Quell’attentato a Mussolini mentre andava da Claretta

03/05/2020 in Storia
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Di Redazione
A. Ma.

Mus­soli­ni, lib­er­a­to in modo spet­ta­co­lare da Cam­po Imper­a­tore sul Gran Sas­so, fu por­ta­to in Ger­ma­nia. Quan­do Hitler lo incon­trò il 14 set­tem­bre a Ras­ten­burg, com­p­rese che quell’uomo, insac­ca­to nel cap­pot­to nero, era ormai fini­to. Forse era sta­to anche infor­ma­to delle con­fi­den­ze che il capo del Fas­cis­mo ave­va fat­to ad alcu­ni inti­mi: tut­to «è ormai rov­ina­to», ave­va det­to; «molti errori sono sta­ti commes­si».

Il duce avrebbe desider­a­to riti­rar­si pres­so la Roc­ca delle Carmi­nate, in soli­tu­dine, dis­trut­to anche dal­la malat­tia. Ma Hitler, come lo stes­so Mus­soli­ni rac­con­terà al gior­nal­ista Car­lo Sil­vestri, lo pose bru­tal­mente davan­ti a una nuo­va respon­s­abil­ità, con una sor­ta di ricat­to: «Se voi mi delud­erete io devo dare ordine che il piano puni­ti­vo già pron­to sia ese­gui­to. La Ger­ma­nia è anco­ra in gra­do di vin­cere la guer­ra. Abbi­amo delle armi dia­boliche… L’Italia set­ten­tri­onale dovrà invidiare le sor­ti del­la Polo­nia se voi non accettate di ridare val­ore all’alleanza tra la Ger­ma­nia e l’Italia met­ten­dovi a capo del­lo Sta­to e del gov­er­no».

Ric­ciot­ti Lazze­ro, autore di numerosi lib­ri sul Fas­cis­mo, muove da queste pre­messe per rac­con­tare Il sac­co d’Italia — Razz­ie e stra­gi tedesche nel­la Repub­bli­ca di Salò, edi­to da Mon­dadori nel 1994, una pub­bli­cazione quan­to mai attuale ora che si sono volu­ti ricor­dare, con appo­site targhe, i luoghi del­la Repub­bli­ca Sociale Ital­iana sul­la spon­da occi­den­tale del lago.

Simon Wiesen­thal infor­ma nel­la «Pre­mes­sa» di aver sol­lecita­to Lazze­ro alla nuo­va ricer­ca, infor­man­do­lo dei doc­u­men­ti inedi­ti sui diciot­to mesi del «sog­giorno obbli­ga­to di Mus­soli­ni sul e sul dia­bol­i­co sfrut­ta­men­to indus­tri­ale, eco­nom­i­co e umano di quel­la parte d’Italia che era nelle mani del Ter­zo Reich».

I molti stu­di sul peri­o­do suc­ces­si­vo all’8 set­tem­bre 1943 non han­no anco­ra esauri­to l’approfondimento delle fonti e del mate­ri­ale di parte tedesca che per la pri­ma vol­ta, gra­zie alle gen­erose indi­cazioni di Wiesen­thal, Lazze­ro ha potu­to stu­di­are e pro­porre nel suo libro del’94, sve­lando aspet­ti inat­te­si di una sto­ria dram­mat­i­ca, anco­ra ben pre­sente alla memo­ria di molti.

Mus­soli­ni era all’epoca un uomo fini­to, inca­pace di volon­tà pro­pria, dis­trut­to psi­co­logi­ca­mente e ridot­to all’impotenza come capo di Sta­to, col­pi­to anche dal dram­ma famil­iare. Le let­tere seg­rete alla Petac­ci, ai ger­ar­chi, agli uomi­ni di fidu­cia, le inter­cettazioni tele­foniche, i piani per rapire il Papa, i rap­por­ti seg­reti con gli Alleati, sve­lano sto­rie occulte sulle quale era nec­es­sario far com­ple­ta luce.

Mus­soli­ni fu a Vil­la Fel­trinel­li di Gargnano un pri­gion­iero, come dichiarò Karl Wolff, coman­dante delle SS al quale Hitler l’aveva affida­to. Era con­trol­la­to «non sola­mente in ogni sua mossa, ma anche nei dis­cor­si e nei pen­sieri». Non ave­va a dis­po­sizione una pro­pria lin­ea tele­fon­i­ca, e ogni comu­ni­cazione veni­va stenografa­ta; non gli era con­ces­so muover­si sen­za per­me­s­so. Pote­va girare in bici­clet­ta per il grande par­co, gio­care ogni mat­ti­na a ten­nis; la moglie ave­va com­per­a­to una muc­ca per preparar­gli il bur­ro. Dispone­va di una man­i­cure, del fisioter­apista Horn; il pro­fes­sor Vilkol­er gli imparti­va lezioni di tedesco; se rimane­va tem­po si face­va proi­ettare la sera un film.

Anche gli incon­tri con la Petac­ci a Vil­la Fiordal­iso di Gar­done Riv­iera era­no pro­gram­mati. Era un «libero pri­gion­iero», dichiarò Wolff: «pote­va las­cia­re Gargnano soltan­to col mio per­me­s­so, e dal mio per­me­s­so dipen­de­vano anche gli incon­tri – due o tre volte alla set­ti­mana – con Claret­ta Petac­ci… Le let­tere che lui scrive­va a Claret­ta arriva­vano alla don­na con un mio cor­riere».

La stes­sa amante era sot­to­pos­ta a stret­ta sorveg­lian­za. Una sera vi fu anche un atten­ta­to a Mus­soli­ni, come rac­con­tò anco­ra Wolff: «A un cer­to pun­to, nell’oscurità, un auto­car­ro si è para­to davan­ti alla macchi­na, il guida­tore ha acce­so i fari e degli uomi­ni han­no spara­to raf­fiche di mitra. Il duce si è but­ta­to sul fon­do del­la vet­tura, e io ho accel­er­a­to e mi sono por­ta­to fuori dal luo­go dell’attentato. Non ho ordi­na­to nes­suna inchi­es­ta in mer­i­to, la cosa era trop­po seria. Non dove­va trapelare che di notte anda­va a far visi­ta a Claret­ta, invece di occu­par­si di polit­i­ca…».

Episo­di come questo, sul­lo sfon­do dell’immane trage­dia, per­dono qua­si d’importanza. Com­men­ta Wiesen­thal nel­la pre­fazione del vol­ume: «Lo sfrut­ta­men­to dell’Italia da parte del Ter­zo Reich è sta­to colos­sale: non soltan­to si ruba­va ma si impone­va che il fur­to venisse sovven­zion­a­to dai deru­bati. Intorno all’uomo Mus­soli­ni venne cre­a­ta una rag­natela fit­ta e piena di tra­boc­chet­ti che gli legò l’anima e le mani. In nes­suna nazione d’Europa il nazis­mo si com­portò come sul suo­lo del suo ex alleato… Noi siamo fer­mi, in genere, ad alcu­ni nomi: a Marz­abot­to, a Boves, alle Fos­se Ardea­tine. E, invece, ora questo libro pre­sen­ta un cal­en­dario tremen­do di bar­barie che pare ripetere in ogni par­ti­co­lare ciò che è accadu­to nel­la Rus­sia Bian­ca, in Ucraina, in Polo­nia, in Cecoslo­vac­chia e in altri pae­si».

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