di Lugana — la doc è del ’67, preis­to­ria del­la viti­coltura ital­i­ca — par­la di “treb­biano di Soave, local­mente denom­i­na­to treb­biano di Lugana”. Agli agrono­mi d’og­gi sem­bra una bestem­mia. Ma ci son volu­ti qua­si quar­an­t’an­ni a far chiarezza.Poi, restano anco­ra lati oscuri. O quan­to meno dai con­torni sfu­mati. Esem­pio: quan­do si par­la di Lugana, s’ha da farne men­zione al maschile o al fem­minile? Maschile è il vit­ig­no di treb­biano, ma fem­minile è il nuo­vo appella­ti­vo di tur­biana. Mas­col­i­no è il : il Lugana. Fem­minea — ma è fem­mi­na scon­trosa — è la ter­ra su cui la vigna frut­ti­fi­ca: la Lugana, un po’ vene­ta, un po’ lom­bar­da, fra Peschiera, Sirmione, Desen­zano, Poz­zolen­go, Lona­to. Lì, a merid­ione del Bena­co, pri­ma delle colline deposi­tate dai ghi­ac­ci mil­lan­ta sec­oli fa, è tut­ta argilla.D’estate, in giorni di calu­ra, si spac­ca a crepe pro­fonde. Al pri­mo acquaz­zone flu­id­i­fi­ca, è qua­si palude, ci si affon­da al ginoc­chio. Non è per niente facile colti­var vigneti da queste par­ti. «Chi ha ter­ra in Lugana crede d’essere un sig­nore ma s’in­gan­na», si dice­va pri­ma che arrivassero alberghi e res­i­dence. «Quan­tunque siano pos­ses­sioni ampie e spaziose, ren­dono una mis­e­ria in rap­por­to agli altri ter­reni del­la Riv­iera», scrive­va ver­so la metà del Set­te­cen­to il canon­i­co Dion­isi a propos­i­to del­la zona. Per­ché allo­ra la Lugana era anco­ra palude, acquitrino.Una sola colti­vazione ha pas­sato i sec­oli in Lugana: quel­la del treb­biano lugan­ista, alias tur­biana. Che ha dato vini bianchi sì, ma che sem­bra­no qua­si rossi che si son trav­es­ti­ti, tan­t’è forte il carat­tere, impres­sio­n­ante la longevità. «Bevi il tuo Lugana gio­vane, gio­vanis­si­mo e godrai del­la sua fres­chez­za. Bevilo di due o tre anni e ne godrai la com­pletez­za. Bevilo decenne, sarai stu­pe­fat­to dal­la com­ple­ta autorev­olez­za»: lo dice­va Gino Veronel­li, mae­stro di crit­i­ca eno­log­i­ca. Pro­prio vero: se vi riesce a trovar­la, provate a stap­pare una bot­tiglia di Lugana del ’96 (abbi­amo prova­to di recente di quel­l’an­no I Frati di Cà dei Frati e Il Rin­toc­co del­la Marag­o­na: eccel­len­ti) e vi ren­derete con­to che la com­p­lessità di toni min­er­ali e frut­tati non è tipi­ca solo dei Ries­ling fran­co-tedeschi, degli Chablis, dei bianchi di Mon­ra­chet. Anche in Italia ce n’è qual­cuno, fra i bianchi, che regge il tem­po in bellez­za. Il Lugana è uno di queste eccezioni che fan la gioia dei bian­chisti. Che per­me­tte loro di levar­si sig­nore sod­dis­fazioni di fronte agli stuoli di bevi­tori che pon­tif­i­cano che «il vino è solo rosso». Invece no: il vino va bevu­to quand’è buono, e i gran­di bianchi son buoni da giovinet­ti e anche da anziani.Tant’è che da poco in Lugana s’è fat­ta una scommes­sa: con­vo­cati alcu­ni gior­nal­isti del vino, s’è chiesto di testare alcu­ni bianchi del pos­to e d’in­di­vid­uare quali met­tere in parte per rias­sag­gia­r­li in tre anni. Quel­li selezionati dovran­no non solo esser­si ben con­ser­vati, ma addirit­tura far­si trovar miglio­rati. Curiosi di sapere com’è anda­ta? Presto det­to: nelle case da far invec­chiare un tri­en­nio ci son fini­ti il Lugana Ris­er­va del Lupo 2003 di Cà Lojera, il Lugana Supe­ri­ore 2001 del­la stes­sa azien­da, il Lugana Supe­ri­ore Vigna di Cat­ul­lo 2003 del­la , il Lugana Mol­ceo 2003 di Ottel­la e il Lugana Supe­ri­ore Fabio Con­ta­to 2003 di Proven­za. Come la pen­si­amo? Che ’sto quin­tet­to fra tre anni farà fav­ille. Nes­sun dubbio.Oppure la pro­va fatela voi. Com­pran­do qualche bot­tiglia oggi e met­ten­dola da parte (al buio, al fres­co, all’u­mi­do, cor­i­ca­ta, sen­za odori: così si con­ser­va un vino). Avete a dis­po­sizione, tra l’al­tro, un’an­na­ta grandiosa fra i bianchi lom­bar­do-veneti: quel­la del 2004, vini che, se ben fat­ti e ben tenu­ti, dura­no almeno dieci anni. Obiezione: ma così ris­chio di but­tar via sol­di. In parte vero, come in ogni scommes­sa. Ma potreste anche trarne piacevolis­sime sor­p­rese. Con un van­tag­gio: il Lugana è sì un gran vino, ma — vi con­fidi­amo un seg­re­to, e non dite­lo trop­po in giro — ha anco­ra pic­coli prezzi. Per cinque euro nelle can­tine si trovano cose notevoli. Cer­catele, pri­ma che se n’ac­corgano fuori dai con­fi­ni luganisti.

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