Un ricordo del 24 aprile 1945

23/04/2014 in Attualità
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Di Luigi Del Pozzo

Un giorno pri­ma del­l’an­nun­cio del­la “Lib­er­azione”, pre­cisa­mente il 24 aprile 1945, poco dopo le 16, in local­ità Fos­salta, a Lazise, un com­man­do amer­i­cano mitraglia all’im­paz­za­ta alcu­ni mezzi mil­i­tari tedeschi, fra cui una grande auto­cis­ter­na piena di car­bu­rante. I mezzi era­no ben mime­tiz­za­ti ma prob­a­bil­mente una “sof­fi­a­ta” ha con­dot­to sul luo­go gli aerei alleati e non c’è sta­to scam­po.
L’au­to­botte è salta­ta in aria, ha pre­so fuo­co, e le fiamme altissime han­no imme­di­ata­mente incen­di­a­to il fie­nile del­la anti­ca casa coloni­ca di Fos­salta, la casa coloni­ca dove risiede­va la famiglia Coltri, anda­ta qua­si com­ple­ta­mente dis­trut­ta aven­do il tet­to costru­ito intera­mente in leg­no. La nos­tra abitazione, pro­prio sul­la stra­da, non ebbe dan­ni in quan­to il tet­to è tut­to in pietra. Nel­la stal­la del­la famiglia di Ami­ca­bile Rena­to le muc­che rischi­ano di essere car­boniz­zate per­ché ha pre­so fuo­co la paglia del­lo stal­lati­co. Sola­mente l’in­ter­ven­to cor­ag­gioso del ” fame­jo” ha fat­to si che le muc­che fos­sero qua­si tutte sal­vate. A rimet­ter­ci sola­mente lui. Brac­cia e bus­to intera­mente ustionati.
“Era­no da poco pas­sate le 16 ed ero nascos­to nel­la trincea che i tedeschi ave­vano sca­v­a­to alcu­ni mesi pri­ma di fronte all’en­tra­ta del­l’at­tuale campeg­gio ” I Piani di Clo­dia”, pro­prio a ridos­so del­la statale 249 Garde­sana Ori­en­tale — spie­ga Rena­to Ami­ca­bile, all’e­poca poco più che dici­aset­tenne — ed ho sen­ti­to chiara­mente avvic­i­nar­si l’aereo amer­i­cano. Ci siamo nascosti, civili e tedeschi, nel­la trincea a for­ma di svas­ti­ca , ed improvvisa­mente vedo l’aereo sopra di noi e la immen­sa fiamma­ta con lo scop­pio del­l’au­to­botte nascos­ta sot­to il fogliame, nel grande cor­tile dove abita­va la famiglia Coltri. E’ sta­to un atti­mo spaven­toso. Ho anco­ra negli occhi quelle immag­i­ni.”
I mil­i­tari tedeschi ave­vano req­ui­si­to alla famiglia Ami­ca­bile una grande stan­za del­la loro casa. E li ” ges­ti­vano” una sor­ta di pos­to di con­trol­lo di tut­ti i mezzi che tran­si­ta­vano sul­la statale. Era­no ormai in riti­ra­ta ver­so la Ger­ma­nia ed era­no ner­vo­sis­si­mi.

Ave­vano il loro quarti­er gen­erale in local­ità Bot­tona, vici­no all’at­tuale campeg­gio La Quer­cia — sot­to­lin­ea anco­ra Ami­ca­bile — e sola­mente due uomi­ni era­no a casa nos­tra. Era­no molto duri, ma gen­tili. Noi , per inizia­ti­va di mio padre, erava­mo pron­ti a fug­gire se le cose fos­se andate per la peg­gio. Ave­va­mo pron­ti dei sac­chi con le cose migliori di famiglia. Non ci aspet­tava­mo cer­to un epi­l­o­go così forte. Dopo lo scop­pio e l’in­cen­dio i mil­i­tari tedeschi se la sono data a gambe. Non li ho più visti. Mio zio Vit­to­rio Ami­ca­bile, il padre di Alfon­si­no, il tito­lare di Cane­va World, era in casa e si era mes­so fra due mura per non essere col­pi­to dai proi­et­tili amer­i­cani. Ma uno lo ha pre­so alle gambe. Un mare di sangue. Ricor­do l’im­mag­ine nitidis­si­ma. Lo abbi­amo por­ta­to all’ospedale di Bus­solen­go con un’au­to di for­tu­na mes­sa a dis­po­sizione dal­la famiglia Bar­baro del­la Bot­tona. Il povero fame­jo invece — con­tin­ua Rena­to Ami­ca­bile — l’ho por­ta­to io all’ospedale, il 25 aprile, sul­la can­na del­la bici­clet­ta. Fino a Bus­solen­go. Una fat­i­ca immane ma se l’è cava­ta. E pen­sare che il giorno dopo il fat­tac­cio, ovvero il 25 aprile, ver­so le otto del mat­ti­no è giun­ta in corte una camionet­ta con i respon­s­abile del CNL che ci han­no avvisato del­la fine del­la guer­ra e del­la Lib­er­azione uffi­ciale dai tedeschi.”

Io sono nato nel gen­naio 1944 — rimar­ca Alfon­si­no Ami­ca­bile — e quin­di non ricor­do nul­la del fat­to. Ricor­do mio padre Vit­to­rio che si lamen­ta­va spes­so di quel­la feri­ta. Non ha mai chiesto inden­nizzi o pen­sioni di guer­ra e si che è rimas­to fer­i­to per una azione bel­li­ca. Ma era fat­to così. E’ mor­to nel 1959. Ricor­do anche che dice­va di esser­si paga­to la med­icazione pres­so l’ospedale per­ché allo­ra non c’era alcu­na .”

Ser­gio Baz­er­la

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