Un insegnante di Castelletto ha un sogno: mettere i reperti raccolti con amore nell’arco di venticinque anni in una vecchia osteria, dove i «corsari del Garda» si riunivano

Racconti di pesca in una taverna-museo

30/01/2001 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Antonella Traina

«Il mio sog­no sarebbe quel­lo di ricreare un ambi­ente sim­i­le alle vec­chie tav­erne di una vol­ta dove i pesca­tori del Gar­da si riu­ni­vano per aggiustare gli attrezzi e par­lare del­la pesca». Intan­to nell’attesa di real­iz­zar­lo, Liv­io Parisi, 50 anni, inseg­nante, nato a Riva del Gar­da ma res­i­dente da qua­si 40 anni a Castel­let­to di Bren­zone, si allena a rac­cogliere stru­men­ti da pesca tradizion­ali, alcu­ni vec­chi di sec­oli. «Ripro­por­li in un ambi­ente carat­ter­is­ti­co è un modo per far conoscere le nos­tre tradizioni ai gio­vani», spie­ga. Da qui l’idea del­la tav­er­na e la collezione di attrez­za­ture per la pesca. Gli ogget­ti che Parisi tiene nel­la sof­fit­ta di casa sono ormai più di un centi­naio. «Ho un po’ di tut­to, dai mulinel­li in rame e leg­no, alle canne da pesca in fer­ro che si usa­vano prob­a­bil­mente nel sec­o­lo scor­so. Ma poi anche gal­leg­gianti di sug­hero che una vol­ta ricava­vano dai tap­pi per dami­giane, reti intrec­ciate a mano, scal­mi per remi». Un insieme di reper­ti rac­colti nell’arco di 25 anni e fra i quali ci sareb­bero, a det­ta di Parisi, degli aut­en­ti­ci pezzi uni­ci. Uno di questi, ad esem­pio, è un «vivarol». Una specie di scat­o­la di leg­no, lun­ga poco meno di un metro, dal­la for­ma sim­i­le ad una bar­ca, con un cop­er­chio nel­la parte supe­ri­ore e una serie di buchi lun­go i fianchi. «Veni­va attac­ca­to a strasci­co dietro le barche e ser­vi­va, come dice il nome, per con­ser­vare vivi i pesci pescati. E’ uno stru­men­to che ha un centi­naio d’anni e cre­do di essere l’unico a possederne uno così vec­chio. Ma non è l’unico pez­zo forte del­la mia rac­col­ta», con­tin­ua Parisi. «Ho anche due «matross» di cir­ca 80 anni fa e che sono gli ante­nati del­l’at­tuale tir­lin­dana, la lenza che si usa a traino, dietro alla bar­ca per pescare car­pi­oni o trote. E poi una lenza real­iz­za­ta a mano con pezzi di rame lunghi cir­ca 10 cen­timetri col­le­gati fra di loro». E lam­pade per la pesca not­tur­na, tornei, cioè reti­ni per recu­per­are il pesce, i tram, i gal­leg­gianti che tenevano a gal­la le reti. All’origine del­la collezione non c’è solo la pas­sione e il rispet­to per il tem­po anda­to, ma anche quel­lo per la pesca in sé. «Un hob­by che colti­vo da quan­do ave­vo 10 anni. Ho impara­to a pescare con la can­na osser­van­do i pesca­tori pro­fes­sion­isti e chieden­do con­sigli a loro», dice. «Sem­pre i pesca­tori sono sta­ti i pri­mi a regalar­mi i loro vec­chi stru­men­ti di lavoro che non usa­vano più. Poi a rac­coglier­li e a cer­car­li con meto­do come tut­ti i collezion­isti. E’ sta­to indi­ret­ta­mente un modo per vedere da vici­no i cam­bi­a­men­ti avvenu­ti in questi anni. Il rap­por­to dell’uomo con il lago si è mod­i­fi­ca­to». «Una vol­ta l’andare a pescare era un mez­zo di sus­sis­ten­za e il pesca­tore era inte­gra­to nell’ambiente, lo vive­va e ne face­va parte. Le barche era­no a remi, ma mon­ta­vano anche la vela lati­na», spie­ga Liv­io Parisi. «Il Gar­da garan­ti­va cibo, lavoro ma era anche la via di comu­ni­cazione prin­ci­pale tra i vari pae­si. Tant’è che i rap­por­ti più fre­quen­ti era­no con i comu­ni del­la spon­da bres­ciana, che sono a soli sette chilometri, e non con quel­li del bas­so lago. Oggi tut­to questo mon­do non esiste più. Ma comunque non pos­si­amo dimen­ti­care il pas­sato da cui siamo par­ti­ti, per­chè ci sia vera­mente pro­gres­so bisogna conoscere le tradizioni e rispettarle».

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