Il Comune ha approvato la variante al progetto necessaria a fermare il degrado di colonne e travature. I lavori di consolidamento costeranno oltre 557 mila euro

Riapre il cantiere della Dogana

23/01/2003 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Alvaro Joppi

Il Comune ha final­mente approva­to la per­izia sup­plet­ti­va e di vari­ante ai lavori alla . Così il cantiere ha potu­to riaprire. A frenare gli inter­ven­ti iner­en­ti la Grande fab­bri­ca, edi­fi­cio da sem­pre impor­tante per gli abi­tan­ti e l’abitato di Lazise, era sta­ta la scop­er­ta del­la neces­sità di eseguire durante i lavori già prog­et­tati anche alcune opere strut­turali, legate a cause impre­viste e impreved­i­bili in fase di prog­et­to. In par­ti­co­lare, in fase di ese­cuzione degli scavi di sban­ca­men­to, le arcate sui fron­ti nord e sud del fab­bri­ca­to sono risul­tate prive di fon­dazione ed appog­gia­vano su ter­reno molle, men­tre le arcate a fronte lago risul­ta­vano soggette a evi­den­ti fenomeni di ced­i­men­to. Lo scon­for­t­ante sta­to di degra­do del­la cop­er­tu­ra del fab­bri­ca­to emerge­va invece nel cor­so degli inter­ven­ti rel­a­tivi alla ese­cuzione del­la cor­dolatu­ra som­mi­tale delle strut­ture perime­trali. Un disses­to ben più grave di quel­lo inizial­mente pre­vis­to e carat­ter­iz­za­to da ele­men­ti di asso­lu­ta novità, come l’avanzato sta­to di putre­fazione delle tes­tate delle capri­ate incas­sate nel suo­lo murario dovu­to essen­zial­mente alle infil­trazioni d’acqua del­la gron­da e all’elevato val­ore di umid­ità, tipi­co degli ambi­en­ti lacus­tri. Di qui la neces­sità di un sur­plus di inter­ven­ti che com­por­tano una mag­giore spe­sa per 557.454,03 euro e fan­no balzare a 1.600.000 euro il fab­bisog­no finanziario per questo pri­mo stral­cio esec­u­ti­vo del prog­et­to gen­erale. La mag­giore spe­sa risul­ta finanzi­a­ta in parte con il con­trib­u­to regionale già con­ces­so, pari a 200mila euro, in parte con i fon­di accan­to­nati dall’amministrazione comu­nale, anche se orig­i­nal­mente des­ti­nati al sec­on­do piano di inter­ven­to, per un impor­to pari a 105.000 euro. Il rima­nente di euro 252.454,03, risul­tan­do pen­dente la prat­i­ca per l’integrazione del finanzi­a­men­to da parte del­la Fon­dazione Cariverona — che ha già parte­ci­pa­to alla ristrut­turazione del­la Dogana con un mil­iar­do di vec­chie lire -, ver­rà tem­po­ranea­mente e sal­vo rein­te­gro finanzi­a­ta con proven­ti del­la ven­di­ta dell’area alberghiera di Pacen­go. Non v’è alcun dub­bio che la Dogana lacisiense, tipi­co esem­pio di arse­nale veneziano cala­to in una realtà di ter­rafer­ma ma con for­ti richi­a­mi all’elemento acqua, da sem­pre rap­p­re­sen­ta un forte legame con Venezia, anco­ra vivo con l’amministrazione regionale attuale. Legame diven­ta­to più stret­to nel 1595 quan­do la vicinia del tem­po chiese a Venezia, vis­to che la darse­na era sta­ta con­ver­ti­ta in tezone per la fab­bri­cazione del nitro, di avere l’edificio in affit­to per usufruir­lo come dogana. Petizione che il Serenis­si­mo Sen­a­to accoglie nel 1607 dietro cor­re­spon­sione di un canone ann­uo di 50 ducati. Con­ces­sione più volte rin­no­va­ta fino a quan­do nel 1647 il Comune, sbor­san­do la som­ma di trem­i­la ducati, entra in pos­ses­so dell’edificio. Con la dogana Lazise diven­ta così sca­lo nat­u­rale di molte mer­ci che Verona riceve­va da Venezia e dal­la Ger­ma­nia e che veni­vano spedite ai mer­cati del­la Lom­bar­dia. Movi­men­to mer­can­tile diven­ta­to floridis­si­mo nel Set­te­cen­to quan­do la dif­fi­cile ascen­dente dell’Adige dirot­tò le mer­ci sul­la via del lago, cioè sul­la via Verona-Lazise-Riva-Tren­to. Tut­to cam­bia però con l’avvento del­la rete fer­roviaria che muta l’antico ordine delle comu­ni­cazioni e par­al­iz­za il com­mer­cio sul lago. La Dogana si riduce a sem­plice depos­i­to di vol­ta in vol­ta di car­bone, leg­na e pietre, per essere adibi­ta, dopo la pri­ma guer­ra mon­di­ale, a filatu­ra del cotone e poi dona­ta alla Fed­er­azione provin­ciale fascista, trasfor­ma­ta in Casa del Fas­cio e quin­di incor­po­ra­ta nei beni del­lo Sta­to. Soltan­to nel 1955 il Comune riesce a rien­trare in pos­ses­so dell’edificio dietro paga­men­to, rateiz­za­to, di lire 2.350.000; prat­i­ca che si con­clud­erà nel 1961 con l’allora sin­da­co Bozzi­ni.

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