Un’interessante ricerca storica di Oreste Cagno, ora nelle edicole, ricostruisce una storia benacense di oltre duecento anni fa

Quando sulle rive dell’alto Garda si «curava» il lino

14/01/2003 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Enzo Gallotta

Un procla­ma del­la Serenis­si­ma, data­to 1776, in cui veni­va indi­ca­to il cam­bio legale delle mon­ete; a destra, una car­toli­na con il bat­tel­lo postale al por­to di Tremo­sine. — Non solo limoni. Un paio di sec­oli or sono le rive dell’alto Gar­da, da Salò a Mader­no, biancheg­gia­vano di can­di­do lino espos­to al tepore del­la Riv­iera. E via Cure del Lino, all’ingresso del capolu­o­go salo­di­ano per chi arri­va da nord, tes­ti­mo­nia anco­ra oggi con il suo nome di ques­ta attiv­ità che fer­ve­va su queste sponde garde­sane quan­do anco­ra vi campeg­gia­va, orgoglioso, il Leone di San Mar­co. Ai tem­pi del­la Serenis­si­ma è tor­na­to, per un’interessante quan­to min­uziosa ricer­ca stor­i­ca, Oreste Cagno, ban­car­io a riposo e stori­co per pas­sione aut­en­ti­ca, che ha dato alle stampe i risul­tati del­la sua inchi­es­ta a ritroso nel tem­po sul viag­gio — da Toscolano a Rovere­to e ritorno — di una par­ti­ta di lino. Uno stu­dio ora disponi­bile nelle edi­cole del­la Riv­iera dei Limoni. Pesca, limon­aie e oliveti non furono, dunque, le uniche «imp­rese» che videro impeg­nati gli avi garde­sani in quel­lo scor­cio del Set­te­cen­to che l’autore inda­ga. Per la pre­ci­sione gli ulti­mi anni del Sec­o­lo dei lumi, quan­do gli effet­ti del­la Riv­o­luzione francese anco­ra si dove­vano riflet­tere sul­la pla­ga lacus­tre, con la sis­tem­at­i­ca can­cel­lazione dei sim­boli del­la cen­te­nar­ia dom­i­nazione del­la Repub­bli­ca di Venezia. Siamo nel 1793 quan­do un par­ti­ta di lino, giun­ta dal­la pia­nu­ra padana, appro­da sul Gar­da dove le fibre veni­vano sot­to­poste alle «cure»: lavare, pulire e sten­dere al sole. Così scrive l’autore ricor­dan­do, con la citazione di fonti sto­ri­ogra­fiche, che «il lino veni­va can­deg­gia­to nelle cure (da inten­der­si come i ter­reni sas­sosi a lago su cui riposa­va il refe di lino dal mese di aprile a set­tem­bre) che si trova­vano dal Carmine a Fasano e che dava un refe ricer­catis­si­mo…». Così in quel lon­tano anno di set­te­cen­tesca memo­ria gli Ere­di Gio. Avanzi­ni, di Toscolano, affi­darono una mis­si­va ai Cor­ri­eri Fedrig­ot­ti, tito­lari dell’appalto postale del­la trat­ta Man­to­va-Tiro­lo, con la data del 6 novem­bre. Des­ti­natario il sign­or Giuseppe Tam­bosi, di Rovere­to, nel Prin­ci­pa­to vescov­ile di Tren­to, «tito­lare di una grossa impre­sa che operò nel set­tore tes­sile per due sec­oli e che ave­va fil­iali in tut­ta Europa». L’interpretazione del­la let­tera, den­sa di ter­mi­ni tec­ni­ci, ha vis­to l’autore del­la ricer­ca impeg­na­to a fon­do. Ma alle fine il «gial­lo» è sta­to risolto. Si parla­va, in quel lon­tano novem­bre, di una spedi­zione di lino — un «fagoti­no» di fior di lino, cir­ca 70 chili in tut­to — des­ti­na­to a lavori di filatu­ra nelle val­li tren­tine pri­ma di tornare «per essere ritor­to e addoppi­a­to» sulle sponde del Gar­da. Ad accom­pa­gnare lo scrit­to, mon­ete d’argento: 40 scu­di di Fran­cia, più uno scu­do di , per una som­ma pari a 234 zec­chi­ni d’oro del tem­po. L’equivalente di cir­ca 25 mil­ioni delle vec­chie lire, pre­cisa l’autore, des­ti­nati «ad ono­rare con­sid­erevoli lavori di filatu­ra». Ricostru­i­ta la stra­da per­cor­sa da lino e argen­to, Cagno ded­i­ca in chiusura due capi­toli alle bec­ca­c­ce del­la Valvesti­no ed al viag­gio di una car­toli­na da Limone. Quadret­ti di tem­pi andati, che vale la pena di riper­cor­rere. Buona let­tura.

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