Erano veramente ruggenti quegli anni, e non soltanto perché appartengono alla dimensione leonina della giovinezza. C'erano i motori, sfreccianti e rombanti, c'era il circuito cittadino.

Quella mitica e mai scordata corsa del Circuito del Garda!

19/06/2000 in Sport
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Di Luca Delpozzo
Nino Dolfo

Era­no vera­mente ruggen­ti quegli anni, e non soltan­to per­ché apparten­gono alla dimen­sione leon­i­na del­la giovinez­za. C’er­a­no i motori, sfrec­cianti e rom­ban­ti, c’era il cir­cuito cit­tadi­no, il di Salò. Non so quan­do sia inizia­ta ques­ta tradizione motoris­ti­ca: ho scop­er­to che ne par­la nelle sue mem­o­rie anche il reg­ista Lui­gi Comenci­ni, che a Salò nacque e visse i pri­mi anni del­la sua infanzia, pri­ma che la famiglia emi­grasse in Francia.Delle edi­zioni degli anni ’50, quelle con Vil­lore­si e Moss, conser­vo solo qualche immag­ine eterea, del­lo stes­so mate­ri­ale di cui sono fat­ti i sog­ni. La parten­za avveni­va sul­la «stra­da alta», come allo­ra si chia­ma­va la stra­da che pas­sa sopra il paese.Ricordo invece bene le ultime edi­zioni, quelle dei pri­mi anni ’60, quan­do la cosid­det­ta for­mu­la Junior sta­va per essere rib­at­tez­za­ta For­mu­la 3. La pri­mav­era lacus­tre, vivi­da di col­ori ma sem­pre un po’ son­no­len­ta, veni­va all’im­provvi­so squas­sa­ta dal fragore dei motori e nel­l’aria si res­pi­ra­vano gli odori acri del­la ben­z­i­na e del­l’o­lio. Per alcu­ni giorni il paese veni­va tra­volto da ques­ta sagra-sara­ban­da a quat­tro ruote.Attorno alla cor­sa non c’era queir aria mis­ter­i­ca hitech di cui si fre­gia oggi la for­mu­la 1. Tut­to era più rus­pante e la carovana dei piloti ave­va un che di zin­garo. Molti non si pote­vano nem­meno per­me­t­tere il lus­so del mec­ca­ni­co al segui­to, arriva­vano con la sola vet­tura sul car­rel­lo. Noi ragazzi, che por­tava­mo i cal­zonci­ni cor­ti, face­va­mo il giro delle officine e dei garage per annusare e toc­care pro­tag­o­nisti e belve di questo cir­co. Da Sil­vestrel­li, in via Garibal­di, ho vis­to Andrea De Adamich, occhia­lu­to e dis­tin­to come adesso appare in tv: qualche anno dopo sarebbe anda­to alla Fer­rari. In fon­do al lun­go­la­go, dove allo­ra c’era un’of­fic­i­na, ho incon­tra­to «Geki», pseudon­imo di triste ragaz­zo ital­iano che allori veni­va addi­ta­to come emer­gente. Nel lot­to dei con­cor­ren­ti c’era anche Mario Poltron­ieri, futuro com­men­ta­tore Rai, oggi in pensione.La pun­zonatu­ra si svol­ge­va il ven­erdì pomerig­gio nel cam­po di cal­cio ster­ra­to del­l’o­ra­to­rio. Saba­to mat­ti­na le prove. Domeni­ca la com­pe­tizione: pri­ma due bat­terie, poi la finale. La lin­ea del via era in via Brunati, alla stazione degli auto­bus, i box in Fos­sa. I boli­di arriva­vano al Bro­lo, cur­va ad «u» e micidi­ale imb­u­to di tam­pon­a­men­ti, pun­ta­vano su Tormi­ni, gira­vano ver­so Cunet­tone e scen­de­vano dai tor­nan­ti delle Zette per tornare in paese. Mim­mo Lo Coco, allo­ra pro­tag­o­nista di duel­li gagliar­di oggi com­mer­ciante di preziosi tap­peti, recen­te­mente mi ha det­to che quel­lo di Salò era il miglior cir­cuito cit­tadi­no del mon­do, meglio anco­ra di Montecarlo.Gli cre­di­amo: quan­to a vari­età di per­cor­so, non ave­va rivali. Quan­to a sicurez­za, anche, nel “sen­so che solo qualche bal­la di pagli­ai e qualche transen­na di leg­no ci han­no pro­tet­to dal­la trage­dia. I cortei di fol­la ai bor­di era­no immen­si: a ripen­sar­ci ven­gono i brividi.Un anno il favorito era l’in­glese baf­fu­to Col­in Davis con la sua Fiat-Stanguelli­ni, ma all’im­provvi­so arrivarono le Lotus, che era­no dei sigari­ni sin­teti­ci, con i loro piloti intu­bati nel­l’abita­co­lo e i loro poten­ti motori Ford Cos­worth. Era la riv­o­luzione vin­cente impos­ta da un geniale costrut­tore inglese, tale Col­in Chap­man. Lo stes­so che nel­la for­mu­la mag­giore lan­ciò il grande Jim Clark. A Salò vinse uno svizze­ro, Sif­fert, che sarebbe diven­ta­to famoso.Ricordo anco­ra Maglia, un france­sine in san­dali da frate e T‑shirt con la sua Lotus rossa, tut­ta ammac­ca­ta e ridip­in­ta alla buona. Era speri­co­la­to e velocis­si­mo. Ricor­do Acnalam, ovvero Malan­ca, man­to­vano sim­pati­co e folle: di lui cir­cola­va la leggen­da metropil­i­tana sec­on­do cui, appe­na sedi­cenne, durante una delle ultime , si fos­se immes­so nel­la cor­sa clan­des­ti­na­mente con un numero dip­in­to a calce. Ricor­do che alcune not­ti non si pote­va dormire per­ché le Abarth 1000 (per due anni a Salò ci fu anche la pro­va mon­di­ale di cat­e­go­ria) prova­vano sulle Zette alla pre­sen­za del grande Car­lo, ingeg­nere ad hon­orem e arran­gia­tore di Fiat 500 trasfor­mate in missili.E nel­l’archiv­io del­la memo­ria ritro­vo Ludovi­co Scar­fìot­ti, un gen­tilu­o­mo vota­to ad un dram­mati­co des­ti­no, il pilota salo­di­ano Rovi­da, autore di imp­rese eroiche, infine un altro francese, Sch­less­er, con la sua Brab­ham azzur­ra. L’ul­ti­mo anno vinse un inglesino di Roma, Jona-than Williams, su De Sanc­tis-Ford, la rispos­ta ital­iana allo strapotere ’ delle mac­chine d’oltremanica.Poi le corse cit­ta­dine ven­nero proib­ite. Geki, Sif­fert, Scar­fìot­ti, Maglia, Sch­less­er sono mor­ti in inci­den­ti in cor­sa o in pro­va. Quegli anni sono diven­tati un mito. E i veri miti sono irripetibili, non seri­ali. Solo Felli­ni,. nel suo Amar­cord, ha saputo cantare (per lui era il pas­sag­gio delle Mille Miglia) l’e­popea di una gara auto­mo­bilis­ti­ca di «stra­paese». Con le sue attese, le sue emozioni e la sua futuristica.

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